Romania presidenza Ue Juncker scontro
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12 Gennaio Gen 2019 1500 12 gennaio 2019

La presidenza della Romania aumenta le turbolenze dell'Ue

Il semestre di Bucarest si apre con le aspre critiche di Juncker e lo scontro legale con la Commissione Ue sui fondi comunitari. Le accuse di frodi e la corruzione diffusa.

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La scommessa del primo semestre romeno di presidenza europea è partita, a gennaio 2019, in un momento turbolento tanto per l'Ue quanto per l'ex Stato satellite dell'Unione sovietica. Anche solo l'inesperienza di Bucarest non rassicura affatto i leader di Bruxelles: con una durezza fuori luogo e anche rovinosa, il capo della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha messo in dubbio che la Romania «abbia compreso cosa voglia dire presiedere i Paesi europei» nel Consiglio dell'Ue. Un organo chiamato, insieme all'Europarlamento, alla funzione legislativa e di bilancio e a coordinare le politiche economiche degli Stati membri, oltre che di sicurezza e politica estera comune. Le apprensioni sull'impreparazione sono comprensibili, nonostante gli intenti di «risolutezza» dei romeni, considerato che il debutto ai vertici dell'Ue cade nei mesi della Brexit e delle Europee del 2019.

LE ACCUSE DI 21 MILIONI DI FONDI SOTTRATTI

Due bombe per l'Ue. Per maneggiarle, all'inaugurazione della presidenza di turno la Romania ha lanciato l'imperativo della «coesione» tra Stati membri. Ma c'è di più: come spesso accade a Juncker quando perde le staffe (in questo caso in un'intervista alla Welt), la questione è anche personale, o meglio riguarda il suo mandato da super-commissario europeo. Di Bucarest l'Ue non si fida perché la sua leadership politica è in collisione con le istituzioni europee per l'accusa di frode di fondi comunitari e di violazione dello stato di diritto, con riforme della giustizia in corso simili a quelle della Polonia e dell'Ungheria. Bruxelles ha richiamato la Romania per il tentativo di indebolire la magistratura romena che indaga anche sulle denunce dell'Ufficio europeo antifrode (Olaf), della Commissione Ue, di distorsione di 21 milioni di euro di fondi tra il 2001 e il 2012.

Jean-Claude Juncker e la premier romena Viorica Dancila.
GETTY

IL RICORSO DI DRAGNEA CONTRO JUNCKER

Al centro delle inchieste per corruzione c'è il leader dei socialdemocratici (Psd) Liviu Dragnea, ancora il personaggio politico più influente della Romania nonostante una condanna per frode elettorale gli impedisca incarichi di governo. Sospettato di aver imbastito una rete criminale e di aver falsificato documenti per ottenere fondi europei quando era amministratore provinciale, in coincidenza con l'inizio del semestre rumeno Dragnea ha sporto ricorso alla Corte di Giustizia europea contro la Commissione Ue, per un rapporto dell'Olaf contro di lui. La guerra giudiziaria tra Juncker e Dragnea complica il mandato della Romania a Bruxelles, già macchiato dalle proteste contro il governo di centinaia di dimostranti davanti alla hall della cerimonia del 10 gennaio, a Bucarest, per l'insediamento alla presidenza dell'Ue.

L'UE E GLI ELETTORI CONTRO LA CORRUZIONE

L'esecutivo guidato dal 2018 dalla premier socialdemocratica Viorica Dancila braccio destro di Dragnea e dal presidente liberale Klaus Iohannis (la Romania è una repubblica semi-presidenziale) non è credibile, agli occhi né dell'elettorato né delle istituzioni europee. La coalizione tra socialdemocratici e liberali, logorata di per sé dai contrasti interni tra Dancila e Iohannis, agevola come in passato la classe politica corrotta: ciclicamente a Bucarest esplodono manifestazioni popolari contro la corruzione, endemica a dispetto delle promesse elettorali di rinnovamento. Nel luglio scorso il procuratore capo nazionale del team anti-corruzione Laura Codruta Kövesi è stato rimosso dopo aver mostrato il pugno duro contro alcuni politici, e da allora l'esecutivo non si è accordato sul nome del successore.

L'Ue è fatta di compromessi, ma sulla corruzione nessun compromesso è possibile

Jean-Claude Juncker

VENTO DI SOVRANISMO ANCHE A BUCAREST

Non si è invece bloccata la riforma della giustizia, nonostante gli appelli dell'Ue a «fare di più contro le frodi» e a non imitare i governi sovranisti del Gruppo di Visegrad. Preoccupa Bruxelles anche la tendenza crescente del governo di Bucarest a flirtare, nonostante l'orientamento politico opposto, con il nazionalismo e il populismo di Polonia e Ungheria, tentando – in forma più soft – strette autoritarie. I contestatori all'inaugurazione del semestre Ue sventolavano bandiere europee, come nelle proteste a Budapest e a Belgrado, accusando i socialdemocratici romeni di «stare con la Russia». Juncker non ci è andato leggero, ammonendo che «l'Unione europea è fatta di compromessi, ma quando si tratta di diritti umani e delle regole della legge, e anche della lotta alla corruzione nessun compromesso è possibile».

L'inaugurazione del semestre Ue romeno.
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IL GIRO DI BOA DELLA BREXIT E LE EUROPEE

Per il capo della Commissione Ue il richiamo della Romania al valore della coesione vale anche sul loro «piano nazionale». Parole che rotolano come pietre. Quelle per la Romania del presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, sono state più morbide, forse perché anche lui dell'Est. Ma, dietro il suo impegno ad «aiutare il più possibile» la prima presidenza romena e dietro la sua fiducia sulla «resilienza» e sulla «migliore prestazione nel guidare l'orchestra dell'Ue», c'è il monito velato «all'agire nelle regole» e a restare «ancorati ai principi» dei valori europei. Incombente, il 29 marzo prossimo, è il giro di boa del distacco della Gran Bretagna: il Consiglio dell'Ue chiude anche gli accordi internazionali. Poi ci sono le elezioni europee dal 23 al 26 maggio 2019, alla fine di una campagna dominata (anche) dalla questione dei fondi dell'Ue.

I MILIARDI DI FONDI PRESI DALL'EST E MAI VERSATI

Stati fondatori come l'Italia versano parecchi soldi di più di quanti ne ricevono indietro, al contrario dei Paesi dell'Est sulla cui gestione opaca pendono diverse denunce dell'Olaf. La stessa Angela Merkel minaccia un giro di vite sui governi del blocco euro-scettico e anti-migranti di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), se continuano a rifiutare le politiche di accoglienza dell'Ue: dalla Germania nel 2017 quasi 20 miliardi di euro sono arrivati all'Europa e i tedeschi ne hanno riavuti indietro meno di 11. L'Italia (dopo Gran Bretagna e Francia) è il quarto contributore – presto diventerà il terzo – in credito di oltre 2 miliardi, mentre la Romania (nellUe dal 2007) ha ricevuto 4,7 miliardi di euro in cambio di 1,2 miliardi versati, la Polonia quasi 12 miliardi su 3.

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