Brexit Voto 15 Gennaio Theresa May Juncker
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7 Gennaio Gen 2019 2022 07 gennaio 2019

La nuova agenda del voto sulla Brexit

Il nuovo voto del parlamento britannico in agenda il 15 gennaio. Theresa May torna ad agitare lo spettro del no deal. E chiede un aiutino all'Ue sul ​backstop.

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La giostra della Brexit riparte dopo quasi 20 giorni in freezer. A Westminster torna in calendario il voto sull'accordo di divorzio dall'Ue raggiunto da Theresa May a novembre, congelato in attesa della ratifica del parlamento e rinviato all'ultimo minuto a dicembre dal governo di fronte alla prospettiva di una bocciatura devastante. La data dovrebbe essere quella di martedì 15 gennaio, come annunciato da Kwasi Kwarteng, sottosegretario alla Brexit nell'esecutivo Tory e fedelissimo della premier, convinto che stavolta l'accordo sia destinato non solo a essere votato, ma anche approvato in barba alle previsioni. Soprattutto se May sarà in grado di portare a casa quelle «ulteriori assicurazioni» di Bruxelles che continua a evocare, in modo da rendere il testo almeno digeribile a una maggioranza di deputati al momento inesistente nei numeri.

DOWNING STREET AUSPICA UN AIUTINO DELL'UE SUL BACKSTOP

La speranza a cui si aggrappa Downing Street - mentre la data del 29 marzo, fissata ufficialmente per l'addio all'Unione, si avvicina a grandi passi - è quella di ottenere in extremis un aiutino dalla sponda europea. Magari, come ventila la Bbc, nella forma di un testo scritto allegato all'intesa di divorzio che, pur senza rimettere in discussione il testo di 585 pagine negoziato faticosamente per mesi, offra qualche impegno in più sulla volontà di non usare e non lasciare pendente a tempo indeterminato la spada di Damocle del backstop, meccanismo di garanzia dei confini aperti fra Irlanda e Irlanda del Nord contestato a Londra dai falchi conservatori e a Belfast dagli alleati unionisti del Dup.

MAY AGITA (DI NUOVO) LO SPETTRO DI UN NO DEAL

La premier ha trascorso in effetti parte delle sue ferie al telefono con il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, con Angela Merkel o con altri leader del continente. E con Juncker sono previsti ulteriori contatti nei prossimi giorni. Nel confermarlo, un portavoce di Bruxelles non ha mancato di ricordare per l'ennesima volta che di rinegoziare l'intesa non se parla. Ma intervenendo a Liverpool - dove ha presentato un faraonico piano pluriennale di rilancio post Brexit della sanità pubblica britannica - May ha insistito a dirsi fiduciosa che spazi per chiarimenti e «rassicurazioni» ci siano, evocando imprecisati «movimenti» positivi già compiuti. Il suo cauto ottimismo è bilanciato peraltro dal richiamo parallelo allo spettro di un traumatico divorzio no deal in caso di mancata ratifica dell'accordo.

MESSAGGI BOCCIATI DA VOCI FUORI E DENTRO IL GOVERNO

E tuttavia è un messaggio che è stato respinto seccamente da molte voci critiche, fuori e dentro il partito di governo. Siano di brexiteers ultrà come Boris Johnson, il quale sul Telegraph rilancia al contrario proprio il no deal - che 209 deputati chiedono alla May in un appello bipartisan di escludere a priori - come l'epilogo più rispettoso della volontà popolare espressa nel 2016; o vecchie mosche bianche Tory europeiste come Chris Patten, sarcastico sulle minacce apocalittiche «alla dottor Stranamore» della premier e persuaso come altri pro-Remain che far saltare la ratifica possa essere semmai la chiave per dare una chance reale a un referendum bis.

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