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9 Gennaio Gen 2019 1731 09 gennaio 2019

La questione curda riapre la guerra in Siria

Senza il presidio sul territorio degli Stati Uniti torna alta la tensione tra Iran, Russia e Turchia. Arabi di nuovo contro il Rojava protetto da Assad. Mentre Israele ha pronti i caccia.

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Si poteva anche solo sperare di discutere di protezione dei curdi con la Turchia? Ovviamente no, ma a tanto gli Stati Uniti sono arrivati a causa delle prese di posizione sconcertanti in politica estera di Donald Trump, schizofreniche ma a guardare in profondità sempre più a beneficio della Russia di Vladimir Putin, che non della Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Con l'arrivo dell'anno nuovo, Erdogan ha sbattuto la porta in faccia nientemeno che al primo consigliere per la Sicurezza nazionale di Trump, John Bolton, atterrato in tutta fretta ad Ankara per chiedere a Erdogan di rimangiarsi l'offensiva annunciata contro i curdi in Siria: non era un suo pari né era necessario incontrarlo, ha tagliato corto di fronte al parlamento turco. A sua volta, alla fine dell'anno a Erdogan era stato rifiutato un faccia a faccia con Putin, kingmaker della spartizione siriana.

Ribelli armati dalla Turchia nel Nord della Siria.
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IL CORTOCIRCUITO DEL RITIRO USA

Il leader del Cremlino vuole discutere di Siria solo in incontri triangolari dove siano presenti sia Iran che Turchia. Erdogan, che a casa sua si è ritagliato poteri pressoché assoluti e che ha gioco facile nel confronto con Trump (così come ce l'ha Putin), non riesce invece a gestire come vuole la partita con la Russia. La reazione a catena nelle regioni curde in Siria del ritiro Usa-offensiva turca-controffensiva dell'esercito siriano è stata innescata da una telefonata tra l'inquilino della Casa Bianca ed Erdogan, che ha fatto molto piacere anche alla Russia. Perché senza i circa 2 mila soldati americani di presidio nel Nord-Est della Siria era chiaro, come è poi avvenuto, che i curdi scaricati avrebbero chiesto aiuto ai militari di Bashar al Assad, riforniti da Russia e Iran, per bloccare i turchi in arrivo.

PUTIN ED ERDOGAN PUNTANO SU TRUMP

Un incubo anche per Israele che assiste all'espansione dei pasdaran iraniani in un altro Stato confinante. La conseguenza è che il Pentagono e Bolton tentano di far tornare sui suoi passi Trump, andando (invano) a Canossa da Erdogan e rallentando l'exit delle truppe dal Rojava curdo. Da «30 giorni» il disimpegno si è allungato a «quattro mesi», infine a un periodo non precisato. Anche il presidente americano ha ammesso il pericolo di abbandonare precipitosamente le 16 basi militari in Siria, un corto circuito che mette in ridicolo la potenza a stelle e strisce e il discredito può aumentare. Basta una telefonata per far cambiare idea a Trump, Erdogan è «pronto a richiamarlo in qualsiasi momento» e anche Putin ha evidentemente i suoi canali con la Casa Bianca. Intanto le prime truppe siriane e i rinforzi russi sono tra i curdi.

Le forze di Assad si riprendono Manbij.
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Per Erdogan i curdi che hanno liberato Raqqa dall'Isis sono il ramo siriano dei terroristi del Pkk

IL PERICOLO DELL'ISIS E DI AL NUSRA

Per i curdi la protezione di Assad è stata inevitabile, tutt'altro che entusiasmante ma il male minore, anche per debellare l'Isis che in Siria conta ancora diverse migliaia di combattenti. Senza contare che i jihadisti di fronti opposti come al Nusra, in roccaforti salafite come Idlib, sempre nel Nord della Siria, si stanno saldando con i fuggiaschi dell'Isis in bande di predatori e squadristi assassini. Ancora il 7 dicembre scorso è morto in battaglia contro i terroristi l'italiano Giovanni Francesco Asperti, che come altri stranieri si era unito alle brigate curde Ypg del Rojava, banalizzate dalla Turchia a «ramo siriano dei terroristi del Pkk». Sui curdi Erdogan non sente ragioni, è arrivato a invaderli nel cantone Afrin mentre appoggiava con la Nato la riconquista di Raqqa dall'Isis, da parte della coalizione guidata dalle Ypg curde.

ARABI DI NUOVO CONTRO I CURDI

Anche l'alleanza contro l'Isis delle Forze democratiche siriane (Sdf) tra curdi e ribelli moderati salterà in un attimo se Assad riprenderà la sovranità del Rojava, concedendo ai curdi una qualche autonomia. La maggioranza delle Sdf è composta da arabi sunniti, armati dal 2011 dalla Turchia e dal Qatar nelle rivolte – fallite – di rovesciare il regime. Il contingente americano fa da ponte, anche a Raqqa, con i quadri curdi: senza il loro puntello la tregua fragilissima nel Nord della Siria non reggerà. La Francia ha ribadito di restare nel Rojava, anche per il debito verso i curdi per il sangue versato contro i jihadisti attentatori di Parigi. Ma il loro contingente è troppo piccolo, come quello britannico. Tra gli arabi delle Sdf – come tra i turchi verso i russi – cresce irritazione per la richiesta (accolta) di protezione ad Assad delle Ypg, senza consultarli.

Curde delle Ypg.
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IRAN, TURCHIA E RUSSIA IN COMPETIZIONE

Non secondaria, lo ricorda anche Erdogan, è la questione delle armi americane nelle basi da smantellare nel Kurdistan siriano. Il leader dell'Akp aborrisce che restino in mano alle Ypg anziché essere consegnate «al secondo più grande esercito della Nato», della Turchia che sottinteso si tiene in casa milioni di profughi come pattuito con l'Unione europea ma che non ha esitato ad armare anche estremisti islamici. Come in Iraq e in Afghanistan, un vuoto di potere degli Usa aprirebbe praterie per i jihadisti: l'Isis e al Qaeda possono rialzare la testa. Ma anche le potenze regionali in aspra competizione per la spartizione del Nord della Siria: Erdogan è l'anello debole dell'asse tra Iran, Russia e Turchia che si è creato ai negoziati imbastiti da Putin ad Astana, eppure le sue mire di influenza possono portare ancora molto danno ai curdi e in generale alla popolazione civile siriana.

ANCHE I RUSSI TRA I CURDI DI MANBIJ

La condizione, posta come una pezza da Bolton, di protezione dei curdi per il ritiro degli Usa sarà sempre «inaccettabile» per Erdogan, che non vede l'ora di attaccare. Ma anche Assad e i russi si fregano le mani per l'occasione di rioccupare il terzo del territorio sotto il controllo delle Ypg e delle Sdf, che include anche Raqqa e la regione sottratta all'Isis. Le prime bandierine sono state fissate a Manbij, tra Aleppo e Kobane, dove in soccorso ai curdi hanno fatto ingresso le truppe di Assad e la polizia militare russa. Erdogan potrebbe non arrivare a sfidarli, raggiungendo un qualche accordo di convenienza con Putin. Ma se anche fosse spento il focolaio turco che cova tra i ribelli di Idlib, Israele non gradirà che Trump abbia porto la Siria su un piatto di argento all'Iran e potrebbe aumentare le azioni militari mirate contro Assad, in un 2019 per niente buono per la Siria.

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