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Il dialogo tra sordi sulla Brexit che avvicina il no deal

May che bussa tardivamente all'opposizione (ma non al Labour). Corbyn che, per prendersi Downing Street, ignora la Base del partito. Dietro il caos britannico, gli errori di due leader senza un piano B.

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Sotto il piano A, niente. La débâcle dell'accordo May sulla Brexit, affossato la sera del 15 gennaio da un plebiscito parlamentare di proporzioni storiche, è anche quella di una classe politica che si è dimostrata - e continua a dimostrarsi - poco incline a deviare dal percorso prestabilito. Il riflesso di questa tendenza è tutto nelle posizioni speculari assunte dalla premier del Regno Unito Theresa May e dal suo principale oppositore in parlamento, il leader laburista Jeremy Corbyn, a ridosso del voto alla House of Commons.

NESSUNA ALTERNATIVA AL PIANO A

La prima, attraverso il suo attorney general Geoffrey Cox, ha fatto sapere che il piano B che il governo è tenuto a presentare alla Camera bassa entro il 21 gennaio avrà «la stessa forma» e «praticamente gli stessi contenuti» del piano A. Il secondo, dopo avere annunciato la mozione di sfiducia alla premier, ha fatto filtrare che - se questa non dovesse passare - la soluzione sarebbe ripresentarla a oltranza. Sullo sfondo di questo dialogo tra sordi, l'Unione europea morde il freno. Invita Londra a uscire dallo stallo. E, per bocca del suo capo negoziatore Michel Barnier, evidenzia come «il rischio del no deal», di un'uscita "disordinata" del Regno Unito dalla Ue, non sia «mai stato così elevato».

L'ASSENZA DI DIALOGO TRA MAY E OPPOSIZIONI

La riluttanza di May a elaborare una strategia alternativa a quella che l'ha portata a schiantarsi in parlamento va di pari passo con l'assenza di dialogo, in questi mesi, tra la premier e una fetta maggioritaria della House of Commons. La leader del partito conservatore ha dato poco ascolto alle istanze della Scozia, che in occasione del referendum del giugno del 2016 si schierò a favore del Remain, e del Galles (dove pure prevalse il Leave), dando la priorità ai nordirlandesi unionisti del Dup, in quanto alleati di governo. Salvo poi deluderli in sede di accordo con l'Unione europea: colpa di quel backstop che, in assenza di un'ulteriore intesa, creerebbe un confine invisibile in tema di circolazione delle merci tra Belfast e il resto della Corona. Il dialogo è mancato anche con il partito laburista, che è sì all'opposizione, ma conta pur sempre su 262 deputati in una House of Commons composta da 650. Oltre un terzo.

La premier del Regno Unito, Theresa May.

L'APERTURA TARDIVA DELLA PREMIER

Ora, al netto delle parole di Cox, May è consapevole che l'accordo bocciato il 15 gennaio, se ripresentato senza modifiche tra sei giorni, non avrebbe chance di passare. Troppo ampio il divario tra favorevoli e contrari. Il problema è che l'inquilina di Downing Street è a corto di alternative, opponendosi tanto alle elezioni anticipate, in cui potrebbe perdere la poltrona, quanto a un secondo referendum sulla Brexit, che sancirebbe il fallimento del suo mandato politico. E allora, con una mossa che rischia di rivelarsi tardiva, Theresa potrebbe infine aprire a colloqui con le opposizioni per cercare una piattaforma d'accordo condivisa. Una Brexit un po' più soft. Che poi, però, dovrebbe trovare la benedizione della Unione europea. Un'utopia, perché Bruxelles è stata ferma nel ribadire che l'intesa raggiunta a novembre del 2018 con May non è rinegoziabile.

MA NESSUN INCONTRO CON CORBYN

All'indomani del voto ai Comuni, si sono registrati i messaggi concilianti da parte di alcuni leader europei all'indirizzo di Londra. Relativi, però, alla questione delle relazioni future tra Regno Unito e Ue, e non all'accordo vero e proprio. «Abbiamo ancora tempo per trattare», ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel, «ma adesso la premier britannica deve fare una proposta». Prima ancora della reazione degli altri 27 Paesi membri della Ue davanti alle prossime mosse del Regno Unito, l'incognita da valutare sarà l'approccio che le opposizioni adotteranno con May: tenderle la mano, per cercare di evitare il caos, o lasciarla affondare? Senza considerare che, stando alle dichiarazioni della ministra brexiteer Andrea Leadsom, al momento il governo non è disposto a sedersi al tavolo con Corbyn. Ognuno avanti per la sua strada, mentre il Paese annaspa nell'incertezza.

Il leader laburista Jeremy Corbyn.

LA CARTA PERDENTE DELLA SFIDUCIA

In campo laburista, il ventaglio delle opzioni a disposizione sarebbe anche più ampio di quello in mano alla leader conservatrice. Peccato che, per il momento, Corbyn ne consideri una, e una soltanto. Sulla scia del voto del 15 gennaio, il leader del partito laburista - dopo non essere riuscito in questi mesi a formulare un piano alternativo credibile all'accordo May - ha annunciato per il 16 una mozione di sfiducia contro la premier, nel tentativo di prendersi Downing Street. Questa volta, però, i numeri sembrano essere tutti dalla parte di May. Sia l'ala ultraconservatrice dei Tory sia i 10 deputati del Dup, dopo averle votato contro alla Camera dei Comuni, sono intenzionati a salvare la poltrona della premier. Per salvare la propria. E per non mettere il Paese nelle mani di Jeremy il Rosso.

LA BASE HA PARLATO (MA CORBYN NON ASCOLTA)

Se May non dovesse essere sfiduciata, il Labour ha già annunciato che chiederà «un'altra mozione, e poi un'altra ancora». Per ora, i vertici escludono un secondo referendum. Il 16 gennaio, oltre 70 deputati laburisti si sono schierati apertamente a favore di una consultazione bis. Che è sostenuta anche da un numero crescente di organi di stampa - Independent in primis - e dall'86% degli iscritti al partito. Non però dall'euroscettico Corbyn. Il quale, nella sua folle corsa a disarcionare May per prenderne il posto, parla delle elezioni anticipate come del modo migliore per uscire dalla palude. La strada è tracciata. Con buona pace della base e dei compagni di partito. Un piano B? Anche in questo caso, non pervenuto.

16 Gennaio Gen 2019 0920 16 gennaio 2019
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