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30 Gennaio Gen 2019 1530 30 gennaio 2019

I limiti della geopolitica di papa Francesco in Venezuela

Finora la Santa Sede è rimasta in disparte. Fedele all'approccio multilaterale di Bergoglio. Il negoziato tra le parti ritenuto un miraggio potrebbe però aprirsi con l'appello di Maduro al Vaticano. 

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Nel precipitare della crisi venezuelana la Santa Sede è rimasta, fino ad ora, in disparte. L’abile diplomazia vaticana, che tradizionalmente esercita la propria azione facendo leva su un principio fondamentale – essere un soggetto super partes più che una potenza politica, un'autorità morale terza rispetto alle contese internazionali – non ha più molte frecce al suo arco, anche se si tiene pronta a rientrare in gioco non appena si intraveda uno spiraglio di negoziato. Una possibilità che pare essersi aperta il 30 gennaio 2019. Parlando di una possibile mediazione internazionale, il presidente Nicolas Maduro si è infatti detto favorevole a un intervento di altri Stati per sostenere il dialogo e tra questi ha menzionato proprio il Vaticano.

LA PRUDENZA DI PAPA FRANCESCO SUL VENEZUELA

Il primo a rompere timidamente gli indugi era stato lo stesso papa Francesco sul volo di ritorno da Panama verso Roma dopo la giornata mondiale della gioventù. D’altro canto, proprio nei giorni in cui il pontefice si trovava nel piccolo Paese centroamericano, il Venezuela viveva giorni particolarmente drammatici. Le dichiarazioni ufficiali provenienti dall’entourage di Bergoglio erano improntate alla più assoluta prudenza: «Il papa segue da vicino l’evolversi della situazione e prega per le vittime e per tutti i venezuelani». Questo nel tentativo di prendere tempo e verificare la portata degli eventi che si accavallavano di ora in ora e valutare l’ipotesi, in verità assai flebile, di una possibile mediazione. Alla fine Francesco ha confermato il posizionamento super partes della Santa Sede: «Io appoggio tutto il popolo venezuelano che sta soffrendo», ha dichiarato. «Se mi mettessi a dire ‘date retta a questi Paesi o a quegli altri’, mi metterei in un ruolo che non conosco. Sarebbe una imprudenza pastorale da parte mia e farei danno». Quindi il riferimento forse più importante: «Mi fa paura lo spargimento di sangue. E per questo chiedo di essere grandi a coloro che possono aiutare a risolvere il problema. Il problema della violenza mi atterrisce». «Devo essere un pastore di tutti», ha ribadito, «e se hanno bisogno di aiuto, che si mettano d’accordo e lo chiedano».

UNA OFFERTA DI MEDIAZIONE (SPUNTATA)

Era un’offerta di mediazione, pronunciata senza enfasi, con il pessimismo dovuto alla gravità della crisi in atto, ma in ogni caso si trattava pur sempre di una proposta fatta direttamente dal papa. In pratica, spiegava il pontefice, possiamo intervenire come Santa Sede solo se le parti in lotta sono entrambe d’accordo, il che presupporrebbe però una volontà reciproca di negoziare. E questo resta il punto chiave irrisolto: non esiste un tavolo negoziale, né il Vaticano è in grado di proporlo; disarmate in tal senso sono anche le Nazioni Unite mentre le proposte di mediazione avanzate da Paesi come Messico e Uruguay sono cadute nel vuoto. La Santa Sede per la verità cercò già nel 2017 a esercitare una moral suasion nella crisi venezuelana, ma senza risultati e alla fine il Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, si ritirò in buon ordine.

GLI UOMINI DELLA DIPLOMAZIA E IL LEGAME CON CARACAS

D’altro canto l’esclusione o autoesclusione del Vaticano dalla crisi in corso a Caracas non è un fatto privo di conseguenze. Di fatto la vicenda venezuelana sta coinvolgendo e interessando tutti i principali player dello scacchiere mondiale: dalla Cina agli Stati Uniti, dalla Russia all’Ue solo per citare i principali. In sostanza il primo papa latinoamericano che ha già svolto un ruolo in almeno due negoziati cruciali in America latina – l’accordo per la cessazione della guerriglia delle Farc in Colombia, l'allentamento della tensione fra Stati Uniti e Cuba – si muove ora con la massima cautela fino a risultare quasi esterno alla partita in corso. E sì che il capo della diplomazia di Francesco, il cardinal Parolin, è stato fino a pochi anni fa nunzio apostolico proprio a Caracas, dunque conosce bene la realtà del Paese. Non solo: il nuovo sostituto per gli Affari generali della segreteria di Stato, monsignor Edgar Peña Parra, è di origine venezuelana, mentre a Caracas è attualmente nunzio monsignor Aldo Giordano, diplomatico esperto, in precedenza osservatore permanente al Consiglio d’Europa di Strasburgo.

LA PREOCCUPAZIONE PER UNA ESCALATION DI VIOLENZA

In realtà dalla posizione vaticana traspare una preoccupazione reale per il rischio di uno scenario che precipiti nella violenza, nel «bagno di sangue», anche perché fino ad ora uno dei protagonisti della crisi, l’esercito, è rimasto fedele al regime di Nicolàs Maduro. Difficile dire fino a che punto possa arrivare la repressione e se la crisi possa degenerare in una guerra civile. Quel che è certo è che Maduro, erede sempre più traballante del caudillo rosso Hugo Chavez, non ha al momento intenzione di mollare la presa.

Papa Francesco durante la giornata mondiale della gioventù a Panama.

LA CHIESA VENEZUELANA, DALL'ANTICHAVISMO AL SOSTEGNO AL POPOLO

La Chiesa locale negli anni passati si è schierata decisamente contro il chavismo, per questo è stata prima accusata di parteggiare per la borghesia. Successivamente, pur restando nettamente contraria al regime, ha scelto una posizione più indipendente rispetto alla contesa politica per collocarsi vicino alla «popolazione che soffre». Nei giorni scorsi, i vescovi venezuelani hanno diffuso una nota nella quale rivolgendosi «in questo momento cruciale e difficile a tutto il popolo venezuelano e a tutta la componente civile e militare» hanno ricordato che «le condizioni di vita del popolo venezuelano sono note a tutti»: «Violazione del diritto al cibo, alla salute, al lavoro e alla sicurezza», fatti che «insieme all'emigrazione forzata recente» sono ora aggravati «dalla repressione violenta contro chi manifesta il proprio malcontento».

IL PRECEDENTE DELL'UCRAINA

Se in passato l’attitudine negoziale della Santa Sede, il dialogo con Chavez e lo stesso Maduro erano stati contestati da parte dell’episcopato venezuelano, oggi c’è maggiore intesa. Qualcosa di simile era accaduto anche con la crisi ucraina quando la chiesa greco-cattolica fedele a Roma avrebbe preferito un pronunciamento netto ed esplicito della Santa Sede a favore delle posizioni indipendentiste e nazionaliste espresse dal clero locale in contrapposizione a Mosca. Nel nuovo scenario globale, Francesco ha cercato di svincolare la Chiesa da un’intesa privilegiata con gli Stati Uniti e l’Europa, ha portato la Santa Sede in un territorio più incerto ma dove poteva essere riconosciuta come interlocutore da tutti. Così ha guidato i negoziati fra la Casa Bianca e il regime castrista e, sul piano più propriamente religioso, grazie alla terzietà dimostrata nella crisi ucraina, si è potuto verificare lo storico incontro con Kirill, patriarca ortodosso russo a Cuba. Al contempo il Vaticano ha compiuto importantissimi passi in avanti nelle relazioni con la Cina dove il cristianesimo è penetrato fino ad ora solo a piccole gocce.

IL MIRAGGIO DELL'APPROCCIO MULTILATERALE

Tuttavia i focolai di crisi e di guerra – Venezuela, Ucraina, Siria solo per citare i principali – si moltiplicano, le popolazioni civili ne escono martoriate, non vi è traccia di negoziati capaci di porre fine alle guerre rispettando i diritti umani. Su questo piano, indubbiamente, la diplomazia vaticana è rimasta ora impotente, disarmata, senza carte da giocare in un mondo in cui i rapporti di forza si misurano di nuovo all’interno di confronti armati e politico-economici senza esclusioni di colpi, passando da Washington a Mosca a Pechino. Il papa e il Vaticano restano di certo soggetti guardati con rispetto e attenzione dalle capitali del mondo ma l’approccio multilaterale invocato Bergoglio per risolvere le crisi e le guerre secondo "giustizia" resta solo una pallida speranza; se quella speranza possa riaccendersi in Venezuela, grazie anche alla caparbietà della Santa Sede, si vedrà nei prossimi giorni.

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