Bronwyn Berg Disabilita Pregiudizio
ABILE A CHI?
19 Gennaio Gen 2019 1400 19 gennaio 2019

Sei disabile e gridi aiuto? Mi giro dall'altra parte

Un uomo ha tentato di rapire una donna sulla sedia a rotelle nell'indifferenza dei passanti. E lei si è salvata solo grazie ai suoi nervi saldi. La storia di Bronwyn Berg mostra le amare conseguenze di un pregiudizio. 

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«Se vedete una persona in sedia a rotelle (specialmente una donna) che è spinta da qualcuno e sta gridando: “Fermati! No! Aiuto!”, per amore dell'umanità, aiutatela!». Questo appello è di Bronwyn Berg, un'attivista con disabilità. L'ha postato sul suo profilo Twitter il 13 gennaio, giorno in cui uno sconosciuto ha preso il controllo della sua sedia a rotelle e ha iniziato a spingerla contro la sua volontà. Dopo avergli intimato invano di fermarsi, Bronwyn ha gridato aiuto più volte ma nessuno dei passanti è intervenuto a soccorrerla.

L'OMICIDIO DI KETTY GENOVESE

L'episodio mi ha rievocato il ricordo di un “caso” studiato tanti anni fa, quando preparavo l'esame di Psicologia sociale. Negli Anni 60 a New York una giovane donna, Ketty Genovese, fu accoltellata a più riprese (la donna non morì immediatamente), senza che nessuno intervenisse o chiamasse la polizia. Eppure all'epoca il New York Times riportò che l'omicidio fu visto da 37 persone. Ricerche successive hanno messo in dubbio che gli “spettatori” fossero così numerosi ma indubbiamente vi assistettero in molti. La vicenda fu studiata da due psicologi i quali giunsero alla conclusione che il gruppo inibisce la reazione e il senso di responsabilità dei singoli individui. Si chiama “effetto spettatore”: quando ci si trova in mezzo a molte persone si tende a non intervenire davanti a un'emergenza perché si dà per scontato che qualcun altro lo farà.

LA FORZA DEL PREGIUDIZIO

Secondo voi anche i passanti che hanno visto e sentito Bronwyn Berg chiedere aiuto ma non hanno risposto al richiamo sono stati vittime dell'effetto spettatore? Anche se non posso esserne certa, secondo me, no. Sono ovviamente due episodi molto diversi tra loro, soprattutto per il loro esito. Qui però mi interessa richiamare la vostra attenzione su coloro che hanno assistito ai due avvenimenti: nessuno dei testimoni dell'aggressione a Ketty è intervenuto per salvarla ma tutti erano consapevoli di ciò che le stava succedendo. Siamo sicuri che i passanti a cui Bronwyn ha chiesto aiuto avessero effettivamente capito in quale situazione lei si stesse trovando? Io penso proprio di no. Se avessero compreso realmente la scena e cioè che una donna in sedia a rotelle aveva perso il controllo del suo mezzo contro la sua volontà e per mano di un uomo sconosciuto forse qualcuno sarebbe intervenuto a soccorrerla. O almeno lo spero. Probabilmente invece tutti hanno dato per scontato il fatto che la stesse aiutando e che il suo fosse un nobile gesto di solidarietà. Scommetto anche che a nessuno è venuto in mente che l'uomo potesse essere una persona non conosciuta da Bronwyn e che fosse un individuo di genere maschile che stava tentando di rapire una donna con chissà quale scopo. Magari qualcuno ha codificato le grida di aiuto dell'attivista come segni di una disabilità intellettiva, in aggiunta a quella motoria.

Quando ci si trova in mezzo a molte persone si tende a non intervenire davanti a un'emergenza perché si dà per scontato che qualcun altro lo farà. Si chiama effetto spettatore

A SALVARE BRONWYN SOLO I SUOI NERVI SALDI

Anche i media italiani, riportando e commentando la notizia, l'hanno mal interpretata, ritenendola un caso di aiuto non richiesto né desiderato. Io però ho approfondito la questione e ho cercato il tweet di Bronwyn sul suo profilo: l'uomo la stava proprio rapendo, altro che buon samaritano! Tralascio i commenti sulle traduzioni e sulle interpretazioni delle notizie dall'inglese da parte della maggioranza dei media italiani...magari in futuro dedicherò un pezzo a questo tema. Ora concentriamoci su quanto accaduto e scopriamo qual è stato l'esito della vicenda. La donna su Twitter spiega che lo sconosciuto l'ha lasciata ed è scappato via solo quando lei ha aumentato il volume delle sue grida. Questo angosciante episodio ha avuto quindi il suo lieto fine ma solamente grazie ai nervi saldi della sfortunata protagonista e non certo per merito dell'acume e della solerzia di chi ha assistito alla scena. Cosa ne sarebbe stato di Bronwyn se il suo rapitore non fosse fuggito? Avrebbe potuto essere violentata, picchiata e persino uccisa. Nessuno può saperlo. Se le avesse fatto del male, di chi sarebbe stata la responsabilità? Solo dell'autore materiale del reato o anche di chi era presente mentre il crimine si stava consumando ma non ha mosso un dito per impedire che venisse perpetrato?

COSÌ IL MONDO DIVENTA MENO SICURO

Chi osserva una scena dall'esterno, spesso la interpreta i base ai suoi preconcetti e alle sue teorie personali. Ma il pregiudizio a volte può anche uccidere o comunque arrecare ferite difficili da sanare. Bronwyn, commentando l'accaduto, scrive: «Penso che ciò che mi abbia sconvolto di più sia stato il fatto che non c'è stata una persona che mi abbia aiutata! Alcuni uomini fanno queste cose. Succede. Odio che sia così, ma succede. Ma che la gente abbia guardato da un'altra parte mentre stavo gridando aiuto mi fa sentire molto meno al sicuro nel mondo». Spero che il suo racconto faccia il giro del mondo e venga letto dal maggior numero di “normodotati” possibile. Cosa ci deve succedere affinché la nostra voce venga ascoltata e considerata credibile da chi disabile non è? Dobbiamo proprio essere rapite/i, violentate/i, picchiate/i o uccise/i perché ciò che diciamo sia ritenuto attendibile? Magari è così. Solo che allora potrebbe essere troppo tardi per intervenire.

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