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21 Gennaio Gen 2019 1747 21 gennaio 2019

Così il franco Cfa rende suddite le ex colonie africane francesi

Anche dopo l'indipendenza 14 Stati mantengono la valuta controllata del franco Cfa. Ma non è vero che pagano il debito pubblico di Macron. È peggio: Parigi continua ad averne il controllo. 

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Toh, il vicepremier grillino Luigi Di Maio ha scoperto del meccanismo del franco delle ex colonie francesi, magari in una chiacchierata con l'altro leader del M5s Alessandro Di Battista, di rientro dal viaggio in Sud America che di Ong ne sa un po' più di lui, per quanto non rinunci a spararle grosse anche sull'Africa. La leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni a onor del vero è da un po' che va criticando il sistema monetario che, nonostante l'indipendenza, vincola 14 Paesi del continente nero all'ex madrepatria. E in effetti è da un paio di anni, ben prima dello sventolare teatrale in tivù di Di Battista e Meloni delle banconote incriminate, che la polemica rinfocola – in un dibattito che va avanti a intermittenza da decenni – per l'arroganza del presidente francese Emmanuel Macron.

Il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron.

IL (COMPRENSIBILE) SOVRANISMO AFRICANO

Ancor più dei suoi predecessori, in visita negli ex possedimenti l'enfant prodige dell'Eliseo non ha mancato più volte di sfidare gli africani che protestano per l'ancoraggio economico-finanziario: un movimento trasversale, dal Camerun al Ciad alla Costa d'Avorio per citare alcuni Paesi, di economisti e attivisti che da tempo rivendicano il diritto alla sovranità monetaria legata a triplo filo alle risorse interne e al mancato sviluppo economico. Chiaro che, con le Europee alle porte del maggio prossimo, la questione del franco Cfa (della Comunità finanziaria africana) faccia comodo ai nazional-populisti del governo giallo-verde. È ideale per strumentalizzare fino alla crisi diplomatica, con l'ennesima esaltazione di un nemico, un problema storico annoso, certo una grossa concausa di flussi migratori dall'Africa. Ma lontano dall'essere risolto.

IL DEPOSITO DELLE EX COLONIE IN FRANCIA


Anche la cancelliera tedesca Angela Merkel, quando ha opinato sull'obbligo dei governi africani del circuito di versare il 50% delle loro riserve nella Banca centrale francese, non si è spesa per svincolare l'economia africana dallo sfruttamento occidentale. Ha piuttosto proposto che il deposito finisse alla Banca centrale europea (Bce), e che il controllo della convertibilità e anche l'influenza sulla politica monetaria dietro alla quale si trova il Bengodi delle materie prime dell'ex colonie francesi - il franco Cfa ha un cambio fisso con l'euro che favorisce le importazioni da parte europea oltre che stabilizzare il potere d'acquisto africano, ndr - non restasse solo privilegio d'Oltralpe ma venisse spartito con quelle degli altri Paesi dell'Ue (cioè soprattutto i colossi tedeschi, olandesi e, fino alla Brexit, dal Regno Unito). Ovvio che dall'Eliseo abbiano detto più volte no, per centrali ragioni anche geopolitiche. La domanda resta quella posta da Macron con strafottenza dal Mali e dal Burkina Faso nel corso della visita del 2017: «Andatevene pure, ma poi riuscirete a cavarvela da soli?»

Macron in visita in Mali.

In cambio del deposito del 50% delle riserve in Francia, i regimi africani possono spostare all'estero i loro capitali

LE BANCHE AFRICANE CON RAPPRESENTANTI FRANCESI

La Cfa non si smantella gridando al lupo, come fanno i grillini ripresi dalla destra più becera, talvolta propagando anche fake news. È senz'altro vero che quanto, con un maquillage linguistico, si spaccia per moneta di una fantomatica Comunità finanziaria africana altro non è che l'ex Fcfa (alla Cfa hanno tolto la F), il Franco delle colonie francesi d'Africa. Ex si fa per dire: il franco Cfa gira in sei vecchi possedimenti d'Oltralpe (Camerun, Repubblica centrafricana, Congo, Gabon, Guinea equatoriale e Ciad), dipendenti dalla Banca centrale degli Stati africani (Beac), e su altri otto (Benin, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senagal e Togo) della Banca centrale degli Stati dell'Africa occidentale (Bceao). Tanto in seno alla Beac a Bangui quanto alla Bceao di Dakar ci sono anche rappresentanti francesi.

DITTATORI ED ÉLITE DIFENDONO LA MONETA CON CUI FANNO ACQUISTI IN UE


In più, in barba ai sovranisti africani radunati alla fine dell'anno con i gilet gialli davanti al palazzone del Beac a rivendicare autonomia, le élite africane al soldo delle potenze occidentali difendono a spada tratta il franco Cfa. Il presidente della Costa d'Avorio Alassane Ouattara per esempio non lo cambierebbe per nulla al mondo: la classe dirigente corrotta delle ex colonie sfrutta la libertà di muovere capitali tra la zona della Cfa e la Francia – in cambio del deposito del 50% delle riserve della Beac e della Bceao – per aprire conti correnti all'estero senza restrizioni. Nel Sahel sono più critici e vorrebbero sganciarsi dal giogo: nella rete economica dell'Africa occidentale si lavora per dare un nome e un simbolo a una nuova moneta unica. Ma per i tempi, molto aleatori, si parla di 2020 e anche oltre.

L'uranio e altre materie prime del Niger.

FISSITÀ E STABILITÀ IN CAMBIO DI SUDDITANZA

Il Mali uscì dalla Cfa nel 1962, dopo l'indipendenza. Ma la moneta propria non funzionò e fu costretto a rientrarci negli Anni '80. Da allora il mondo è un po' cambiato ma la sudditanza verso la Francia, che al contrario del Regno Unito con il Commonwealth mantiene il controllo monetario degli ex possedimenti in Africa, è rimasta la stessa e prima che finanziaria, politica e anche militare. Creato dal generale Charles de Gaulle nel 1945, già a capo del governo provvisorio del dopoguerra, il franco Cfa dà ai Paesi collegati anche la stabilità di un tasso fisso con l'euro (1 euro è uguale a circa 656 franchi della Cfa), che prima era di parità con il franco francese. Evitaturbolenze, ma a pieno vantaggio degli investimenti delle multinazionali.

STRANGOLATI, MA NON PAGANDO IL DEBITO DI PARIGI

L'intento di strozzare l'Africa, tarpandone il decollo di settori come per esempio l'agricoltura, è evidente anche se è un obiettivo cercato non solo da Parigi. Alla nascita del franco Cfa, le riserve da versare alla Francia ammontavano al 100%, sono scese al 65% con la riforma del 1973 dopo la fine delle colonie e infine rinegoziate al 50% nel 2005. Ma è falso affermare, come fanno i grillini e la destra, che Parigi «finanzia il suo debito pubblico» con la «metà dei soldi» degli Stati africani. I circa 10 miliardi di euro del deposito della Cfa convertiti in titoli di Stato francesi rappresentano circa lo 0,5% del debito pubblico d'Oltralpe. Tanto la Beac che la Bceao maturano poi alcuni milioni di interessi, per quanto pochi, su quei titoli: un altro obolo ai dittatori africani. Non è vero che gli africani scappano per non pagare i debiti dei loro sulla carta ex coloni, è molto peggio.

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