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Verso le elezioni europee
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BASSA MAREA
20 Gennaio Gen 2019 1400 20 gennaio 2019

Il peso del pasticcio Brexit sulle Europee di maggio

Il caos britannico al momento è un un assist alla classe dirigente Ue, odiata dai sovranisti. Ma Bruxelles deve muoversi. E l'opposizione italiana non può confidare solo in Sergio Mattarella. 

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La classe dirigente europea, quella che i nazional-populisti definiscono ordoliberista e liberticida, sta ricevendo un aiuto dalla horrible mess della Brexit. Ma non è detto che l’umiliazione di Theresa May e l’evidente difficoltà di uscire dall’imbroglio nel quale i brexiteer hanno cacciato il Paese possano servire a fermare davvero la crisi delle élite tradizionali, evidenziando gli errori - a partire dall’immigrazione - di chi le contesta. L’appuntamento è quindi a maggio, al voto per l’europarlamento. Misurerà la forza degli schieramenti, e questa volta le conseguenze saranno più significative del solito. Le ragioni del malessere sono vere.

LA GRANDE ILLUSIONE DELLA BREXIT

Le cure alle quali molti elettori credono sono non di rado pure illusioni, a volte dei veri imbrogli per boccaloni, e fra queste illusioni ha svettato in Europa la Brexit, l’idea di poter tornare in poche mosse a un'Inghilterra che non esiste più da 70 anni e che sarebbe stata “rubata” dai malefici continentali in generale e dagli unelected officials di Bruxelles in particolare. Ma il malessere c’è, e per dimostrare che non è nella sua essenza “colpa dell’Europa” come è stato per esempio predicato a milioni di italiani, occorre che l’Europa si muova. Così come deve muoversi la politica nazionale. Possibile che esistano solo Matteo Salvini e Luigi Di Maio (Beppe Grillo l’incauto è stato ridimensionato a dovere a Oxford) e l’opposizione resti affidata al solo presidente Sergio Mattarella?

L'UNICA "RIVOLUZIONE" ITALIANA È L'AUMENTO DELLE TASSE

In caso contrario, rischia di essere gabellato per “rivoluzione”, fino a quando qualcuno ci crederà, quanto sta facendo in molti casi il governo in carica che aumenta il debito pubblico e, alla fine, l’imposizione fiscale; presenta come lungimiranti politiche pensionistiche che sfonderanno le casse già malferme dell’Inps e come sostegno al reddito elargizioni che finora hanno tutto l’aspetto di una riedizione delle pensioni (quelle fasulle) di invalidità. Tutto con un obiettivo: il voto di scambio per le Europee di maggio. Sono in arrivo almeno 2 miliardi di euro in più di nuova imposizione locale da Regioni e Comuni, così a Roma potranno dire che loro non c’entrano. Per questi exploit non c’era bisogno di invocare una “rivoluzione”. Bastavano i vecchi politicanti.

LA GENESI DELLA STAGIONE POPULISTA

La stagione è populista perché caratterizzata in tutta Europa dalla sfiducia nelle élite e, qua e là, certamente in Italia, dal mito della democrazia diretta, dell’uno vale uno, ricetta sicura per intorbidire le acque e fare sì che la Base conti il meno possibile e i capi siano tutto. È una lunga genesi che, nel nostro Paese, comincia con Mariotto Segni e il suo referendum del 1991, passa dagli appelli rottamatori di Massimo D’Alema quando Pci e successive incarnazioni dicevano che i comunisti non c’entravano ed era tutta colpa degli altri, passa dal personalismo di Silvio Berlusconi e arriva, infine, all’iper rottamatore Matteo Renzi, preannuncio dei “rivoluzionari” attuali, incarnazione finalmente della “volontà popolare” contro le infide élite traditrici.

NEO-NAZIONALISMO, UNA DERIVA PREVEDIBILE

La stagione poi è anche nazionalista perché in Europa soprattutto c’è una organizzazione sovranazionale alla quale addossare tutte le colpe. È la rivolta sanculotta dei popoli inascoltati da Bruxelles. Del resto era da lungo tempo prevedibile una ripresa dei vari nazionalismi europei man mano che si attutiva nel ricambio generazionale l’incubo della Seconda guerra mondiale. Henry Kissinger vedeva il neo-nazionalismo profilarsi in Europa in alcuni Paesi, Francia e Gran Bretagna soprattutto, già nel lontanissimo 1966 (deposizione alla Commissione Esteri del Senato Usa del 27 giugno 1966). Il nazionalismo funziona, o sembra funzionare, perché quando la confusione è tanta la nazione e il nazionalismo hanno l’effetto delle gocce di aceto di mele in un pentolino di latte: subito si ottiene la cagliata, qualcosa di apparentemente solido. Siamo al nazional-populismo quindi, e non solo in Italia anche se l’Italia, come già accadeva un secolo fa, nella via della confusione nazionale sapeva e sa precedere gli altri. Anche negli Stati Uniti c’era una sovrastruttura internazionalista. Sono le formule, le regole e le istituzioni del Secolo americano, e contro queste ha giocato e sta giocando le sue carte il nazionalista Donald Trump che cavalca le antiche ostilità nazionaliste americane contro qualsiasi forma di organizzazione internazionale, sempre nemica della volontà del popolo e pronta a soffocarla. Ma è l’Europa, dove c’è con la Ue un forte centro organizzato sovranazionale, il cuore dello scontro.

