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19 Gennaio Gen 2019 1200 19 gennaio 2019

Il delitto Adamowicz e il sottobosco di estrema destra

Da anni il sindaco di Danzica e la sua rete di attivisti erano bersaglio di minacce e boicottaggi. Anche da parte dei cattolici reazionari che sfilavano con i neonazi.

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L'aggressione mortale al sindaco di Danzica Pawel Adamowicz non è la prima contro un politico. Nel 2016 fu uccisa per strada a Leeds la deputata inglese laburista Jo Cox. E altri politici in questa stagione di estremismi e nazionalismi sono stati feriti in Europa anche gravemente, per le loro azioni e le idee di rispetto e di solidarietà verso il prossimo. Adamowicz è stato assalito sul palco di un grande evento di beneficenza in Polonia e le pugnalate al cuore che gli sono state inferte sono, a dispetto dell'atto plateale e violento, ancora più subdole. Il primo cittadino, aperto e liberale, che da 20 anni amministrava ininterrottamente la città da secoli contesa da potenze straniere, era diventato un simbolo di dissenso e un target per tutta la destra reazionaria e sovranista, anche di governo e clericale. Ma difficilmente il suo omicidio potrà essere dichiarato politico, nonostante tutti concordino che sia un sintomo del clima di tensione che si respira in Europa e in Polonia.

L'IPOCRISIA DEL GOVERNO

In migliaia manifestano a Danzica e in altre città, sotto choc per la tragedia. Anche il leader degli ultraconservatori del Pis (Diritto e giustizia) Jarosław Kaczynski ha espresso «grande dolore per l'attacco criminale» e, accusato di strumentalizzazione politica, il compagno di partito e presidente Andrzej Duda ha dovuto rinunciare a una marcia proposta in ricordo di Adamowicz. Tutti si tirano fuori dal clima avvelenato ma la solidarietà è proprio quello che forze di opposizione come Piattaforma civica, ex partito di Adamowicz, non vogliono. Arriva troppo tardi, perché il 27enne di Danzica appena uscito di galera che si è accanito contro il suo sindaco, recriminandogli la sua cattura nel 2014, è un giovane pluricondannato per aggressioni e rapina, in passato in cura per disturbi mentali e di certo cresciuto nella cultura dell'odio che ha pervaso la Polonia. Dove non c'è solo l'estrema destra di Kukiz’15, fondata tre anni fa dall'ex rocker Paweł Kukiz corteggiato da Luigi Di Maio per le Europee del prossimo maggio.

La Polonia sconvolta dall'omicidio di Adamowicz.
GETTY

LA MARCIA DEGLI ULTRANAZIONALISTI

L'11 novembre scorso a Varsavia, alla manifestazione per i 100 anni dall'indipendenza, è sfilato il peggior sottobosco dell'estrema destra neofascista e neonazista, ultranazionalista e ultracattolica, con un seguito di circa 200 mila cittadini accanto a Duda e al premier Mateusz Morawiecki, braccio destro di Kaczynski. Per l'Italia, con il Pis appena incontrato da Matteo Salvini per sancire un'alleanza europea, c'era anche Forza Nuova, e nel 2017 non era andata molto diversamente. «Polonia pura, Polonia bianca», «fuori i rifugiati» e «Dio onore e patria» erano già due anni fa gli slogan, anche antisemiti, dei cortei del blocco patriottico, punteggiati di bandiere falangiste dei suprematisti cosiddetti cristiani: «Una splendida vista» per il ministro della Difesa ed ex ministro dell'Interno Mariusz Blaszczak (Pis). Un'altra esponente regionale del partito, Barbara Nowak, è arrivata a definire «scandalosi» i dipendenti stranieri, oggetto di diverse intimidazioni, al Museo di Auschwitz.

IL RICHIAMO DELL'UE

Sui diritti civili la tendenza è egualmente reazionaria, se possibile ancor più che in Ungheria, alleata di punta nel gruppo sovranista di Visegrad. Nel 2018 le polacche sono tornate a manifestare contro i ripetuti tentativi, con un disegno di legge spinto dalla Chiesa, di restringere il diritto all'aborto già molto limitato in un Paese a larghissima maggioranza cattolica. Altre strette sono in corso sulla libertà di espressione, con l'inasprimento delle misure di sorveglianza, il pugno duro contro le proteste e le crescenti pressioni politiche sui media. Come con la Romania, la Commissione Ue ha richiamato Varsavia perché non riformasse la Giustizia con un emendamento che avrebbe pensionato in anticipo 20 giudici della Corte suprema, attaccando così il presidio rimasto – con i media indipendenti – alla tutela dei diritti fondamentali. La modifica è stata ritirata lo scorso giugno in parlamento, complice la spada di Damocle delle sanzioni Ue. Non di meno il clima resta di «paura» per l'opposizione.

Donald Tusk.
ANSA

ADAMOWICZ NEL MIRINO ANCHE DEI CLERICALI

Da poco rieletto con il 65% per il sesto mandato, a 53 anni Adamowicz era un sindaco molto amato a Danzica, città che nel 2018 aveva ospitato il gay pride e altre iniziative della comunità Lgtb. Duro contestatore dei leader del Pis che, ai tempi del comunismo, militavano con lui in Solidarnosc, Adamowicz difendeva ovviamente a spada tratta l'europeismo e l'accoglienza degli stranieri. Al momento dell'aggressione non a caso si trovava sul palco del maggiore evento della Polonia, organizzato da anni dall'ex musicista e attivista Jerzy Owsiak per raccogliere fondi per gli ospedali pubblici. A sua volta bersaglio di attacchi della destra xenofoba e della Chiesa più integralista, arrivata a boicottare la sua campagna, Owsiak aveva bollato le critiche e le minacce come «linguaggio fascista e nazista». Amico e concittadino di Adamowicz era anche il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, ex premier profondamente toccato dal primo attacco a un leader polacco dalla caduta del comunismo nel 1989.

LE POLITICHE DEL 2019 E 2020

Il compagno di Tusk in Piattaforma civica, l'europarlamentare Jarosław Wałesa, ha definito i fatti di Danzica il «risultato di politici che non si prendono la responsabilità delle loro parole». Lo stesso Duda ha esortato «tutti a un esame di coscienza». Sul più importante e diffuso quotidiano del Paese, la Gazeta Wyborcza, un editoriale ha definito la tragedia un «delitto politico» germinato dal «seme dell'odio». Le divisioni che attraversano la società polacca sono accesissime: per la parte aperta e progressista, dopo la morte del «buon amico» Adamowicz, Tusk appare come il leader capace di mettere sotto scacco il Pis alle Parlamentari dell'autunno prossimo e alle Presidenziali del 2020. Ma la strada è in salita: le Amministrative del 2018 hanno dimostrato che il Pis ha ancora un solido consenso (il 32% contro il 25% di Piattaforma civica), soprattutto nelle aree rurali. Nei sondaggi di inizio 2019 per le Europee, si avvicina al 45%. Dietro Piattaforma civica al 29%, Kukiz’15 al 7% e i socialisti inabissati al 6%.

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