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A che punto è la Brexit dopo il voto del parlamento

Secondo May ci sono alternative al backstop e quindi c'è possibilità di ridiscutere parte dell'accordo con l'Ue. Ma da Buxelles arriva la doccia fredda.

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Bruxelles ha sbattuto la porta in faccia a Theresa May. All'indomani del dibattito e del voto alla Camera dei Comuni a Londra, il 30 gennaio è arrivata secca la replica dell'Unione europea. Il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha gelato la premier britannica ribadendo ancora una volta che l'accordo di divorzio «non sarà rinegoziato» ed ha avvertito anzi che il rischio di un'uscita «non ordinata» del Regno Unito dall'Ue si avvicina sempre di più. Un contesto che prevede ogni tipo di scenari, anche «i peggiori».

JUNCKER: «ACCORDO DI OTTOBRE IL MIGLIORE POSSIBILE»

La richiesta di Downing Street, sulla spinta dei falchi brexiteer, di rinegoziare l'intesa tornando ancora una volta a Bruxelles con l'obiettivo di ottenere una modifica per allontanare il contestato backstop sulla questione del confine irlandese, per l'Ue resta dunque lettera morta. L'accordo sul tavolo «resta il solo e il migliore possibile», ha tuonato Juncker. «Lo abbiamo detto a novembre, ribadito in dicembre e poi a gennaio». L'oggetto del contendere resta appunto il backstop: meccanismo di garanzia imposto dall'Ue per assicurare che il confine fra Irlanda del Nord e Irlanda resti senza barriere anche dopo la fase di transizione post Brexit, quali che siano destinati a essere le future relazioni fra Londra e Bruxelles, come prevede fra l'altro lo storico accordo di pace irlandese del Venerdì Santo del 1998.

La premier britannica «aveva dato il suo impegno personale» per evitare un ritorno a una frontiera fisica in Irlanda, ma nessuna garanzia può valere se fosse a tempo «determinato», ha sottolineato il presidente dell'esecutivo comunitario nel suo intervento alla miniplenaria a Bruxelles. Un concetto ripreso anche dal capo negoziatore Ue per la Brexit, Michel Barnier, che ha definito il backstop «non dogmatico», ma una soluzione «realistica». «Ho difficoltà ad accettare questo scaricabarile che alcuni» in Gran Bretagna «vogliono giocare contro di noi», dal momento che la premier May «ha preso le distanze dall'accordo che lei stessa aveva negoziato», ha accusato poi il francese.

SECONDO MAY ESISTONO ALTERNATIVE AL BACKSTOP

Per May invece esistono «soluzioni alternative» al backstop, il riferimento della premier britannica è in particolare a non meglio precisati strumenti tecnologici. Su questo Barnier ha lasciato intravedere un minimo spiraglio ma «solo dopo la firma dell'accordo di ritiro». Non prima, come pretenderebbe la maggioranza di Westminster. A delineare la fase di stallo del processo in corso sono poi i numerosi interventi degli eurodeputati convinti che alla compattezza dei 27 corrisponda invece una mancanza di unità a Londra. «Mancano poco meno di due mesi» alla data d'uscita del Regno Unito dall'Ue, «abbiamo urgentemente bisogno di vedere proposte positive da Londra su come superare lo stallo», ha ricordato Roberto Gualtieri (Pd). Mentre Antonio Tajani si è detto «preoccupato per il destino e i diritti dei 3 milioni e mezzo di europei, tra cui 600mila italiani» residenti nel Regno.

SI CONTINUA A LAVORARE A MISURE IN CASO DI NO DEAL

Nel frattempo l'Ue continua a lavorare a misure d'emergenza pronte a scattare in caso di una Brexit senza accordo, con l'obiettivo di tutelare il più possibile i cittadini. Commissione e Consiglio Ue hanno adottato tre nuove misure che tutelano gli studenti Erasmus, le pensioni dei cittadini che hanno lavorato in Gran Bretagna e i pagamenti per i programmi Ue dal bilancio 2019. I ragazzi Ue che al 29 marzo studiano in Gran Bretagna (circa 14 mila) e i ragazzi britannici che studiano in Ue (circa 7mila) vedranno garantiti la loro borsa Erasmus sino al completamento del periodo all'estero previsto. Gli europei che fino al 29 marzo hanno compiuto un periodo di lavoro in Gran Bretagna se lo vedranno riconosciuto per il calcolo della pensione. Inoltre i 27 si impegnano a pagare i fondi Ue per tutto il 2019 a istituzioni, imprese, ricercatori e cittadini britannici per i progetti già avviati entro il 29 marzo se la Gran Bretagna pagherà il suo contributo per il 2019 al bilancio Ue. E di piani per un ipotetico no deal è tornata a parlare pure la numero uno della Confindustria britannica (Cbi).

MAY PROVA A CERCARE L'INTESA CON I LEABUR

Mentre la stessa May sembra iniziare a prendere in considerazione l'ipotesi d'un compromesso con l'opposizione laburista, di fronte all'ombra del fallimento del suo supplemento di negoziato sul backstop. Tanto da incontrare Jeremy Corbyn per un primo faccia a faccia dedicato ad approfondire il piano B del Labour su una Brexit più soft che mirerebbe a lasciare la Gran Bretagna almeno nell'unione doganale. Faccia a faccia «serio e utile», nella parole di una portavoce.

30 Gennaio Gen 2019 1540 30 gennaio 2019
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