Matteo Salvini, segretario della Lega e Marine Le Pen, leader di Rassemblement national.

IL FUTURO ANCORA INCERTO DEL REGNO UNITO

La Brexit è stata per ora la sfida maggiore e non si sa come andrà a finire. Potrebbe benissimo non esserci nessuna uscita, ora che il pallino è saldamente nelle mani della Camera dei Comuni, finora esclusa dai giochi dopo il referendum del giugno 2016 e a netta maggioranza contraria alla Brexit. La strada sarà tortuosa, perché non sarà facile superare il referendum del 2016, ma l’esito oggi meno improbabile e quello di una No Brexit. Le carte non saranno chiare in tempo utile per il voto europeo di maggio 2019, ma la vicenda inglese è destinata a pesare così come pesò chiaramente nel 2016, modello e ispirazione per tutte le rivolte contro le élite. Che poi la Brexit fosse guidata dalla fazione più nazionalista dell’élite tutta - quella di Eton, Oxford e Cambridge - che si pose alla testa della preoccupazione e delle ansie dei piccoli inglesi di provincia promettendo facili soluzioni e un beato “ritorno al passato”, è un’altra storia.

IL PALLOTTOLIERE DEL VECCHIO E DEL NUOVO EUROPARLAMENTO

«Saranno 400 milioni di europei a decretare un nuovo rinascimento europeo contro un’Ue senz’anima», dichiara ora Salvini che con Di Maio prevede da tempo al voto di maggio una forte vittoria sovranista che forse ci sarà, e forse no. Oggi i due gruppi dichiaratamente sovranisti, di cui fanno parte Lega (con i lepenisti nell’Enf, gruppo delle Nazioni e Libertà) e Movimento 5 stelle (con i britannici di Nigel Farage, per poco ancora presenti forse, nell’Efdd, Libertà e democrazia diretta), hanno circa 80 voti sovranisti sicuri più due o tre dozzine dagli euroscettici di destra e di sinistra raggruppati in due altri schieramenti. In totale, si può valutare, circa 120 voti, ma è un dato in parte variabile. Oggi il parlamento Ue ha 750 seggi, una maggioranza di 472 (popolari, socialisti e liberaldemocratici) e un’opposizione di 278. Secondo le ultime proiezioni di Politico.com il nuovo parlamento, che avrà con l’uscita (?) dei britannici 705 seggi, potrebbe avere una maggioranza di circa 440 seggi con i verdi e i macroniani francesi che si aggiungono agli attuali popolari e socialisti (entrambi in netto calo) e ai liberaldemocratici, e un’opposizione numericamente analoga a quella attuale dove i sovranisti “puri” passerebbero però da 80 a 100-110 seggi. Alla fine, un parlamento modificato negli equilibri, più sensibile alle istanze anti-immigrazione, ma governato da una maggioranza non molto diversa da quella attuale. Questo se i sondaggi, come invece può accadere, non saranno clamorosamente smentiti.

LA FANTAPOLITICA DI MARINE LE PEN E MATTEO SALVINI

Marine Le Pen sente il vento delle difficoltà e, come Salvini, archivia ora la questione euro che già, ammetteva un anno e mezzo fa, forse le era costata cara alle Presidenziali francesi. Non serve più uscire. Si può cambiare l’Europa dall’interno «quando il presidente della Commissione sarà espressione delle idee mie e di Salvini». Fantapolitica. L’euro non potrà mai essere espressione delle idee di Le Pen e di Salvini. Queste parole sono un segnale di debolezza. Non si può essere sovranisti e accettare l’euro, forte simbolo quotidiano dei limiti della sovranità nazionale. Quanto al presidente della Commissione dal sentire sovranista, occorre che i 28 governi lo nominino e che il parlamento lo voti. Staremo a vedere. Ma la netta sensazione è che il pasticciaccio Brexit non stia passando invano.

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