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16 Gennaio Gen 2019 2157 16 gennaio 2019

Come Theresa May è riuscita a sopravvivere alla Brexit

Dal 2016 la premier britannica è riuscita a restare in sella nonostante un risultato catastrofico alle elezioni e due mozioni di sfiducia. E dopo la batosta sull'accordo con l'Ue i Tory le fanno ancora scudo.

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Theresa May resta in sella come nulla fosse e la politica britannica continua a danzare sul ciglio del baratro. Annichilita il 15 gennaio dal voto a valanga dei Comuni contro il suo accordo sulla Brexit, la premier Tory ritrova d'incanto la propria maggioranza per bloccare la mozione di sfiducia al governo del leader laburista Jeremy Corbyn. E, senza cambiare quasi una virgola della sua retorica, si ripropone salda e rigida al centro di uno stallo destinato - se qualcosa non cambia in tempi brevi - a trascinare il Paese verso l'inerzia dell'incognita più temuta, dai mercati e non solo: un divorzio no deal dall'Ue, alla cieca e senza rete.

L'INASPETTATA RESISTENZA DELLA MAY

La seconda premier della storia britannica dopo Margaret Tatcher, d'altronde, è già stata data per spacciata più volte da quando nel luglio 2016 ha sostituito il primo ministro David Cameron, dimessosi dopo il voto sulla Brexit. E ha dimostrato una tenacia (secondo i critici attaccatura al potere) che in pochi si aspettavano. Nel 2017 ha indetto un'elezione generale tre anni prima della scadenza della legislatura nella speranza di rafforzare la maggioranza dei conservatori. Il risultato è stato l'opposto: i Tory hanno perso la maggioranza e per rimanere il governo hanno dovuto chiedere il sostegno del Dup, il Partito Unionista Democratico dell'Irlanda del Nord.

Dopo un azzardo non richiesto e un'umiliazione così forte, la premier è andata avanti come se nulla fosse (mentre tra i Tory cresceva il malumore) fino alla crisi successiva. Nel novembre 2018, in polemica con la sua gestione dell'accordo sulla Brexit, quattro ministri del suo governo l'hanno abbandonata. A dicembre ha affrontato e vinto un voto di sfiducia proveniente dall'interno del suo partito, dove le correnti contrarie alla sua leadership si erano fatte nel frattempo sempre più ostili e corpose. Un mese dopo, il giorno dopo la batosta del parlamento sulla Brexit, si è salvata di nuovo.

I CONSERVATORI SI RICOMPATTANO

Annunciata da Corbyn come un passo obbligato, di fatto senza speranze concrete di successo, la sfiducia non è passata per 19 voti, 325 contro 306. I 118 conservatori ribelli e i 10 alleati unionisti nordirlandesi che 24 ore prima avevano affondato la premier sul dossier chiave della Brexit unendosi alle opposizioni, mandando l'esecutivo sotto di 230 voti e producendo una disfatta storica senza precedenti che nelle parole del leader del Labour avrebbe indotto alle dimissioni «qualunque altro primo ministro» del Regno, si sono riallineati come un sol uomo. Tutti di nuovo nei ranghi - dai brexiteers più oltranzisti alle colombe eurofile favorevoli a un referendum bis - pur d'evitare lo spettro di nuove elezioni, quello d'un governo Corbyn e soprattutto quello di perdere i loro seggi. Un contrordine generale che lascia tutto così com'è, almeno per il momento.

IL DISCORSO DI MAY DOPO IL VOTO DI FIDUCIA

«Sono pronta a lavorare con ogni membro di questa Camera per arrivare alla Brexit», ha dichiarato May dopo aver incassato la fiducia, «sono felice che la Camera abbia espresso la sua fiducia, continueremo a lavorare per realizzare il risultato espresso nel referendum e lasciare l’Unione europea». Il primo ministro punta su «una serie di meeting tra governo e parlamentari», e si impegnerà in prima persona in una serie di incontri «che vorrei iniziare già» nella notte tra il 16 e il 17 gennaio.

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