Ritiro Usa Siria Mike Pompeo
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8 Gennaio Gen 2019 1043 08 gennaio 2019

Le incognite del ritiro Usa dalla Siria dietro la missione di Pompeo

Il segretario di Stato in Medio Oriente. Nel tentativo di rassicurare i partner. E sciogliere i nodi del disimpegno americano. Più lontano di quanto l'annuncio di Trump potesse far pensare.

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La missione è delle più difficili e non poteva che essere affidata all’ex numero uno della Cia, Mike Pompeo. Tocca all’attuale segretario di Stato americano tirare le fila dei rapporti tra Washington e i principali interlocutori mediorientali, dopo l’annuncio del ritiro Usa dalla Siria, giunto come una doccia fredda soprattutto per Israele, preoccupato per la possibile espansione dell’Iran. L’abbandono americano arriva in un momento delicato per lo scacchiere dell’area che si estende dalla Giordania fino agli Emirati Arabi e all’Oman, passando per Egitto, Bahrein, Qatar, Kuwait e Arabia Saudita, tutte tappe del viaggio del responsabile della politica estera americana. Oltre ai difficili equilibri nella regione e ai rapporti tra Teheran e Tel Aviv, in agenda anche il caso Khashoggi, al centro di un’altra visita pressoché contemporanea, quella del consigliere per la Sicurezza nazionale statunitense, John Bolton, in Turchia e Israele.

LA STRATEGIA DEGLI USA DIETRO IL «RITIRO»

Il nodo del ritiro americano dal teatro siriano, annunciato a sorpresa da Donald Trump, resta in primo piano nella settimana di fitti colloqui di Pompeo. Un tema in parte affrontato nei giorni scorso dal segretario alla Sicurezza nazionale, che non ha esitato a correggere il tiro rispetto alle dichiarazioni del capo della Casa Bianca: nessun ritiro immediato statunitense, quanto piuttosto un ridimensionamento della presenza di uomini e mezzi nell’arco di quattro mesi. Così ha precisato Bolton, che ha spostato l’attenzione dal piano più strettamente militare a quello strategico e diplomatico, passando il testimone a Pompeo. Nonostante la precisazione di Trump, che il 6 gennaio ha dichiarato di non aver mai parlato di un ritiro “veloce”, l’intenzione di Washington è di far sì che circa 2 mila uomini delle forze speciali “non si allontanino troppo” dall’area.

I NODI ISRAELE-IRAN E TURCHIA-CURDI

La rassicurazione è rivolta soprattutto a Israele. Non a caso, la guarnigione americana rimarrà nella regione di al-Tanf, a Sud della Siria, da dove qualche mese fa partì un raid Usa proprio contro milizie sciite iraniane. Si tratta di una zona strategica anche per il traffico di armi che dall’Iran è diretto agli alleati Hezbollah libanesi, sostenuti nella contesa delle alture del Golan con Tel Aviv. D’altro canto, Pompeo deve anche mantenere un difficile equilibrio tra gli “alleati” turchi e i curdi, appoggiati dagli Stati Uniti in Siria, ma considerati “terroristi” da Ankara. Il ripiegamento militare americano in Siria potrebbe lasciare campo libero alle forze turche, in passato protagoniste di massacri. Per il segretario di Stato, dunque, il difficile compito di confermare l’impegno a difesa delle milizie curde, senza minacciare i rapporti con Recep Tayyip Erdogan. Nello stesso tempo, Pompeo pare voler mantenere un “basso profilo” nell’area, che risulta fondamentale anche per la Giordania, prima tappa del tour che lo vede in otto Paesi in altrettanti giorni, fino al 15 gennaio.

PIÙ PESO AGLI ALLEATI MEDIORIENTALI

Il disimpegno americano passa, dunque, da un parziale ridimensionamento militare, compensato però da una fitta rete di rapporti diplomatici nell’area con i principali partner, a partire da Emirati Arabi e Bahrein, i primi a riaprire una propria ambasciata nella capitale siriana, Damasco, e tra le tappe del viaggio di Pompeo. Proprio il delicato lavoro di tessitura diplomatica del segretario di Stato Usa, secondo gli osservatori, mira a costruire una Arab strategy, con l’intento di affidare progressivamente più peso agli alleati mediorientali. L’obiettivo resta quello di contenere e contrastare una possibile espansione sciita nella zona. Di questo il segretario di Stato americano aveva già parlato a novembre, in occasione della visita a Washington del primo ministro del Qatar, Khalid al-Attiyah, per preparare il terreno alla nascita di una “Nato araba”.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.
ANSA

LA COSTRUZIONE DI UNA NATO "ARABA"

Si tratterebbe di un’alleanza, strettamente legata al Gcc, il Gulf Cooperation Council, con l’obiettivo di portare sviluppo, sicurezza e stabilità nella regione. A farne parte sarebbero, nelle intenzioni americane avallate dai partner mediorientali coinvolti, i sei Stati già membri del Gcc (Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi, Bahrein, Qatar e Oman) oltre a Egitto e Giordania, dove Pompeo in questi giorni tenta di dare concretezza al progetto. Fondamentale, in quest’ottica, anche il ruolo dell’Arabia Saudita, nonostante la crisi nata dal caso Khashoggi.

L'AFFAIRE KHASHOGGI ANCORA APERTO

Per poter rinsaldare i rapporti tra tutti gli interlocutori occorre superare l’empasse del caso Khashoggi, ucciso il 2 ottobre scorso nel consolato saudita a Istanbul. Come confermato dal portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Palladino, Pompeo «cercherà un aggiornamento sullo stato delle indagini sulla morte del giornalista». Il responsabile della diplomazia americana parte dalla dura mozione del Senato Usa, che a metà dicembre ha votato a favore della condanna del principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman. La presa di posizione ha anche l’obiettivo di ridurre il supporto statunitense all’Arabia Saudita, impegnata da sette anni nella guerra contro lo Yemen. Non a caso i senatori americani hanno invocato la War Powers Resolution, la legge federale che permette di controllare il potere presidenziale di impegnare gli Stati Uniti in una guerra, senza il consenso del Congresso. Finora Pompeo ha confermato la linea ufficiale di Washington: ha evitato di incolpare apertamente Riad, senza decidere né ventilare possibili azioni che possano compromettere la partnership economica e strategica.

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