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Venezuela nel caos
Crisi Venezuela Petrolio
DIPLOMATICAMENTE
29 Gennaio Gen 2019 1300 29 gennaio 2019

Non è il petrolio ad alimentare la crisi venezuelana

Nessuno ha interesse a far precipitare il Paese, neppure per impossessarsi delle sue grandi risorse di greggio. Perché nella congiuntura attuale il mercato mondiale potrebbe anche farne a meno.

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Come andrà a finire lo scontro Maduro-Guaidò che il mondo intero sta seguendo con crescente preoccupazione? Impossibile dirlo al momento ma intanto appare sempre più urgente dare alla popolazione venezuelana almeno la speranza di ritrovare condizioni di vita accettabili, umanamente, socialmente e politicamente. Questa è la vera posta in gioco che sembra sfuggire alla comprensione di Maduro e dei suoi accoliti, civili e militari, le cui responsabilità in proposito sono gigantesche e sono andate crescendo nel tempo.

IL VENEZUELA E LA MALEDIZIONE DEL PETROLIO

So bene che secondo alcuni osservatori tali responsabilità sono da addebitare a manovre esterne pilotate dagli Usa e dai loro sodali finanziari internazionali, ma l’intreccio di corruzione, insensata gestione delle risorse del Paese, criminalità, inflazione siderale, per citare solo gli aspetti più vistosi del dramma venezuelano, sono sotto gli occhi di tutti. È un dramma reso ancor meno comprensibile dal fatto che il Venezuela è un Paese che vive in miseria pur essendo molto ricco di risorse energetiche e minerarie e che invece di attrarre migranti ne produce a un ritmo divenuto impressionate, in perfetta coincidenza con quella che viene chiamata la maledizione del petrolio.

LA MOSSA DI GUAIDÓ NEL RISPETTO DELLA COSTITUZIONE

Se le condizioni di vita della popolazione sono decisamente critiche, quelle politico-istituzionali non sono da meno se si considerano le forti riserve manifestate da gran parte degli osservatori internazionali sulla correttezza dello svolgimento delle elezioni presidenziali del maggio del 2018, le manomissioni operate sulle istituzioni fondamentali del Paese, a cominciare dallo stesso parlamento, e le brutali misure di repressione adottate nei riguardi degli oppositori e delle manifestazioni di protesta. Si dirà che una parte della popolazione appoggia il regime attuale. È vero, ma ciò non basta a sfamare il Paese. E poi la storia ci insegna come ciò non basti neppure a rendere democratico un regime che tra l’altro ha fatto delle forze armate e di sicurezza, suoi grandi beneficiari, il baluardo del proprio potere. A fronte di questa situazione non poteva e non doveva stupire che “qualcuno”, ancora in condizione di farlo e dal pulpito della presidenza dell’Assemblea parlamentare, decidesse di alzare la bandiera della illegittimità della presidenza Maduro, formalmente rinnovatasi il 10 gennaio scorso e appellandosi a un preciso articolo della Costituzione giurasse di assumere il potere esecutivo per traghettare il Paese verso elezioni davvero libere e democratiche. Non dunque l’usurpazione del ruolo di presidente, ma l’assunzione di una responsabilità, peraltro rischiosa. Con l’indicazione di una rotta segnata dalla volontà dei venezuelani.

​LA GUERRA FREDDA VENEZUELANA

Si è trattato di un gesto che alcuni hanno voluto vedere nella sua tempestività come “pilotato” da Washington e dai soliti poteri forti del capitalismo aggressore. In realtà vi è stata semmai l’erronea dichiarazione di "riconoscimento" di Guaidó e non della sua veste di traghettatore politico-istituzionale. Era però evidente che la sua presa di posizione dovesse essere stata pre-concordata non solo con Donald Trump ma anche con Luis Almagro, il Segretario generale dell’Osa (Organizzazione degli Stati americani). E ciò allo scopo di garantire che la voce di Guaidó trovasse subito a livello internazionale un’eco forte e non fosse subito soffocata dal regime. E così è stato, col mondo che si è ritrovato diviso su due sponde quasi da Guerra fredda; con l’Occidente schierato con Guaidó o comunque a favore di un percorso di mediazione elettoral-riconciliatoria con Maduro e con con Russia e Cina (e la Siria di Bashar al Assad) contro ogni interferenza esterna, tanto più se mirata a un cambio di regime, anatema per quei due Paesi e non solo. La seduta del Consiglio di Sicurezza di sabato 26 gennaio è stata fedele testimone di tale spaccatura, del resto scontata nelle sue motivazioni e nelle sue conclusioni che hanno fornito un’ulteriore conferma dell’ormai conclamata inadeguatezza delle Nazioni Unite – per assetto rappresentativo e procedure decisionali – a farsi garante della governance del mondo in termini di pace e sicurezza. Situazione bloccata dunque e rischio di una temibile e prevedibilmente rovinosa oltre che sanguinosa guerra civile? È del tutto possibile visto che il buon senso non è la cifra dell’esercizio di un potere non democraticamente esercitato.

LA PRESSIONE INTERNAZIONALE PER EVITARE LA GUERRA CIVILE

Ma a ben vedere c’è dell’altro che non deve essere trascurato. C’è Mosca che non vuole certo farsi trovare dalla parte sbagliata nel futuro del Venezuela e punta, seppure discretamente (vedasi il ministro degli esteri Sergej Lavrov), a uno sbocco di conciliazione. Così la Cina, soprattutto in questo momento. C’è Maduro che sta facendo la voce grossa ma ha negoziato con Washington una permanenza di 30 giorni - e non più di 72 ore come dichiarato in un primo tempo - del personale delle rispettive ambasciate, segno che esiste un filo di dialogo. Filo che penso stia correndo anche con Mosca e Pechino. C’è la defezione dell’addetto militare venezuelano a Washington: un gesto isolato, certo, ma anche la potenziale spia di una qualche insofferenza all’interno dell’apparentemente granitico schieramento delle forze armate. C’è l’offerta dell’amnistia da parte di Guaidó che alla fin fine potrebbe insinuare all’interno dell’apparato militare oltre che dello stesso giglio magico di Maduro il cuneo del dubbio sulle prospettive a medio termine. C’è una pressione internazionale che continua e appare destinata ad accrescersi. E che oscilla tra il riconoscimento immediato di Guaidó quale presidente (Usa, Canada e gran parte dei Paesi latino-americani), la sollecitazione perentoria ad annunciare elezioni entro otto giorni (Francia, Germania, Spagna e Inghilterra) e il monito a esplorare vie di riconciliazione nazionale ed evitare di far scoppiare il bubbone della guerra civile che sta temibilmente gonfiandosi.

UN'OCCASIONE PERSA PER IL GOVERNO ITALIANO

​Il governo italiano, in questo contesto, ha perso l’occasione di parlare con una sola voce e quale partner affidabile dell’Unione europea rendendo noto anche a chi non lo voleva sapere che la posizione di equilibrio manifestata ufficialmente era fondata su una divisione interna. C’è la chiamata di Guaidó a una grande manifestazione popolare pacifica alla fine della settimana che coincide con la scadenza indicata dai quattro Paesi europei, che Maduro non poteva non respingere al mittente. Ma forse il fatto più importante è che nessuno ha interesse a far precipitare il Venezuela nell’abisso, neppure per impossessarsi delle grandi risorse di cui il Paese dispone; perché, in definitiva, nella congiuntura attuale il mercato mondiale potrebbe anche fare a meno del petrolio venezuelano.

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