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Perché i rapporti fra Trump e Israele si stanno incrinando

Prima il piano di pace per il Medio Oriente. Poi l'annuncio del ritiro dalla Siria, alla base degli ultimi raid. Così le scelte di The Donald raffreddano l'asse con Tel Aviv. 

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da Beirut

La luna di miele fra Donald Trump e Israele comincia a inacidirsi. A raffreddare gli entusiasmi degli israeliani sono soprattutto una serie di indiscrezioni sull’accordo “del secolo” per arrivare alla pace in Medio Oriente. Il debutto della politica mediorientale della Casa Bianca era stato un fuoco di artificio a favore dello Stato ebraico, con il trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme che aveva suggellato il patto di ferro fra Trump e Benjamin Netanyahu e acceso speranze forse eccessive, culminate nel ritiro americano dall’accordo sul nucleare con l’Iran, l’arcinemico di Israele.

I leaks sistematici sul piano di pace hanno gettato acqua sul fuoco. Dopo un tweet sibillino dello stesso Trump che prediceva «grossi sacrifici» anche per Israele i dettagli hanno delineato una offerta meno generosa del previsto. Il 90% della Cisgiordania andrebbe ai palestinesi, e soprattutto gran parte di Gerusalemme Est, che Israele ha annesso nel 1980. Poi è arrivato l’annuncio del ritiro dalla Siria delle truppe americane, una doccia fredda per Israele, che mette in discussione tutto il piano di contenimento dell’Iran. Lo Stato ebraico ha reagito con nuovi raid in Siria, per la prima volta ammessi pubblicamente, proprio per dimostrare che se gli Usa non vogliono combattere i Pasdaran su quel fronte ci penseranno da soli gli israeliani. Queste oscillazioni hanno generato scetticismo negli ambienti della sicurezza di Tel Aviv, dove Trump viene ormai considerato, ha rivelato Haaretz, «capace di tutto, nel bene e nel male».

LA BATTAGLIA NEI CIELI TRA ISRAELE E IRAN

Israele ha condotto a partire dal 2013 centinaia di raid in Siria con Hezbollah e altre milizie legate all’Iran. Ma sempre senza rivendicarli, per evitare una guerra aperta. L’ultima battaglia nei cieli siriani che si è svolta fra domenica 20 e lunedì 21 gennaio, con decine di missili lanciati dalle due parti, è stata invece rivendicata e pubblicizzata con comunicati ufficiali e materiale, anche video, postato sul web. Il segnale è chiaro da parte del governo ebraico: non permetterà che l’Iran «si radichi nel territorio siriano» a pochi chilometri dalla sue frontiere. «Solo nelle ultime 36 ore l’aviazione ha attaccato depositi iraniani con armi all’aeroporto internazionale di Damasco», ha annunciato il primo ministro israeliano Netanyahu. Poi ha continuato: «I recenti attacchi dimostrano che siamo determinati più che mai ad agire contro l’Iran in Siria, proprio come avevamo promesso». Il nuovo capo delle Forze armate, Aviv Kochavi, ha rivelato addirittura che l’aviazione ha colpito «più di 2 mila obiettivi» in Siria soltanto nel 2017.

Alle dichiarazioni israeliane ha subito risposto il generale Aziz Nasirzadeh, comandante delle forze aeree iraniane, con le consuete minacce di «cancellazione» dello Stato ebraico: «Le attuali e future generazioni di piloti sono impazienti e pronte a combattere Israele per cancellarlo dalla faccia della Terra». A rendere tutto più complicato è anche il fronte iracheno. Secondo fonti vicine ai servizi occidentali, lo scorso autunno l’Iran ha iniziato a costruire rampe di lancio per missili a media lunga gittata vicino a Baghdad. E dall’Iraq potrebbero facilmente colpire Israele.

QUELLE INDISCREZIONI INDIGESTE SUL PIANO DI PACE

Come visto, l’altro terreno scivoloso tra Israele e Stati Uniti è quello del piano di pace americano per il Medio Oriente. Le ultime indiscrezioni sono state lanciate da un decano del giornalismo politico israeliano, Barak Ravid. Secondo Ravid, in base al piano sarebbe prevista la nascita di uno Stato palestinese sul «90 per cento della Cisgiordania». In cambio Israele otterrebbe la sovranità sulla Città vecchia di Gerusalemme e sulla Spianata delle moschee, che sarebbe probabilmente gestita assieme a Giordania e altri Stati arabi. Invece, la capitale palestinese sorgerebbe sui sobborghi arabi di Gerusalemme. Washington ha definito questi rumor come semplici speculazioni, ma dal punto di vista di Tel Aviv il terzetto formato dal genero di Trump Jared Kushner, dall’inviato della Casa Bianca Jason Greenblatt e dall’ambasciatore a Gerusalemme David Friedman sta in questo momento concedendo troppo ai palestinesi.

WSJ: «POTENZIALE CRISI NELLE RELAZIONI USA-ISRAELE»

Sul Wall Street Journal, l’analista Daniel Pipes ha sottolineato come i rapporti tra Israele e Stati Uniti potrebbero raffreddarsi. Pipes ricorda come Trump in più occasioni abbia insistito affinché entrambe le parti facciano sacrifici per raggiungere la pace, dicendo che «Abu Mazen otterrebbe un accordo migliore da lui che dal presidente Obama». Trump ha anche sostenuto come le prese di posizione dure contro l’Autorità palestinese non fossero in realtà «mosse pro-Israele ma strumenti per fare pressione per poi negoziare». «Questa serie di commenti», sottolinea Pipes, «segnala una potenziale crisi nelle relazioni Usa-Israele più intensa di quella del 1957 quando Dwight Eisenhower costrinse Israele a evacuare la penisola del Sinai».

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Per Israele le concessioni ai palestinesi unite al ritiro Usa dalla Siria costituiscono una minaccia strategica. Nei Territori opera anche Hamas, vicino all’Iran, e il corridoio sciita dall’Iran alla Siria e al Libano potrebbe congiungersi non solo con Hezbollah ma anche gruppi militanti palestinesi. Anche David Gardner sul Financial Times ha commentato: «Trump sta rendendo una situazione già terribile molto più pericolosa». E il ritiro americano dall’accordo nucleare, in questo quadro, ha aperto scenari insidiosi: «L’accordo faticosamente negoziato e firmato da Francia, Germania, Gran Bretagna, Russia e Cina è stato un passo avanti diplomatico. L’alternativa era la guerra e la proliferazione nucleare. Trump invece ha incitato ha una jihad sunnita guidata dai sauditi contro l’Iran sciita». Ma il ritiro americano dalla Siria comporta anche altri problemi secondo Gardner: «La Russia, l’Iran e la Turchia - nostalgici dell’impero perduto - hanno interesse a riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti».

IN SIRIA SI RAFFORZA LA TURCHIA, INVISA A NETANYAHU

Ely Karmon, analista dell’International Institute for Counter-Terrorism, spiega a Lettera43.it: «Sicuramente il governo israeliano, gli esperti e l'opinione pubblica sono molto preoccupati per la decisione di Trump di ritirarsi dalla Siria, in quanto lascia che la Russia sia il principale intermediario in Siria, ma gradualmente anche nella regione». Karmon ricorda le dichiarazioni russe dopo la rappresaglia israeliana contro un missile iraniano lanciato sul suo territorio dalla Siria: «La pratica dei raid arbitrari sul territorio di uno stato sovrano - in questo caso della Siria - dovrebbe essere esclusa», ha detto la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova. Inoltre, fa notare lo studioso, «il ritiro rafforza la posizione turca nel Nord della Siria, che minaccia le forze curde, le quali hanno collaborato con gli Stati Uniti non solo nella lotta contro l'Isis ma anche nell’evitare il corridoio per le forze iraniane verso la Siria. Ultimamente, la Turchia è considerata da Israele, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi una minaccia regionale alla pari con l’Iran. Israele non ha altra scelta che continuare la battaglia contro l'Iran e l'impianto militare delle sue milizie in Siria, con tutti i rischi che comporta».

UN OCCHIO ALL'HEZBOLLAH LIBANESE

All’interno di questo complesso fronte anti-Iran, un ruolo importante è giocato anche dall’Hezbollah libanese, finito di nuovo nel mirino. Israele ha dichiarato anche di aver concluso l’operazione per distruggere i tunnel che dal Libano raggiungevano Israele, e che Hezbollah potrebbe utilizzare per lanciare attacchi sullo Stato ebraico. Questa missione è stata portata avanti anche per contrastare il progressivo aumento della minaccia iraniana sui suoi confini con il Libano oltre che con la Siria. Ma non si può escludere che l’operazione sia stata lanciata anche per distogliere l’opinione pubblica israeliana dalle accuse di corruzione rivolte contro Netanyahu dalla polizia, in vista anche delle prossime elezioni del 9 aprile.

3 Febbraio Feb 2019 1200 03 febbraio 2019
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