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3 Gennaio Gen 2019 1530 03 gennaio 2019

Romney e gli altri nemici di Trump in vista del 2020

Negli Stati Uniti, la maggioranza dei repubblicani è contro The Donald. E vuole farlo fuori alle prossime primarie. Ma il problema del partito resta il consenso.

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L'attacco di Mitt Romney a Donald Trump sul Washington Post porta la data del primo gennaio. Scritto a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, l'editoriale del compagno di partito è una dichiarazione di guerra, più che per il 2019, per le primarie nel 2020 delle prossime Presidenziali. Morto John McCain, l'ex governatore del Massachusetts fresco di poltrona al Senato è rimasto la voce più forte contro Trump, tra i repubblicani che hanno sempre considerato il tycoon un corpo estraneo. Per forza di cose, all'elezione choc hanno dovuto accettarlo come leader del Grand old party (Gop), nonostante i bastoni tra le ruote piazzati – invano – alle ultime primarie. Ma dal 2016 gli equilibri, per così dire, con Trump nel partito si sono ancora più incrinati. Tant'è che, a mali estremi, nel Gop si fa largo la parola scissione.

Mit Romney (GETTY).

VIA CHI STA CONTRO PUTIN

Il cordone sanitario dell'establishment del Gop stretto attorno a Trump al suo ingresso, nel gennaio 2017, alla Casa Bianca, è stato reciso con decisione e a più riprese da Trump che, è ormai evidente, non vuole essere neutralizzato nel suo distacco dalla politica tradizionale, soprattutto estera, degli Usa. «Non siamo i poliziotti del Medio Oriente», ha tuonato annunciando il ritiro dalla Siria e dall'Afghanistan, mentre alla fine del 2018 anche il veterano delle guerre in Medio Oriente Jim Mattis sbatteva la porta indignato da capo del Pentagono. Mattis è l'ultimo della vecchia guardia a lasciare l'Amministrazione, dopo una sfilza di big spinti alle dimissioni o cacciati (dall'ex segretario di Stato Rex Tillerson all'ex consigliere alla Sicurezza H.R. McMaster, per non parlare dell'ex capo dell'Fbi James Comey), d'intralcio alla politica filorussa di Trump.

LA DISPUTA SULLA LEADERSHIP

L'incompatibilità tra Trump e Romney è chiara nello scambio di colpi bassi tra i due, fin dalla campagna per le Presidenziali del 2016. Alla vigilia dell'insediamento al Senato, vinte le elezioni di Midterm del 2018, Romney ha fatto presente all'inquilino a suo avviso «non all'altezza» della Casa Bianca «il bisogno del mondo della leadership americana», «l'alternativa offerta dalla Cina e dalla Russia è autocratica, corrotta e brutale». Già nel marzo del 2016 Romney fu autore del più duro discorso che si ricordi di un politico americano contro un compagno di partito, per giunta in lizza per le primarie. E già allora Trump rispose con dei tweet di fuoco: «Un candidato fallito», chiosò, «al servizio dell'establishment». Nell'accesa campagna arrivò anche a denigrare Romney come un «poveretto» che «sta sul palco come un pinguino».

Il senatore repubblicano Ted Cruz.
GETTY

L'America sta perdendo di vista i propri ideali. La politica è sempre più vulnerabile alle teorie del complotto

George W. Bush

Effettivamente Romney ha mancato per più volte la Casa Bianca: nel 2008 finì per farsi da parte, in favore di McCain, contro Barack Obama e nel 2012, sempre contro Obama, fu il candidato – perdente – dei repubblicani; quattro anni dopo ci riprovò contro Hillary Clinton ma, come gli altri aspiranti del Gop, fu barbaramente scavalcato da Trump. Larga fu, anche nel 2016, l'eco dell'invettiva di Romney contro il tycoon pronto a mettere a ferro e a fuoco l'establishment repubblicano, che tutto voleva tranne Trump. Trump definiva da «fessi» la politica estera degli Stati Uniti, loro (Bush senior e junior in testa) lo definivano un presuntuoso ignorante. Alle primarie arrivarono a boicottarlo, coalizzandosi tra moderati come Romney e falchi come Ted Cruz o Marco Rubio. Tattica inutile perché Trump, contro ogni previsione, sbaragliò tutti.

