Venezuela
Venezuela nel caos
Venezuela Juan Guaido Presidente
Mondo
23 Gennaio Gen 2019 1926 23 gennaio 2019

Juan Guaidó si è autoproclamato presidente del Venezuela

Il leader dell'opposizione ha giurato come sostituto di Maduro, spinto anche dal riconoscimento di Stati Uniti, Canada e parte del Sud America. Le cose da sapere sugli ultimi sviluppi nel Paese.

  • ...

«Sì, se puede». L'urlo di obamiana memoria, quel 'Yes we can' che nel 2008 portò l'ex presidente degli Stati Uniti al trionfo, si è levato altissimo su Plaza Venezuela, il cuore di Caracas, in Venezuela. Sono decine di migliaia le persone che hanno ascoltato il capo dell'opposizione e leader dell'Assemblea nazionale Juan Guaidò giurare sulla costituzione, autoproclamandosi presidente ad interim fino a che non ci saranno nuove elezioni democratiche.

GUIADÓ CHIEDE L'APPOGGIO AI MILITARI

Per Maduro, 56 anni, al potere dal 2013 quando successe a Hugo Chavez, è decisamente il giorno più lungo, dopo che lo scorso 11 gennaio si è insediato per il suo secondo mandato. E la tensione a Caracas e in tutto il Paese è alle stelle. Una folla enorme il 23 gennaio si è riversata in strada e solo nella capitale, a seguito degli scontri con la polizia e con la guardia nazionale, sono stati registrati almeno cinque morti e diversi feriti. «Resteremo qui finché il Venezuela non sarà liberato», ha promesso Guaidò dopo il giuramento, chiedendo all'esercito di mollare Maduro e di ristabilire i dettami della Costituzione. «Oggi abbiamo un appuntamento storico con la nostra patria: civili, politici e militari, avremo l'opportunità di ritrovarci con il popolo in tutto il Venezuela», ha detto attraverso i social. «Fratelli e sorelle, sappiamo molto bene che la violenza è l'arma dell'usurpatore, la nostra è invece la voce di milioni di venezuelani che oggi incontreremo di nuovo in strada, in pace per il Venezuela», ha aggiunto.

L'APPELLO ALLE AMBASCIATE: «RESTATE A CARACAS»

Nel corso della giornata attraverso Twitter Guaidó ha chiesto alle missioni diplomatiche presenti a Caracas di restare nel paese sudamericano: «In virtù dei poteri conferitimi dalla Costituzione, comunico a tutti i capi delle missioni diplomatiche e al loro personale accreditato in Venezuela che lo stato venezuelano desidera fortemente mantenere la loro presenza diplomatica nel nostro paese».

UNA SFIDA AL REGIME DI MADURO

L'autoproclamato ha sfidato così il regime in un'escalation che mette in pericolo innanzitutto la sua persona, visti i precedenti di oppositori arrestati, esiliati e addirittura, hanno accusato le associazioni per i diritti umani, torturati. «Gli occhi del mondo sono tutti puntati su di noi», ha tirato però dritto Guaidò. In rivolta contro Maduro sono soprattutto i quartieri operai di Caracas, quelli che una volta lo sostenevano e che ora, ridotti allo sfinimento da una crisi economica senza fine, si schierano invece col giovane ingegnere industriale di 35 anni, sempre più popolare soprattutto da quando l'ex pupillo di Chavez ha strappato ogni potere proprio all'Assemblea nazionale, nel tentativo di stroncare la sommossa.

PRONTO RICONOSCIMENTO DEGLI STATI UNITI

Parallelamente al discorso di Guaidò è arrivato l'atteso riconoscimento ufficiale dalla Casa Bianca: «Nicolas Maduro e il suo regime sono illegittimi», ha affermato Donald Trump, «e il popolo del Venezuela ha fatto sentire con coraggio la sua voce chiedendo libertà e rispetto della legge». Una mossa annunciata: da sempre il presidente americano considera Maduro un usurpatore e un dittatore, mentre il presidente dell'Assemblea nazionale autoproclamatosi leader rappresenta per Washington l'unica figura legittimamente eletta dopo le contestate elezioni politiche nel Paese.

