Brexit
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No Deal Brexit Referendum

L'ultima carta nel caos Brexit è un secondo referendum

È solo grazie a un guazzabuglio con tutti veti e nessuna soluzione che l’ipotesi apparentemente assurda di una nuova consultazione si rivela la più sensata. 

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Il confuso spettacolo della Brexit fiaccherebbe anche il più paziente degli osservatori. Non è infatti un semplice «non ci conviene restare, e usciamo», una insindacabile scelta prima di tutto economica. Si tratta piuttosto di un drammone psicologico di massa assai più complicato, scelta politica e identitaria fondamentale, liberatoria per metà Paese, dirompente secondo l’altra metà. Non c’è nessun interesse economico a uscire, anzi. Ma mezzo Paese, uscendo, è convinto di ritrovare se stesso e, da questo soddisfatto, continua a sottovalutare molto i costi economici, chiari ormai dopo le illusioni e le menzogne sfacciate. Perdite marginali uscendo, e opportunità ricche, dicevano fino a ieri anche ai Comuni vari ministri. È vero, ed è chiaro ormai, il contrario. Arrivati al terzo atto del dramma, il Regno Unito deve decidere se il gioco vale la candela. Il Paese è diviso, il parlamento è diviso anche se è assai più remain che leave, il terreno di mediazione è quasi nullo, e non c’è nessun leader autorevole e riconosciuto che possa mediare e guidare.

L'INGHILTERRA TRA MENTALITÀ ISOLANA E ORGOGLIO EX IMPERIALE

«Quando si ritorna in Inghilterra da qualsiasi Paese straniero, si ha subito la sensazione di respirare un’aria diversa...La birra è più amara, le monete sono più pesanti, l’erba è più verde, la pubblicità è più sfacciata», scriveva George Orwell in The Lion and the Unicorn, testo base per chi vuole incominciare a capire l’Inghilterra. Sono trascorsi quasi 80 anni, ma c’è prima di tutto questo senso di “altro” dietro la Brexit. La totale confusione deriva dall’aver alimentato ad arte, in un pubblico dalla profonda mentalità isolana, dal notevole orgoglio ex-imperiale e che si sente diverso (soprattutto gli inglesi, assai meno gli scozzesi), l’idea che tutti i guai compreso l’impoverimento delle classi più basse vengono dal Continente e che la libertà è in pericolo, minacciata dalla supremazia del diritto comunitario. In più c’è, anche in Inghilterra, una rivolta populista contro le élite colpevoli ora soprattutto di aver aderito alla Cee, e infine contro l’immigrazione e la libera circolazione dei cittadini Ue, (oh, foreigner!). Il cocktail è servito. Libertà, identità, benessere: Bruxelles li minaccia. Usciamo ha detto il Paese nel giugno 2016, e ha votato per uscire.

LA PROFEZIA DI JEAN MONNET

Jean Monnet conosceva benissimo dal 1914 gli inglesi e profetizzava nel 1950 che Londra sarebbe entrata alla fine nelle istituzioni europee. «Vi adatterete alla realtà» dopo avere visto che l’Europa «ha avuto successo». Monnet lo disse a Stafford Cripps, Cancelliere dello Scacchiere, e fece in tempo a vedere entrare il Regno Unito nella Cee nel '71-'73 (Monnet morì nel 79). Nel '50 molta stampa scrisse che l’adesione britannica alla nascitura Ceca sarebbe stata «la fine dell’indipendenza». Dopo quasi 70 anni siamo allo stesso punto. Il massimo possibile della mediazione, secondo molti, è il piano di uscita concordato con Bruxelles dalla premier Theresa May bocciato il 15 gennaio con la più secca sconfitta della storia parlamentare britannica, 202 sì 432 no. Il 29 gennaio verrà votata una seconda versione.

TRA UNA HARD BREXIT E UN SECONDO REFERENDUM

Fatto importante, i Comuni hanno finalmente un ruolo, affermato con la secca sconfitta del piano A per la Soft Brexit stile May; ma restano troppo divisi. La premier spera che l’opposizione al piano B dei brexiteer del suo partito diminuisca, perché le alternative sarebbero una Hard Brexit, chiamata anche No Deal Brexit, un’uscita senza regole di disingaggio concordate, o un ben più per loro esecrabile secondo referendum; ma è ben difficile superare i 230 no di differenza ricevuti sul piano A il 15 gennaio. Per i brexiteer poi una vera Soft Brexit, che prevederebbe comunque la permanenza nell’unione doganale e quindi l’accettazione passiva di norme e procedure Ue e della giurisdizione in materia della Corte del Lussemburgo, resta indigeribile, un tradimento. «Saremmo comunque colonizzati», è la loro obiezione. Il tanto citato, spesso a vanvera, modello norvegese sarebbe una vera Soft Brexit. I laburisti si stanno avvicinando in modo confuso all’ipotesi di un secondo referendum, e cercano di evitare con norme ad hoc una No Deal Brexit, dilazionando quindi l’applicazione dell’art.50, l’uscita legale di Londra dalla Ue, che scatta il 29 marzo. Senza accordi per una Soft Brexit non restano che un rinvio della data del 29 marzo, un’ultima ricerca disperata di un’intesa, se no poi il nuovo referendum, anatema per i brexiteer. O la Hard Brexit, che i laburisti però vorrebbero comunque escludere.

UN «SUICIDIO NAZIONALE» DA EVITARE

In questi giorni si stanno giocando essenzialmente due partite. Theresa May cerca di convincere che il suo pieno B potrebbe farcela. Il parlamento cerca di arrivare a una linea univoca, per ora improbabile. L’ex premier conservatore John Major ha implorato May di abbandonare le sue red line, limiti invalicabili quali il totale rifiuto del diritto comunitario che fanno della sua Soft Brexit una Brexit assai poco soft, se davvero vuole una soluzione ragionevole; Major ha anche invitato i partiti a lasciare libertà di voto ai Comuni per vedere su quale soluzione sia possibile trovare una maggioranza trasversale. «I parlamentari hanno alcuni doveri e uno di questi è cercare di impedire alla gente di commettere un suicidio nazionale», ha detto l’11 gennaio scorso Dominic Grieve, conservatore pro remain ed ex ministro della Giustizia di David Cameron. Da Bruxelles Michel Barnier, il capo negoziatore Ue, fa sapere però che non serve dilazionare, occorre decidere, fuori, mezzo dentro (una Soft Brexit), o dentro, detto in termini semplici. Il nodo della frontiera irlandese, tra Belfast e Dublino, si risolve con almeno l’opzione “mezzo dentro”, cioè l’Uk che resta nell’unione doganale ed eventualmente anche nel mercato unico; ma i veri brexiteer non accettano. May vorrebbe il “mezzo dentro”, ma le sue incaute red line, linee rosse invalicabili, tra cui una sulla Corte Ue, lo rendono impraticabile; da tempo ha deciso di non avere nemici a “destra”, cioè fra i brexiteer, e rifiuta quindi sia unione doganale che permanenza nel mercato unico.

IL TESTAMENTO DI MARGARET THATCHER

«L’insularità degli inglesi, il loro rifiuto di prendere sul serio gli stranieri», scriveva ancora Orwell, «è una follia che infligge di quando in quando il pagamento di un pesante prezzo». E non ci sarebbe da meraviglirsi troppo se gli inglesi fossero disposti, forse in numero sufficiente, a pagarlo ancora. Le chance di un nuovo referendum, da formulare attentamente, partono però dal seguente quesito: erano chiari nel 2016 i costi dell’operazione? Ma il mito del nazionalismo e della “diversità” è fortissimo, in molti. Parlando nell’ottobre 1999 al congresso dei conservatori a Blackpool una Margaret Thatcher ormai da quasi nove anni non più premier lasciò un testamento che è la bandiera dei brexiteer. Non parla di economia. La Iron Lady era stata ferma sostenitrice e artefice del mercato unico, quello stesso che ora molti brexiteer vorrebbero abbandonare, ma di Bruxelles non le interessava altro. La disprezzava, in fondo, e le sue parole furono a Blackpool perfettamente in linea con la diagnosi di Orwell. «Siamo certamente il miglior Paese in Europa. E in vita mia tutti i problemi sono venuti dall’Europa continentale, e tutte le soluzioni sono venute dalle nazioni anglofone sparse per il mondo». Thatcher detestava i continentali in genere e i tedeschi in particolare perché «inaffidabili» come era emerso in un famigerato incontro diplomatico e storico ai Chequers nel marzo 1990.

I SOVRANISTI TIFANO PER UNA HARD BREXIT

Vladimir Putin e Donald Trump, in parte per gli stessi motivi, tifano Hard Brexit, e già questo dovrebbe aiutare a capire che ai britannici e all’Europa non conviene. Ma le sirene del nazionalismo sono scatenate e seducenti. Nel frattempo i nostri Salvini e Di Maio della Brexit non parlano. E pensare che l’avevano salutata come l’apertura della nuova era, il momento di osare. Salvini era pronto a «metterci la faccia». Ce l’ha messa ed è quasi capo del governo. Ma la Brexit ancora non si sa dove sia. È solo grazie a questo guazzabuglio dove tutti hanno veti e nessuno soluzioni che l’ipotesi apparentemente assurda di un nuovo referendum, da presentare non come una sconfessione del primo ma come scelta tra più opzioni fra le quali il remain, potrebbe alla fine rimanere l’ultima surreale carta.

27 Gennaio Gen 2019 1400 27 gennaio 2019
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