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Chi sono e dove operano i mercenari russi del gruppo Wagner

Sarebbero volati in Venezuela per proteggere Maduro. Ma non è il primo caso in cui Mosca li usa per la sua politica estera. Dall'Ucraina alla Siria, storia della formazione guidata dallo chef di Putin.

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Il nuovo potere della Russia non si esercita solo a colpi di troll e fake news. Il protagonismo di Mosca nella politica internazionale, tratto distintivo della presidenza di Vladimir Putin, ha iniziato a fare leva anche sulle milizie private, in particolare il cosiddetto Wagner group. Una formazione para-militare che sta diventando una sorta di braccio armato del Cremlino pronto ad agire negli scenari considerati strategici.

COS’È IL WAGNER GROUP E CHI C’È DIETRO

Secondo gli Stati Uniti il Wagner group è stato fondato da Dmitry Utkin, un ex agente del Gru, l’ex servizio segreto militare di Mosca. Diversi media russi, citati dalla Bbc, hanno fatto risalire la nascita del gruppo al 2013, quando Utkin venne individuato in Siria con un gruppo di combattenti riuniti sotto l’etichetta di “Slav Corps”. Ritirato con scarsi successi dal teatro siriano, Utkin avrebbe riorganizzato il gruppo sotto l’etichetta Wagner tra il 2014 e 2015. Il nome, ha scritto il giornale indipendente Fontanka.ru, sarebbe un omaggio al compositore tedesco Richard Wagner amato da Utkin che non ha mai nascosto simpatie naziste. Stando a degli informatori del network russo RBC, il gruppo verrebbe supervisionato direttamente dal Gru. L’altro tassello che lega a doppio filo i mercenari al Cremlino è dato da Yevgeny Prigozhin, che i giornali hanno battezzato come lo chef di Putin.

Yevgeny Prigozhin.

LO CHEF DI PUTIN DALLA RISTORAZIONE AL BUSINESS MILITARE

Prigozhin è un personaggio dalla tipica storia russa. Di umili origini, ha passato parte della sua gioventù in galera. Negli Anni 80 è entrato e uscito dal carcere per aggressione e furti minori. Negli Anni 90, in corrispondenza del crollo dell’Urss, ha iniziato a costruire il suo impero con una piccola azienda di forniture alimentari e successivamente con un noto ristorante di San Pietroburgo. Proprio quel locale l’avrebbe aiutato a entrare in contatto con l’entourage di Putin e poi con lo stesso presidente. Negli ultimi anni ha mostrato tutte le doti di un oligarca russo, in particolare la diversificazione. Ha continuato la sua attività nella ristorazione occupandosi degli appalti per le mense scolastiche a Mosca, si è inserito nel business delle estrazioni minerarie, in attività legate al governo russo, con il coinvolgimento nell’Internet Research Agency, considerata dagli americani come la “fabbrica dei troll” responsabile della diffusione di fake news durante le elezioni presidenziali del 2016, e poi ovviamente nel business militare. Lo chef infatti sarebbe il gestore del Wagner group, ed è legato a Utkin da un rapporto di lunga data: quest’ultimo è stato infatti il capo della sicurezza di Prigozhin per un certo periodo. Nel giro di pochi anni il gruppo è diventato uno strumento utilizzato spesso da Putin per azioni precise e nascoste. Secondo varie valutazioni, attualmente Wagner opererebbe in almeno cinque Paesi, ultimo dei quali il Venezuela.

L'incontro tra Maduro e Putin a Mosca il 5 dicembre 2018.

I BOOTS ON THE GROUND RUSSI IN VENEZUELA

Nello stesso momento in cui Juan Guaidó si auto-proclamava presidente a interim, il governo americano di Donald Trump lo riconosceva come unico interlocutore. In quel momento il mondo si è spaccato in due blocchi, pro e contro Nicolas Maduro, con la Russia che si è stretta intorno all’erede di Chávez. Per questa operazione Mosca si sarebbe appoggiata al gruppo guidato da Utkin. L’indiscrezione è arrivata dall’agenzia Reuters, che ha parlato con almeno tre fonti diverse. Il Cremlino ha ufficialmente smentito l’operazione, ma conferme sono arrivate anche da Yevgeny Shabaev, il leader di una formazione paramilitare cosacca, che ha profondi legami con i gruppi paramilitari. Shabaev ha raccontato al Guardian che alcuni parenti dei combattenti coinvolti gli hanno rivelato che l’ordine di partire sarebbe arrivato già lunedì 21 gennaio, qualche giorno prima delle nuove proteste. La missione prevede di formare un gruppo per proteggere gli alti livelli del governo di Caracas. Secondo Shabaev il team a difesa di Maduro sarebbe composto da circa 400 uomini, ma altre fonti hanno detto alla Reuters che il contingente è molto più piccolo. Le stesse hanno indicato una diversa data di arrivo: una ha spiegato che l’approdo a Caracas sarebbe avvenuto nel maggio del 2018, un’altra si sarebbe limitata ad affermare che lo sbarco è avvenuto solo recentemente, forse in concomitanza con l’insediamento all’inizio del 2019.

