Brexit
Brexit
Brexit M5s Lega Pro Brexit
BASSA MAREA
3 Febbraio Feb 2019 1400 03 febbraio 2019

Pro Brexit e gialloverdi sono gli apprendisti stregoni della politica

Blasonati o meno, entrambi hanno promesso sogni impossibili e sostenuto teorie a dir poco fantasiose. La miscela britannica è già esplosa, quella nostrana ci costerà parecchio. 

  • ...

A giudicare dai risultati non fa molta differenza se una classe politica è cresciuta in scuole blasonate come Eton, Cambridge, Oxford e altre, oppure a Pomigliano d’Arco, Siracusa e le valli bergamasche, non di rado in istituti di provincia e spesso senza neppure vere esperienze di lavoro. Se vendono più sogni che realtà entrambi i gruppi a un certo punto si trovano nei guai, blasoni o non blasoni.

È questa la storia di due Paesi, Gran Bretagna e Italia, uno alle prese con la Brexit e l’altro con le promesse della rivoluzione grillin-salviniana. Le situazioni sono per molti aspetti diverse: una svolta precisa, cruciale e storica per l’arcipelago britannico, ben netta e definita nei tempi imminenti, assai meno nelle modalità e dagli esiti del tutto incerti; una generica aspirazione “a fare da sé” in un’Italia cullata da vaghe melodie di Italexit e di frequente polemica anti-Ue, a proposito e a sproposito. Sono Paesi diversissimi per molti aspetti, a partire dal fatto che uno è bene amministrato e l’altro arranca. Al nocciolo c’è per entrambi la visione nazionalista: abbasso la Ue, fuori dalla Ue, meno Ue e tutto andrà meglio. Cambridge, Oxford, Pomigliano o zona Bande Nere a Milano e Sant’Ilario (Beppe Grillo) fischiettano la stessa aria.

LE FARNETICAZIONI SUL DEBITO PUBBLICO

Il caso italiano ruota, alla fine, attorno a un unico problema: il debito pubblico. Con a latere, dalle conseguenze potenti sulla politica, il problema dell’eccezionale ondata migratoria in atto. Chi ha la colpa del debito? Con evidente ragione l’attuale maggioranza gialloverde dice che lo ha ereditato, la colpa è di quelli di prima. Il problema sta nelle soluzioni proposte. Mentre i precedenti i governi, chi più chi meno, si limitavano a spingere in avanti il problema come si spinge a calci una vecchia lattina di birra, quello attuale dice che in fondo il problema non esiste. O non esisterebbe se si potessero mettere in atto i rimedi indicati dal nazionalismo economico con il quale i 5 stelle amoreggiano da tempo e del quale Matteo Salvini ha fatto a lungo la sua filosofia di governo. Importanti ruoli parlamentari affidati ai neo eletti Alberto Bagnai e Claudio Borghi ne sono l’esempio. La loro ricetta è semplice: torniamo alla piena indipendenza della Banca d’Italia, usciamo cioè dall’euro, aboliamo gli accordi del 1981 che esentavano la Banca centrale dall’acquisto dei titoli invenduti del Tesoro, e il debito non sarà più un problema, perché Bankitalia potrà creare tutta la moneta necessaria a coprirlo.

Claudio Borghi, Matteo Salvini e Alberto Bagnai della Lega.

Non ci vuole una particolare dimestichezza con la politica monetaria per capire che questa è la peggiore delle ricette latinoamericane. Ora è sospesa, vagola nell’empireo ma non è sconfessata. Salvini e ancor più i 5 stelle dicono adesso che l’euro può restare. Lo dicono perché i sondaggi dimostrano anche in Italia una netta preferenza per la moneta unica rispetto a un ritorno alle vecchie valute nazionali. Sperano di stravincere al voto per l’europarlamento, a maggio. E cambiare il tutto dall’interno. Vedremo il combinato disposto, tra realtà e bluff.

IL NODO BREXIT E LE TRE POSSIBILITÀ DI LONDRA

I tempi britannici invece sono stringenti e il bluff, se c’è, si paleserà prestissimo. Al momento Londra avrebbe tre possibilità: una soft Brexit cioè un’uscita concordata lungo le linee del piano May che ora però dopo il voto parlamentare del 29 gennaio Londra vuole rinegoziare e Bruxelles no; una hard Brexit, uscita non concordata e che di colpo porterebbe tutti gli scambi con la Ue alle regole Wto, dogane cioè controlli, fine di standard comuni e così via, cioè un terremoto; e infine un nuovo referendum inevitabilmente con più opzioni, hard Brexit, uno o più tipi di soft Brexit, e Remain, cioè nessuna uscita dalla Ue. È quest’ultima opzione quella che più di mezzo Paese oggi pare chiedere. Non è detto però che i risultati della consultazione del 2016 possano essere ribaltati, anche se a sua volta quest'ultima aveva ribaltato l'esito del referendum del 1975 con cui il Regno Unito aveva aderito all'Europa.

La premier britannica Theresa May a Downing Street.

IL RISCHIO DI FINIRE IN UN CUL DE SAC

Queste tre opzioni sono ora in realtà ridotte a due perché l’Europa a 27 non vuole, e in realtà non può, portare all’intesa con Theresa May quei cambiamenti che a stretta maggioranza i Comuni e la stessa premier, rovesciando le sue stesse personali posizioni, ora chiedono con 317 voti contro a 310. Detto semplicemente: Londra vuole il massimo del distacco politico da Bruxelles e il massimo dei vantaggi commerciali di un rapporto “speciale”, senza neppure una semplice unione doganale. Ma un’unione doganale è necessaria per mantenere aperta la frontiera fra Irlanda del Nord (che è Regno Unito) e Repubblica d’Irlanda, che è Ue, una frontiera delicata e che ha un forte significato politico.

L’unione doganale sarebbe il cosiddetto backstop, o barriera di sicurezza, contro il quale i brexiteer si sono ribellati il 29 gennaio ai Comuni, vincendo per un soffio e chiedendo sì una frontiera aperta ma senza unione doganale. Impossibile per i partner Ue avere una frontiera aperta con uno Stato totalmente estraneo. Sarebbe la fine dell’Irlanda nella Ue e della Ue stessa. Senza backstop le opzioni vere restano due: hard Brexit o nuovo referendum. E poiché è assai dubbio che, a parte i circa 120 deputati conservatori che sono il nocciolo duro del Leave, il parlamento britannico voglia davvero scegliere entro la data prefissata del 29 marzo la hard Brexit con tutte le sue gravi incognite, non resterebbe che l’ipotesi di una qualche permanenza nella Ue, parziale o piena (unione doganale, e magari anche mercato unico). Cioè, alla fine, un probabile secondo referendum, di non facile formulazione. Comunque si scelga, il Paese è in un cul de sac. In sintesi: soft Brexit impossibile allo stato attuale, hard Brexit dai costi certamente punitivi, una qualsiasi forma di Remain umiliante per i brexiteer.

L'ex ministro degli esteri britannico, Boris Johnson.

LA GENESI DELLA BREXIT COME EMPIRE 2.0

I brexiteer di Oxford, Cambridge e dintorni si sono cacciati in questo guaio da soli con le loro promesse fantasiose e irreali e l’anno fatale è stato il 2013. L’opposizione alla Ue aveva raccolto un terzo esatto degli elettori nel referendum del '75 che ratificava l’adesione del '71-'73. Era già allora decisa, dura, di stampo fortemente nazionalistico, convinta della separatezza dal continente e non ha mai mollato. Con il nuovo millennio si aggiungevano la sfiducia di matrice populista nelle élite, dopo il 2008 soprattutto, e il problema degli immigrati: non a tutti piace che il sindaco di Londra sia un pakistano. Ma gli anti-Ue sapevano, e dicevano, che sciogliere il nodo europeo era complicato, complicatissimo, e questo frenava molti. Nel 2013 l’Institute of Economic Affairs, un centro conservatore sotto l’ala dell’ex ministro Nigel Lawson (governo Thatcher) assegnava il primo premio di 100 mila sterline per il tema Come uscire dalla Ue al saggio di un oscuro giovane diplomatico, Iain Mansfield, che per la prima volta spiegava che in realtà sarebbe stato facile: gran parte dei vantaggi del mercato unico sarebbero rimasti, e in più tutti i vantaggi della libertà. Da qui partì la Brexit.

Il post sul Blog delle Stelle dell'eurodeputato pentastellato Piernicola Pedicini.

Boris Johnson lanciò un ritorno alle mai esistite glorie del Commonwealth che avrebbe sostituito con il suo 15% una Ue che assicura il 50% dell’import-export britannico. «Un diamante che basta chinarsi e raccogliere» dicevano. Scettici funzionari lo ribattezzarono allegramente Empire2.0. Abbondavano varie altre amenità del genere. Ancora il 23 gennaio scorso Jacob Rees-Mogg, oggi il leader numero uno dei brexiteer, definiva l’uscita dalla Ue «una rinascita, una ritorno al controllo di noi stessi». Magnifico.

GLI APPRENDISTI STREGONI DELLA POLITICA

Del resto l’eurodeputato 5 stelle Piernicola Pedicini chiede da tempo a Mario Draghi l’abolizione dello spread, che penalizza così tanto l’Italia. Sì certo, aboliamo lo spread per decreto e il debito italiano sarà solido come quello tedesco. Cambridge Oxford o Pomigliano d’Arco o Berghem de sota non fa molta differenza. Tutti apprendisti stregoni dediti alla preparazione di miscele che vorrebbero risolutive ma di cui in realtà non sanno prevedere né tantomeno controllare gli effetti potenzialmente esplosivi. La miscela britannica sta esplodendo. Quella dell’Italia, Paese della commedia dell’arte, ha più tempo, ma si può facilmente prevedere il costoso pateracchio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso