Khashoggi Omicidio Processo Arabia Saudita
Mondo
Aggiornato il 04 gennaio 2019 3 Gennaio Gen 2019 1130 03 gennaio 2019

Le cose da sapere sul processo per l'omicidio Khashoggi

Prima udienza in Arabia Saudita. Gli imputati sono 11. Fra loro ci sarebbe anche il numero due dei servizi di intelligence di Riad, generale Ahmed al-Assiri. Chieste cinque condanne a morte.

  • ...

Si è aperta in Arabia Saudita la prima udienza del processo a carico di undici persone accusate di essere coinvolte nell'omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, avvenuto nel consolato di Riad a Istanbul il 2 ottobre 2018. La loro identità non è stata resa nota. La procura, come anticipato nei mesi scorsi, ha confermato la richiesta di condanna a morte per cinque imputati. Secondo i media sauditi, inoltre, le autorità di Riad avrebbero presentato alla Turchia due richieste di fornire prove relative al delitto, che sarebbero rimaste però senza risposta.

CHI SONO GLI IMPUTATI

Tra gli imputati per l'omicidio di Khashoggi ci sarebbe anche il numero 2 dei servizi di intelligence sauditi, generale Ahmed al-Assiri. Mentre uno stretto collaboratore del principe, Saud al Qahtani, ex responsabile della comunicazione sui social network, è stato rimosso dal suo incarico. Il principe Mohammed Bin Salman, invece, è rimasto fuori dalle indagini, perché secondo la procura sarebbe stato all'oscuro dell'operazione. Il commando arrivato in Turchia avrebbe avuto il compito, questa la versione ufficiale delle autorità saudite, di convincere il giornalista a tornare in patria. Ma dopo una «colluttazione» con Khashoggi, al reporter sarebbe stata fatta un'iniezione per addormentarlo risultata fatale. Poi invece si è parlato di strangolamento. Queste versioni non hanno mai convinto gli inquirenti turchi e nemmeno la Cia, convinti che si sia trattato di un «assassinio premeditato». Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha detto che l’ordine è arrivato «dai massimi vertici del governo saudita», cioè dal principe ereditario.

KHASHOGGI SI ERA RIFUGIATO NEGLI STATI UNITI

Khashoggi aveva 60 anni e si era rifugiato negli Stati Uniti nel 2017, dopo aver criticato alcune decisioni del principe bin Salman e l'intervento militare in Yemen. Scriveva per il Washington Post e aveva più volte denunciato gli attacchi subìti da giornalisti, intellettuali e leader religiosi non allineati con la monarchia. È sparito il 2 ottobre 2018, dopo essere entrato nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul. Gli servivano dei documenti per poter sposare la sua fidanzata turca, Hatice Cengiz. Dopo 18 giorni e voci di un presunto rapimento, Riad ha ammesso che il reporter era stato ucciso proprio all'interno della sede diplomatica. Il presidente americano Donald Trump, dopo aver annunciato e letto un rapporto completo della Cia sull'omicidio, ha deciso di non varare ulteriori sanzioni nei confronti di Riad: «L'Arabia Saudita resta un grande alleato», soprattutto nel contrasto all'Iran, «e gli Stati Uniti intendono rimanere partner irremovibili per assicurare i loro interessi, quelli di Israele e quelli di tutti gli altri alleati nella regione». Il principe ereditario «forse sapeva e forse no, e forse non sapremo mai veramente come sono andati tutti i fatti».

LE ACCUSE DEI SERVIZI SEGRETI TURCHI

Secondo fonti dell'intelligence turca, Khashoggi sarebbe stato smembrato in diretta Skype su indicazione di Saud al Qahtani, lo stretto collaboratore del principe bin Salman poi rimosso dall'incarico. Attirato nel consolato per i documenti di cui aveva bisogno per il matrimonio, sarebbe stato aggredito e immobilizzato, per poi essere interrogato a distanza su Skype dallo stesso Qahtani. La situazione sarebbe precipitata quando il giornalista avrebbe risposto agli insulti del funzionario, il quale avrebbe quindi ordinato al commando di «portargli la testa» di Khashoggi. A quel punto i sicari lo avrebbero strangolato e poi avrebbero aiutato il dottor Salah al-Tubaigy, anatomopatologo del ministero degli Interni saudita, a smembrare il corpo del reporter con una sega elettrica. Il cadavere fatto a pezzi sarebbe uscito dal consolato dentro alcune borse e i resti non sono mai stati ritrovati.

PER L'ONU IL PROCESSO SAUDITA NON È SUFFICIENTE

Il 4 gennaio l'Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani ha definito «non sufficiente» il processo iniziato in Arabia Saudita per l'omicidio Khashoggi, ribadendo il suo appello a condurre piuttosto un'inchiesta «con il coinvolgimento internazionale». L'Onu ha inoltre chiarito che non ha la possibilità di valutare se si tratti di un processo equo e giusto e in ogni caso ha espresso la sua contrarietà alla pena di morte.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso