Nord Stream Germania Russia Usa

Cosa c'è dietro lo scontro Germania-Usa sul Nord Stream 2

Il gasdotto corre dalla Russia alla costa tedesca. E non piace a Washington. Che vorrebbe inserirsi nel mercato europeo. La strategia di Merkel e le relazioni tese con l'ambasciatore statunitense.

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Richard Grenell è da quasi un anno l'ambasciatore degli Stati Uniti a Berlino. È una specie di controfigura di Donald Trump, trapiantata nella più importante capitale europea. Ex commentatore per Fox News e Breitbart, al servizio di Steve Bannon, è stato per qualche anno sotto George Bush anche il portavoce dell'ambasciatore a stelle e strisce alle Nazioni Unite. Nel 2018 il grande salto e il nuovo ruolo nella capitale tedesca. Che l'effervescente Grenell ha subito preso alla lettera, secondo il modello dell'inquilino della Casa Bianca, tra sparate a colpi di Twitter e passi da elefante nel negozio di porcellana teutonico. Se appena dopo il suo insediamento aveva già oltrepassato il limite dei canoni della diplomazia invitando con bruschi cinguettii le ditte tedesche impegnate a Teheran a stare lontane dall'Iran dopo che gli Usa erano usciti unilateralmente dall'accordo sul nucleare, qualche giorno fa è entrato a gamba tesa alla stessa maniera, scrivendo stavolta lettere ai colossi energetici di casa prospettando ritorsioni sulla questione del Nord Stream 2, il gasdotto che dovrebbe raddoppiare l'import germanico di oro azzurro direttamente dalla Russia. Anche qui: chi non si piegherà al veto americano, rischierà di finire sulla lista nera di Washington.

Gli avvertimenti di Grenell sono stati immediatamente rispediti al mittente, in maniera più o meno sobria, tra chi a Berlino ha usato toni moderati, conoscendo il soggetto e il mandante, e chi ne ha auspicato letteralmente l'espulsione. L'intera questione è nota e intorno ad essa ruotano gli ingranaggi dei rapporti transatlantici che al di là di Trump e compagni sul nodo Nord Stream sono inceppati da un pezzo. La posizione di Berlino è chiara e viene ribadita ogni volta che da Washington e anche da Bruxelles, dove la lobby anti-Nord Stream raccoglie adepti soprattutto tra Polonia e Paesi baltici, arrivano consigli più o meno velati ad abbandonare l'idea: dal 2011 è in funzione Nord Stream 1, Nord Stream 2 va a completare un progetto cominciato ai tempi di Gerhard Schröder e proseguito sotto Angela Merkel. La Germania importa gas da chi vuole e nessuno ha il diritto di immischiarsi nelle questioni interne. Tanto meno gli Usa, che sono diretti interessati a esportare anche in Europa il loro gas liquido (gnl) e vogliono bloccare Nord Stream non tanto per mettere pressione alla Russia di Vladimir Putin in deficit di democrazia, quanto perché mirano a ribaltare il mercato energetico europeo a proprio favore. Peccato che a Berlino sembrano aver fatto i conti, non solo al Kanzleramt, ma anche nei vari consigli di amministrazione, e nessuno pare voler mollare.

IL PRAGMATISMO DI ANGELA MERKEL

Il quadro è semplice: il gas russo è meno caro del gnl americano o di quello del Qatar o dell'Algeria. Se mai diventasse meno conveniente, o se Mosca volesse bloccare tutto (cosa fatta nemmeno durante la Guerra fredda, perché la dipendenza è reciproca), i rigassificatori, quelli che già ci sono ed altri che verrebbero costruiti, potrebbero avere un senso. Al momento si tratta però di fanta-energia. La Germania consuma più o meno 90 miliardi di metri cubi all'anno e attraverso Nord Stream 1 ne importa 55, il resto arriva da Olanda e Norvegia. Certo è che nei prossimi anni questi contingenti sono destinati a ridursi drasticamente, nel senso che il Mare del Nord non è la Siberia, e quello russo ad aumentare. Ecco perché ai tedeschi serve il raddoppio sotto il Baltico, al netto dello sviluppo delle energie alternative e all'abbandono del nucleare. Dal punto di vista della Russia, Nord Stream è anche un progetto geopolitico, ma va a incontrare gli interessi economici e nazionali della Germania. È per questo che Frau Merkel, nonostante la linea dura nelle relazioni con Mosca e l'appoggio incondizionato alle sanzioni relative alla crisi ucraina, ha sempre ostentato un solido pragmatismo e si è opposta ai diktat di Washington, considerati veri e propri ricatti.

In grigio il Nord Stream 1, in rosso il 2.

Berlino cerca ovviamente di dare un colpo alla botte e uno al cerchio mettendo sul piatto garanzie per l'Ucraina che sarebbe davvero tagliata fuori e perderebbe qualche miliardo di dollari all'anno in tasse di transito per tutto il gas russo che passa attraverso il suo territorio in direzione Europa. Ma la Germania se n'è infischiata, già con la costruzione di Nordstream 1, delle lamentele di polacchi e baltici che avevano parlato di una riedizione del patto Molotov-Ribbentropp, e nonostante la guerra nel Donbass e l'annessione della Crimea preferisce ancora il legame con la Russia che dare retta all'Ucraina dell'oligarca Petro Poroshenko, tanto più che la rivoluzione del 2014, avallata con poca lungimiranza, ha portato più costi che benefici. A Kiev come a Berlino. Non è un segreto che l'economia tedesca ha sofferto delle sanzioni e spinge per l'abolizione dei provvedimenti contro Mosca. Le uscite minacciose di Grenell fanno parte di un dossier ben preciso che può concretizzarsi tra un paio di mesi se il Congresso americano approverà una nuova legge sulle sanzioni energetiche contro Mosca; intanto i tubi per Nordstream 2 realizzati dall'italiana Saipem sono pronti per essere depositati sul fondo del Baltico.

21 Gennaio Gen 2019 1147 21 gennaio 2019
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