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Alle radici della escalation tra Cina e Canada

L'arresto della dirigente di Huawei. I presunti legami con il caso Schellenberg. I sospetti di Ottawa sul ruolo degli Istituti Confucio aperti all'estero da Pechino. Breve storia del "conflitto" in atto.

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La Cina ha dichiarato "guerra" al mondo occidentale. E il Canada è in prima linea. È una guerra sottile, fatta di parole, di ritorsioni, di minacce più o meno esplicite, da parte del gigante asiatico. L'escalation ha avuto inizio con l’arresto in Canada dell'alta dirigente di Huawei Meng Wanzhou, su richiesta degli Usa. Mentre, sullo sfondo, vanno delineandosi gli schieramenti. Per esempio, Taiwan – l’isola “ribelle” invisa ai governanti di Pechino – ha deciso di porre il bando sui prodotti Huawei per asserite “ragioni di sicurezza”: i prodotti del colosso cinese – smartphone e computer – si collegherebbero segretamente alle rete governativa taiwanese per spiare e rubare informazioni sensibili. In una circolare interna, l'Industrial Research Institute di Taipei ha dichiarato che «gli utenti dei prodotti Huawei non potranno accedere alla rete interna dell'istituto per motivi di sicurezza delle informazioni». In questo modo, Taiwan diventa la prima nazione ad aderire ufficialmente alla richiesta di Washington di mettere i prodotti del gigante tecnologico cinese – e più in generale l’alta tecnologia proveniente da Pechino - sulla “lista nera” della propria sicurezza interna.

Il governo di Ottawa, comunque, resta il più esposto sul fronte, in questo momento. Dopo gli arresti arbitrari, avvenuti in Cina nelle scorse settimane, di un ex diplomatico e di un noto uomo d’affari canadese, il 15 gennaio è stata confermata la notizia che Robert Lloyd Schellenberg, anche lui canadese, è stato condannato a morte da un tribunale cinese. Le accuse sono pesanti, traffico internazionale di droga, ma svolgimento e tempistica della vicenda sollevano i sospetti che si tratti di una rappresaglia anti-canadese. Arrestato nel 2014, Schellenberg avrebbe fatto parte di un gruppo criminale intenzionato a far arrivare in Australia 200 kg di metanfetamine nascoste in pneumatici per auto. Lui però, un ragazzone biondo stempiato e occhialuto, ha sempre sostenuto la propria innocenza, giurando di essere stato coinvolto da alcuni malviventi che "pensava amici" in un affare di cui non conosceva nulla. La magistratura cinese si è presa ben quattro anni per arrivare alla sentenza che, infine, nel 2018 lo ha condannato a 15 anni di carcere.

L'INASPRIMENTO DEL "CONFLITTO" TRA OTTAWA E PECHINO

Schellenberg ha fatto ricorso ma, dopo l’esplosione del caso Huawei, la famiglia ha cominciato a temere che la vicenda potesse essere usata a fini di rappresaglia diplomatica. Cosa avvenuta nei giorni scorsi quando il processo d’appello, convocato a tempo di record e al quale, in modo inusuale per le abitudini cinesi, è stata invitata anche la stampa estera, è durato un giorno appena. Niente sconti, anzi: la pena detentiva è stata trasformata in condanna a morte. Risultato: un ulteriore inasprimento del “conflitto” aperto tra Canada e Cina, con i rispettivi governi che hanno firmato una “allerta” per i propri cittadini a non recarsi nell’altro Paese a causa di un “sistema penale” che non garantisce il rispetto dei diritti umani. L'escalation è in atto. E l'eco arriva anche in una cittadina nell’Est della Cina, che si chiama Qufu e, più di 2.500 anni fa, diede i natali a Confucio.

Due culti si affiancano a Qufu. Il primo riguarda l’antico saggio semi-divino cinese, il grande Confucio appunto. In un tempio in suo onore, i visitatori a turno si inchinano e si prostrano davanti a una grande statua che lo rappresenta seduto su un trono. C’è poi l'altro culto che si celebra a Qufu e che riguarda un uomo decisamente molto più vicino a noi: il presidente cinese Xi Jinping. La gente ricorda ancora il viaggio che fece in città nel 2013. Xi fu il primo capo del Partito Comunista cinese a visitare Qufu e i luoghi di Confucio, e il primo a non recarsi alla casa natale di Mao Zedong a Shaoshan, nella provincia di Hunan. Dalla sua ascesa al potere in Cina, il presidente a vita Xi non ha perso occasione per insistere sui legami che – a suo dire – esisterebbero tra le dottrine del saggio Confucio e quelle del Partito Comunista. In una inedita “riapertura” ai sentimenti religiosi (il Confucianesimo è una religione diffusissima non soltanto in Cina ma in molti altri Paesi asiatici, in primis Giappone e Corea del Sud), Xi ha più volte dichiarato che «la fede e in particolare gli insegnamenti confuciani sono in perfetta sintonia con l’evoluzione morale perseguita dal Partito» al potere a Pechino. E per metter in pratica questa sua convinzione, circa 10 anni fa decise di dare vita a una fitta rete internazionale di “Istituti Confucio”.

SEDI CULTURALI O CENTRI DI SPIONAGGIO ALL'ESTERO?

Proprio gli "Istituti Confucio" hanno giocato un ruolo fondamentale nel “conflitto-soft” di cui la Cina è protagonista su scala globale. In diversi Paesi, le sedi sono state accusate di svolgere non soltanto le loro attività istituzionali, ma di agire anche da centri di spionaggio all’estero. Proprio il Canada, recentemente, ne ha deciso la chiusura e li ha banditi dal suo territorio, a seguito della denuncia di una professoressa cinese, che nel 2013 aveva riportato al tribunale per i diritti umani canadese le “gravi violazioni” alle quali era stata sottoposta quando, per andare a lavorare alla sede nordamericana dell’Istituto, aveva dovuto firmare un contratto nel quale si impegnava a non toccare mai argomenti considerati “sensibili”, come gli avvenimenti di Piazza Tienanmen, il culto del Falun Gong o più in generale i diritti umani in Cina. Non si sono prove certe che la rete culturale sia effettivamente un “cavallo di Troia” di Pechino a casa nostra, come affermano le intelligence di diversi Paesi. Di certo, però, la Cina di Xi tiene in grande considerazione gli insegnamenti dell’antico saggio. Almeno quando questi affermava che «arricchirsi è glorioso».

19 Gennaio Gen 2019 1630 19 gennaio 2019
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