QUASI TUTTO IL SUDAMERICA SCARICA MADURO

Per questo l'amministrazione Usa ha lanciato un appello a tutte le capitali occidentali affinché seguano il suo esempio. Il primo a farlo è stato il Canada di Justin Tudeau, seguito da larga parte dei latinoamericani, Brasile in testa seguito da Costa Rica, Argentina, Ecuador, Colombia, Perù, Paraguay. Anche il presidente cileno, Sebastian Pinera si è poi unito all'elenco. In un comunicato, Pinera ha dichiarato che il suo paese, in quanto membro del Gruppo di Lima, «esprime il suo totale appoggio (a Guaidò) nel suo compito di andare verso una ricostruzione dello Stato di diritto in Venezuela», con un «mandato chiaro: la convocazione di elezioni libere, pulite e trasparenti». «L'Assemblea Nazionale del Venezuela è l'unica istituzione democraticamente eletta e con piena legittimità. Il cosiddetto presidente Maduro è parte del problema e non della soluzione», ha aggiunto il presidente cileno. Da parte sua, il governo brasiliano si è detto disposto ad «appoggiare politicamente ed economicamente il processo di transizione per favorire il ritorno alla democrazia e alla pace sociale in Venezuela», in un comunicato diffuso dal ministero degli Esteri di Brasilia. Si sfilano invece altri due Paesi che hanno ribadito il loro sostegno a Maduro, il Messico di Andrés Obrador e la Bolivia: «La nostra solidarietà con il popolo venezuelano e il fratello @NicolasMaduro, in queste ore decisive in cui gli artigli dell'imperialismo cercano di nuovo di ferire la democrazia e l'autodeterminazione dei popoli. Non saremo mai di nuovo un giardino degli Stati Uniti», ha scritto su Twitter il presidente Evo Morales.

LA RISPOSTA DELL'EUROPA PER BOCCA DI TUSK

La prima voce europea è stata quella del presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk via Twitter: «Spero che tutta l'Europa si unisca nel sostegno alle forze democratiche in Venezuela. A differenza di Maduro, l'Assemblea parlamentare, incluso Juan Guaidò, ha un mandato democratico dai cittadini venezuelani». Nel frattempo il ministro degli Esteri spagnolo, Josep Borrell, ha chiesto che l'Unione Europea convochi una «rapida riunione» a livello ministeriale per affrontare la crisi politica in Venezuela, per «preservare l'unità di azione» dell'Ue. Borrell ha sottolineato che «non si possono prendere decisioni come questa a caldo, senza essere ben informati», aggiungendo che «non prenderemo posizione semplicemente per andare dietro ad altri». L'Ue non ha riconosciuto la liceità delle elezioni presidenziali venezuelane dell'anno scorso e dunque non riconosce la legittimità del secondo mandato di Nicolas Maduro come capo dello Stato, apertosi lo scorso 10 gennaio, ma non ha ancora preso posizione sulla proclamazione di Juan Guaidò.

La contro manifestazione dei sostenitori del presidente Maduro

LA REPLICA DI MADURO: CI DIFENDEREMO AD OGNI COSTO

Pronta la replica del presidente in carica Nicolas Maduro: «Siamo la maggioranza, siamo il popolo di Hugo Chavez», ha detto ai suoi sostenitori accorsi davanti al palazzo presidenziale di Caracas. «Siamo in questo palazzo per volontà popolare, solo la gente ci può portare via», ha aggiunto Maduro citato dai media locali. Il partito del presidente ha fatto appello ai sostenitori per riunirsi davanti al palazzo Miraflores per sostenere il governo. «Ci difenderemo a ogni costo, hanno intenzione di governare da Washington», ha detto ancora Maduro, «Siamo in una battaglia storica, nessuno abbassi la guardia». Il presidente ha poi dato un ultimatum agli Stait Uniti: «Concedo 72 ore ai diplomatici Usa perché lascino il Paese. Dispongo di interrompere le relazioni diplomatiche e commerciali con il governo imperialista di Washington», ha poi aggiunto. Intanto il ministro della Difesa venezuelano, generale Vladimir Padrino Lopez ha dichiarato in un tweet che le Forze Armate del suo paese «non accettano un presidente imposto da oscuri interessi o che si è autoproclamato a margine della legge», confermando il suo appoggio al presidente Maduro.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso