Tunisia Proteste 2019

Cosa c'è dietro le tensioni che scuotono la Tunisia

Il congelamento dei salari. La povertà e la disoccupazione in aumento. L'ombra del terrorismo. E la crisi politica. I cinque nodi alla base dell'instabilità che torna ad attraversare il Paese nordafricano.

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Rincari generalizzati, anche sui beni di prima necessità, stipendi congelati, disoccupazione (soprattutto giovanile), corruzione, terrorismo e mancanza di prospettive di crescita rischiano di far precipitare la Tunisia in una nuova “Rivoluzione dei Gelsomini”, come fu chiamata la serie di moti che tra dicembre 2010 e gennaio 2011 portò alla destituzione dell’allora presidente Ben Ali, guida militare e civile indiscussa del paese dal 1987. A otto anni da quei giorni di sommosse, molti dei problemi che causarono la “rivoluzione”, che poi diede il via alle cosiddette “primavere arabe”, sono ancora tutti da risolvere, a partire dalla povertà della stragrande maggioranza della popolazione, alle prese con prezzi in aumento e retribuzioni ferme da anni.

1. GLI STIPENDI BLOCCATI E LO SCIOPERO GENERALE

Sono 670 mila gli impiegati statali interessati dal congelamento dei salari, previsto da un accordo tra il governo e il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), che ha concesso un programma di prestiti da 2,8 miliardi di dollari in cambio di una politica di riduzione del cronico deficit del Paese nordafricano. Le autorità tunisine mirano a ridurre il deficit di bilancio del 3,9% entro il 2019, partendo dall’attuale 6,6%. Per farlo hanno programmato di tagliare di tre punti percentuali il costo dei salari del settore pubblico (oggi pari 15,5%), entro i prossimi due anni. Forti le proteste, soprattutto da parte del sindacato Tunisia General Labour Union, con il quale è naufragata la trattativa in corso da settimane, portando allo sciopero generale di giovedì 17 gennaio, che ha paralizzato anche i trasporti.

Una manifestazione contro il congelamento dei salari.

2. L'AUMENTO DI TASSE E POVERTÀ

Ad aggravare la situazione c’è un aumento della povertà che riguarda la maggior parte della popolazione, alle prese da oltre un anno con il rialzo del prezzo del petrolio, in seguito a una legge finanziaria che ha aumentato anche le tasse su beni come telefonia, automobili e internet. A risentire dei rialzi è stato però anche il settore alimentare, a dispetto delle promesse del governo di intervenire solo sui prodotti di lusso. Da qui l’ondata crescente di tensione, che ha già portato da tempo alle oltre 8 mila manifestazioni all’anno registrate in Tunisia.

Il 2018 si è chiuso con un tasso di disoccupazione generale al 15%, ma con un picco del 35% tra i giovani

3. LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE IN CRESCITA

A preoccupare è anche la mancanza di lavoro per i più giovani, ossia quella parte di popolazione dalla quale otto anni fa partì l’ondata di proteste. Il 2018 si è chiuso con un tasso di disoccupazione generale al 15%, ma con un picco del 35% tra i giovani. È stato proprio un 32enne, alla vigilia di Natale, il protagonista di un gesto clamoroso: il 24 dicembre il reporter precario Abderrazak Zorgui si è dato fuoco sulla piazza dei Martiri di Kasserine in segno di protesta contro la mancanza di lavoro, emulando Mohammed Bouazizi, l’ambulante che con il suo martirio fece scattare la rivoluzione otto anni fa. Alla morte del giornalista, giunta dopo due giorni di scontri tra la popolazione e la polizia (con ricorso anche ai lacrimogeni per disperdere la folla), sono seguite proteste anche a Tunisi e in altre città al confine con l’Algeria. Zorgui, prima di morire aveva esortato su Facebook tutti i disoccupati della regione a scendere in piazza per reclamare il proprio diritto al lavoro e a un futuro migliore, accusando il governo di trascurare Kasserine con il pretesto della lotta al terrorismo.

Scontri con la polizia.

4. IL TERRORISMO E LO STATO DI EMERGENZA PROLUNGATO

Proprio il rischio di terrorismo è un altro dei motivi di tensione interna al Paese. Il 3 gennaio scorso due jihadisti si sono fatti saltare in aria, dopo essere stati individuati dalla polizia. Le autorità tunisine hanno risposto prolungando lo stato di emergenza, già in vigore dal 2015. A peggiorare una situazione già incandescente ci sono poi le tensioni politiche interne: il potente presidente della Repubblica, Beji Caied Essebsi, è in contrasto con il premier Youssef Chahed, i cui poteri (insieme a quelli del parlamento) sono indeboliti da una Costituzione che prevede un regime presidenziale misto. Manca ancora, inoltre, una Corte Costituzionale per dirimere i contrasti tra i poteri dello Stato. Per la Tunisia, che finora ha rappresentato il Paese con la maggiore svolta democratica dopo le rivoluzioni del 2011 (basti pensare a Libia, Egitto e Siria), ora si presenta il rischio di un ritorno al passato con conseguente perdita di parte di quei diritti civili e sociali acquisiti negli ultimi anni, anche per le donne che avevano vissuto una maggiore emancipazione.

Il presidente della Repubblica, Beji Caied Essebsi.

5. LA CRISI POLITICA E L'INCOGNITA DELLE ELEZIONI NEL 2019

Youssef Chahed guida un governo di unità nazionale che ha il difficile compito di coniugare il rilancio economico e l’attuazione di riforme sociali, con l’esigenza di far quadrare il bilancio statale. In questo clima la Tunisia ha iniziato tra nuove proteste nell’anno che la porterà a elezioni presidenziali, per le quali non c’è ancora una data (si ipotizza ottobre-novembre). Nel suo discorso di fine anno, il presidente Essebsi ha confermato che si ricandiderà, mentre restano le incognite sui rapporti tra i due principali schieramenti politici. A settembre si è registrata la fine dell’alleanza tra il partito modernista Nidaa Tounes (vincitore nel 2014 e il cui leader è il figlio del presidente) e l’islamico Ennhadha, vincitore alle Amministrative del marzo 2018. Il rischio di un risultato non chiaro è uno spettro che crea incertezze in un Paese che aspira a un ruolo di primo piano nel mondo arabo e che il 31 marzo ospiterà proprio il vertice della Lega Araba.

2 Febbraio Feb 2019 1353 02 febbraio 2019
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