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Perché nello scontro Usa-Cina si scalda il fronte di Taiwan

Xi Jinping stringe la presa sull'isola. Sostenuta da Washington. Ma cruciale per Pechino. Che coltiva ambizioni da potenza navale. E teme l'isolamento nell'Oceano Pacifico.

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Dal 221 a.C. la Cina è unita sotto un unico governo. Imperi e dinastie si sono susseguiti, ma l’espansionismo cinese non è mai sbocciato. La Grande Muraglia ha tenuto “i barbari” fuori dal territorio cinese, tanto quanto ha tenuto i cinesi fuori dal mondo per secoli. Anche sul mare, la Cina non è mai stata una potenza. Da qualche giorno, però, sembra esserci una novità: il presidente cinese Xi Jinping ha definito la riunificazione tra Taiwan e la Cina «inevitabile, una tendenza inesorabile della Storia. Taiwan è parte della politica interna della Cina, ogni interferenza straniera è intollerabile». Toni molto duri, ma fortemente motivati: Taiwan è infatti un tassello cruciale nel grande mosaico geopolitico.

La “liberazione” di tutti i territori percepiti dalla Cina come “cinesi” risale al 1949, quando l’esercito rivoluzionario guidato da Mao Tse-tung ebbe il sopravvento e i nazionalisti si rifugiarono a Taiwan. Il ruolo di Taiwan è cruciale dal punto di vista geografico: tra la Cina e il Pacifico, infatti, si trova una catena di isole che funge da recinto per il transito delle navi cinesi: in tempo di pace i varchi sono aperti, ma in tempi più tesi quei varchi si possono chiudere facilmente, isolando così la Cina. Il libero accesso al Pacifico è ostacolato innanzitutto dal Giappone. Il Giappone contende alla Cina anche l’arcipelago disabitato che chiama Senkaku e che i cinesi chiamano Diaoyu, a Nord-Est di Taiwan. Inoltre Vietnam, Filippine, Malesia, Singapore e Indonesia sono tutti Paesi legati diplomaticamente e militarmente agli Stati Uniti. Questi Paesi rappresentano la vasta linea di contenimento marittimo che formano il perimetro difensivo statunitense in Asia orientale. Il valore di un’amicizia in quell’area spiega anche la disponibilità al dialogo che Trump ha mostrato nei confronti della Corea del Nord.

IL TAIWAN RELATIONS ACT SIGLATO CON GLI USA

Per la Cina, Taiwan è la sua 23esima provincia, mentre in realtà è alleata degli Usa che ha fornito l’isola di una marina e di un’aviazione ben attrezzate. Gli americani si sono impegnati a difendere l’isola da un’eventuale invasione cinese con il Taiwan Relations Act del 1979. Ma se Taiwan dovesse dichiarare la piena indipendenza dalla Cina, ponendo in essere quello che Pechino considererebbe un atto di guerra, gli Stati Uniti non sarebbero tenuti a intervenire in suo aiuto perché si tratterebbe di una provocazione. L’equilibrio è quantomai delicato e le frasi di Xi Jinping sembrano presagire una forzatura di questo equilibrio. La querelle su Taiwan è dunque storia vecchia: come mai Xi la porta alla ribalta ora?

La Cina da poco dispone della sua seconda portaerei, dopo averne varata una da aggiungere al cimelio sovietico rilevata nel 1998, si sta dunque finalmente iniziando ad attrezzare come potenza navale e la necessità di un libero accesso all’Oceano Pacifico è un’esigenza sempre più impellente. Parimenti, per gli Usa è cruciale tenere a bada la Cina sullo scacchiere mondiale. Nel mezzo di una guerra commerciale, c’è da scommettere che su questo fronte convenga tenere entrambi gli occhi aperti, perché rischia di diventare il punto cruciale di una frizione fra potenze sempre più indirizzate a uno scontro frontale. La Storia però insegna che la diplomazia è capace di appianare le fasi più critiche e disperate, la crisi dei missili di Cuba è l’esempio più emblematico. Il timore di un conflitto tra Usa e Cina, con tutto quello che ne discende, non può che spaventare, ma è anche vero che fuori da Cina e Usa ci si sente periferia. E cosa possiamo mai fare noi, qui, dalla periferia?

L'OMBRA DELL'ANTI-POLITICA SULLA DIPLOMAZIA

Se da una parte la presenza di Donald Trump alla Casa Bianca “sdogana” la presenza di uomini forti in giro per il mondo, è vero anche il contrario: la presenza di un ambiente globale che include Vladimir Putin, Viktor Orban, Jair Bolsonaro, Matteo Salvini favorisce chiaramente un consolidamento di Trump e della sua linea politica. La nostra parte è quindi di togliere vento alle vele di chi alimenta il cattivismo, il disprezzo dei toni concilianti, il bullismo istituzionale. Se ci diamo di gomito di fronte a una "tassa sulla bontà" pensando che "tanto peggio, tanto meglio", perché in fondo "sono tutti uguali, fanno tutti schifo", allora rinunciamo a ogni speranza. Far trionfare l’anti-politica significa solo assicurarsi la certezza di azzerare le possibilità della diplomazia.

4 Gennaio Gen 2019 1302 04 gennaio 2019
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