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7 Gennaio Gen 2019 1541 07 gennaio 2019

Serbia e Ungheria, il vento dell'Est che chiede democrazia

Le opposizioni riunite a Budapest e Belgrado contro l'autoritarismo dei governi. Vogliono più Europa e libertà di espressione. Sono in minoranza, ma non mollano.

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A detta del discusso premier dell'Ungheria Viktor Orban la colpa è tutta dell'Unione europea. Nel maggio prossimo si vota per rinnovare il parlamento di Strasburgo e i soliti atlantisti di George Soros, i paladini della globalizzazione che spingono colonne di migranti verso il Vecchio continente, pagherebbero le opposizioni come in Ucraina ai tempi della cosiddetta rivoluzione arancione. Peccato che nell'Ue la Serbia non sia ancora entrata e, come tra i magiari, sotto Natale le opposizioni riunite continuino a portare in piazza migliaia di cittadini contro l'autoritarismo, per il rispetto delle libertà sancite dalle Costituzioni, prima fra tutte quella di espressione.

A Budapest come a Belgrado si manifesta davanti ai palazzi delle televisioni ed è curioso che anche un paladino dell'atlantismo, ai tempi della caduta dell'Urss, come Orban 30 anni dopo si stia riallineando all'orbita filorussa ostile all'Ue.

Il popolo anti Orban.
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TUTTE LE OPPOSIZIONI CONTRO

I tempi sono cambiati e come allora Orban, fondamentalmente un demagogo conformista, sta fomentando gli umori delle folle. Quanto ad Aleksandar Vucic, presidente dall'aprile del 2017, è nel mirino dei dimostranti per l'arroganza contro i politici e i giornalisti che non la pensano come lui e il sospetto di spedizioni punitive. Sia Orban sia Vucic hanno ancora poco da temere: nonostante la società civile dei due Paesi sfidi da settimane il gelo dell'Est con temperature ben sotto lo zero, dimostrando anche la notte, la maggioranza degli ungheresi e dei serbi resta dalla parte dei due leader che sbeffeggiano le minoranze. Vucic, ex ultra nazionalista alleato di Slobodan Milosevic, ha vinto le Presidenziali due anni fa con il 55% e gli ultimi sondaggi lo danno ancora sopra il 53%. Stesso copione per Orban, confermato premier per la quarta volta nell'aprile del 2018 con uno schiacciante 49% e la maggioranza di due terzi del parlamento.

I SERBI TORNANO IN PIAZZA DAL 2000

Anche il Partito progressista (Sns) di Vucic controlla l'ampia maggioranza di 60 su 250 seggi del parlamento. Messe insieme le opposizioni che guidano la protesta sotto l'ombrello dell'Alleanza per la Serbia (Szs) raccoglierebbero, sempre secondo le recenti rilevazioni, appena il 15% dei voti: ancora meno del blocco a 360 gradi anti-Orban che, dall'estrema destra all'estrema sinistra, in un'improbabile cartello sfiorerebbe il 40%. Nei cortei di Budapest le bandiere rosse dei socialisti e dei comunisti si mischiano ai vessilli ultra-nazionalisti dell'estrema destra dello Jobbik, che ha dichiarato guerra al partito Fidesz al governo. Ma conciliare ideologie opposte in un'alleanza per l'esecutivo è praticamente impossibile. Tuttavia è un errore di Vucic e Orban sottovalutare l'insofferenza che cova in Serbia e che monta in Ungheria. A Belgrado le opposizioni non si muovevano dai tempi della rivolta del 2000 contro Milosevic.

Non ascolterò le richieste dei dimostranti neanche se fossero in 5 milioni

Aleksandar Vucic
La protesta serba "uno dei cinque milioni".
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VUCIC TRASFORMISTA COME ORBAN

Nel 2017, eletto Vucic presidente hanno ripreso a gridare al lupo. Già primo ministro tra il 2014 e il 2017, Vucic è un ex militante dei radicali serbi ultra-nazionalisti (Srs), filorussi ed euroscettici. Nel 2008 è fuoriuscito per fondare il partito progressista, populista ma più moderato, a parole favorevole all'Ue. Come in effetti Vuciv per anni lo è stato – come Orban – attestandosi sulle posizioni conservatrici dei popolari europei capitanati da Angela Merkel, finché non è ripreso a soffiare prepotente nell'Ue il vento dell'intolleranza che ha indebolito anche la cancelliera tedesca e che alimenta le estreme destre euro-scettiche e xenofobe. Le opposizioni serbe non hanno mai creduto nella favola del lupo che diventa agnello e rinfacciano a Vucic di essere un autocrate a capo di un governo di corrotti e di instillare nella Serbia ancora lacerata dalle divisioni etniche e religiose della ex Jugoslavia un clima di odio e di violenza politica.

IN SERBIA LA MICCIA DEL PESTAGGIO

La miccia è stato il pestaggio, il 23 novembre 2018, del leader serbo della sinistra Borko Stefanovic, che le opposizioni imputano agli ambienti “progressisti” di Vucic, mandante a loro dire di altre intimidazioni e attacchi. Sprezzante, il presidente ha replicato di non ascoltarli «neanche se fossero in 5 milioni» – e i serbi in tutto sono 7 milioni. Il prossimo voto nazionale è nel 2020, anche per Orban le urne sono lontane, in fondo a Budapest il parlamento ha approvato senza batter ciglio la legge che quasi raddoppia le ore annue di straordinari (da 250 a 400) a disposizione delle aziende. Per decine di migliaia di manifestanti una «legge sulla schiavitù», ma si protesta anche in favore dei valori europei e dei migranti: con più braccia, il lavoro non graverebbe sugli ungheresi. Neanche Vucic ha paura: da moderato, i contestatori potrebbero essere molti di più. Ma dovrà fare i conti con l'ostinazione di chi non lo vuole, cortei sono fissati anche per il 12 e il 16 gennaio.

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