ANCHE I BUSH CONTRO TRUMP

Quanto rinfacciato da Romney a Trump, nell'editoriale al vetriolo che ha battezzato il 2019, corrisponde alla reprimenda dell'ex presidente George W. Bush contro un inquilino della Casa Bianca mai nominato, ma inconfondibile destinatario. In uno dei rari interventi pubblici, nell'ottobre 2017 l'ex presidente repubblicano denunciò «la perdita di vista dei propri ideali» dell'America di Trump: «Una basfemia dei valori», risultato di una «politica sempre più vulnerabile alle teorie del complotto e alle invenzioni totali» e minaccia «all'identità stessa della nazione che dipende dalla trasmissione degli ideali di civiltà». Dopo le Presidenziali del 2016, Bush junior e la consorte Laura comunicarono di «aver votato scheda bianca», e fino in punto di morte il loro amico McCain (amico anche di Obama) ha rifiutato Trump, tanto da non volerlo al funerale.

Le parole e le azioni di Trump hanno provocato sconcerto nel mondo verso gli Usa

Mitt Romney

Anche Romney richiama ai «nobili istinti che vivono nei cuori degli americani» e ricorda «l'impegno continuo ai buoni principi nelle relazioni con l'estero e per i diritti di tutti gli uomini alla libertà e all'eguaglianza sociale che ci ha fatto stimare ancora più che per la forza militare ed economica», ma le «le parole e le azioni di Trump hanno provocato sconcerto nel mondo». Proprio la retorica «dell'eccezionalità americana» e degli Stati Uniti come «modello di democrazia» da esportare furono smontati («Dio ci ha creati eguali») in un editoriale a sorpresa del 2013 di Vladimir Putin al New York Times: allora il presidente russo tentava – riuscendoci poi – di dissuadere un riluttante Obama, spinto dal Pentagono e dalla cerchia di McCain alla guerra alla Siria per l'attacco con le armi chimiche, spiegando anche che gli Usa non possono arrogarsi i padroni del mondo.

FILORUSSO DALLA GUERRA FREDDA

Trump sembra pensarla come lui, in verità già da prima che Putin salisse, ormai diversi anni fa, al Cremlino. Il chiodo fisso di svincolarsi dalla Nato risale alla Guerra fredda, quando l'eretico tycoon faceva affari con l'Urss: nel 1987 Trump acquistò una pagina intera di diversi quotidiani per chiedere all'allora Amministrazione Reagan di «tassare» alleati come il Giappone e l'Arabia Saudita, così che l'economia americana fosse «sgravata dal costo di difendere chi può facilmente permettersi di pagare per la sua libertà», concetto ribadito anche in alcune interviste. E dire che Trump era stato un reganiano convinto, tesserato repubblicano. Salvo poi migrare, nel 2000, tra le fila sguarnite dei riformisti (sempre da isolazionista), saltare tra i democratici, appoggiare nel 2008 nientemeno che McCain e tornare nel Gop, dopo una breve parentesi da indipendente.

Ben Sasse, volto nuovo dei repubblicani.
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NEL GOP PARAGONANO TRUMP A STALIN

Da miliardario Trump ha finanziato sia i democratici sia i repubblicani, e di lui nel Gop non si sono mai fidati. Anche Romney non ha mai nascosto le enormi perplessità, sperando nelle «nomine incoraggianti» di Jefferson, McMaster, Mattis e altri fuoriusciti. Con le ultime purghe, il malcontento verso l'Amministrazione Trump è cresciuto tra i repubblicani al punto che si delinea un plotone di esecutori per le prossime primarie: il senatore uscente dell'Arizona Jaff Flake che ha paragonato Trump a Stalin medita di sfidare il tycoon che «ha degradato la presidenza» per il suo «appetito apparentemente smodato per la distruzione». Un altro grande critico che non sta nella pelle in vista del 2020 è il governatore dell'Ohio John Kasich, ex mccainiano, opinionista e influencer, disertore della Convention del 2016 che proiettò Trump verso la presidenza.

CRUZ E GLI ALTRI NEMICI PER IL 2020

Ma, come Romney, nel 2016 anche Kasich perse la nomination ed è un'arma spuntata. Più pericoloso, per le prossime primarie, potrebbe rivelarsi Cruz dal suo fortino del Texas. Appena rieletto al Senato, verso Trump presidente Cruz ha sempre evitato buone parole, tuttavia ha cenato alla Casa Bianca entrando in una sorta di quiescenza. Un altro anti-trumpiano (e anti-putiniano) di ferro insidioso per le Presidenziali del 2020 è il giovane, semisconosciuto senatore uscente del Nebraska Ben Sasse, in dubbio «se uscire dai repubblicani» a causa della deriva di Trump. Soprattutto, Sasse è un volto nuovo e spendibile per un Gop alla disperata ricerca di rinnovamento. Perché il primo nemico di Romney, Bush e degli altri è il declino di un partito in crisi di identità. Un contenitore ormai vuoto. Incapace, al contrario di Trump, di trovare consensi tra la gente.

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