Soldati in tenuta anti-sommossa durante una manifestazione a Caracas.

IL POSSIBILE LEGAME DEI MERCENARI CON CUBA

Shabayev ha spiegato che i mercenari non sarebbero arrivati direttamente da Mosca, ma da L’Avana. Questa versione è però difficile da verificare. I dati disponibili sui siti che si occupano di tracciare gli aerei mostrano un certo numero di voli tra la Russia e il Venezuela, ma non si possono collegare direttamente all’arrivo dei mercenari. Dmitry Aleshkovsky, attivista e blogger russo, ha provato a tracciare lo spostamento di alcuni voli russi a partire da Mosca, in particolare quello di un Ilyushin-96, registrato con il numero RA-96019, che il 19 gennaio sarebbe volato da Mosca fino al Senegal, per poi ripartire per il Paraguay il 23, e trasferirsi infine e Cuba (fotografato da alcuni osservatori), per poi spegnere il transponder e ricomparire il 26 gennaio a Mosca. A dicembre altri tre voli hanno fatto la spola tra Russia e Venezuela, sia velivoli civli come l’Ilyushin che aerei cargo come nel caso di Antonov-124.

Le tappe dell'Ilyushin-96 (Fonte: Flight Radar 24).

LE PRIME MISSIONI IN UCRAINA

Il fatto che il delicato dossier venezuelano possa essere gestito da un gruppo nato solo pochi anni fa è il segno della fiducia che ripone il Cremlino nel suo braccio armato. Una fiducia costruita con una serie di missioni (dall'alto costo di vite umane) portate a termine in altri teatri delicati, primo fra tutti quello ucraino. Le fila dei paramilitari guidati da Utkin hanno preso parte sia all’annessione della Crimea sia alla guerra nell’Est Ucraina verso la fine del 2014. Composti prevalentemente da veterani dell’esercito e ultra nazionalisti, i membri di Wagner hanno combattuto tra le file dei separatisti della cosiddetta repubblica di Luhansk. Secondo la ricostruzione di Sergey Sukhankin della Jamestown foundation, il gruppo ha mostrato il suo potenziale soprattutto per la preparazione militare elevata, garantita dai legami diretti e indiretti con il Gru. Ma il salto di qualità definitivo secondo gli esperti come Sukhankin è avvenuto nel 2015 con il conflitto siriano.

SUCCESSI E DISASTRI NEL CONFLITTO SIRIANO

Secondo diverse stime il gruppo di mercenari avrebbe operato nel Paese con circa 2.500 uomini, pagati con stipendi intorno a 300 mila rubli al mese (circa 4 mila euro). Per Wagner quella siriana è stata una campagna con luci e ombre. Nel 2016 si è resa protagonista della prima riconquista di Palmira contro lo Stato Islamico, parallelamente ha combattuto nei settori di Latakia e Aleppo aiutando le forze di Bashar al-Assad a riconquistare il territorio, agendo come forze armate aggiunte, in stretta collaborazione con il Gru. Il momento più difficile è avvenuto nel febbraio del 2018 a Deir ez-Zor, nella Siria sud-orientale, quando un centinaio di uomini è stato ucciso da un raid americano nei pressi del villaggio di al-Isba mentre si scontrava con le forze curde dell’Sdf. Il bagno di sangue, e le imprese compiute in tre anni di guerra, hanno permesso a Prigozhin di passare all’incasso. Un incasso chiamato Africa.

Il video del raid americano contro i miliziani russi in Siria.

LA CAMPAGNA AFRICANA DEL GRUPPO

Secondo le ultime informazioni, Wagner sarebbe attiva in almeno due Paesi africani. Nel gennaio del 2018, stando a un rapporto del think tank Stratford, un gruppo di uomini sarebbero arrivati in Sudan. Le ragioni del dispiegamento sono varie, ma tutte ruotano intorno al destino del presidente Omar al-Bashir. È facile ipotizzare che il loro ruolo sia legato al conflitto con il Sud Sudan, ma non solo. Gli uomini di Prigozhin sarebbero stati schierati anche a protezione di alcuni impianti minerari, con ogni probabilità ottenuti per il debito di sangue pagato nel conflitto siriano. Un'operazione molto simile avvenuta a stretto giro anche nella Repubblica centrafricana, dove nel luglio 2018 sono stati uccisi tre giornalisti russi che indagavano proprio sulle operazioni di Prigozhin. In generale Prigozhin si sta infiltrando nel continente offrendo protezione, consulenze militari tramite addestramento, ma anche servizi per la propaganda elettorale, il tutto in cambio di connessioni estrattive. Secondo un’inchiesta di Bloomberg il magnate russo farebbe affari con almeno 10 Paesi tra i quali Repubblica democratica del Congo, Libia, Madagascar, Angola, Guinea, Guinea-Bissau, Mozambico e Zimbabwe.

2 Febbraio Feb 2019 1800 02 febbraio 2019
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