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DIPLOMATICAMENTE
5 Febbraio Feb 2019 1620 05 febbraio 2019

L'Iran e l'affrancamento europeo dal dollaro

Non si sa ancora se l'Instex riuscirà o meno ad arginare gli effetti delle sanzioni Usa contro Teheran. Una cosa però è sicura: Washington promette battaglia. 

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I «Dieci giorni dell'alba». Così è chiamato il periodo che intercorse tra il ritorno dell’Ayatollah Khomeini a Teheran dopo 14 anni di esilio (primo febbraio 1979) e la caduta del regime dello scià Mohammed Reza Pahlevi (11 febbraio). Ebbene, l’Iran dell’ayatollah Khamenei sta festeggiando il 40esimo anniversario dei giorni che segnarono l’inizio della sua «rivoluzione islamica» all’insegna di quella bandiera sciita dichiarata religione di Stato dalla dinastia safavide cinque secoli fa.

Si tratta di festeggiamenti imponenti, innervati da discorsi colmi di orgoglio nazionalistico e religioso esaltati dalla consapevolezza di appartenere a una storia e a una cultura più che millenaria, giustamente rivendicata. Ma su queste celebrazioni, pur ampiamente condivise, incombono ombre che increspano la già complessa articolazione degli ambienti del potere politico, economico e militare da un lato e gli umori della società civile dall’altro. E lasciano affiorare tensioni e contrapposizioni che è bene registrare per cercare di metterne progressivamente a fuoco il possibile sbocco finale.

L'ACCORDO SUL NUCLEARE E LE SPERANZE DISATTESE

Il Paese non sta vivendo nelle condizioni economiche e sociali che sembravano a portata di mano fino a pochi anni fa e che hanno confermato sugli scudi del consenso nazionale il presidente Hassan Rouhani. Si sperava nei benefici che potevano essere ottenuti dall’intesa sul cosiddetto Accordo sul nucleare (Jcpoa tra i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza più Germania e Iran): ri-ammissione a pieno titolo nella comunità internazionale, ritiro delle sanzioni, recupero dei capitali congelati, investimenti e rilancio delle relazioni commerciali. I benefici ci sono stati, in primis con lo sblocco dei capitali congelati all’estero, ma la decisione del presidente Donald Trump di disconoscere unilateralmente quell’intesa li ha fortemente ridimensionati, spianando la strada alla prospettiva di una sua frana dalle conseguenze disastrose.

IL RILANCIO DI UNA POLITICA DI CONTRASTO ALL'IRAN

Ciò perché le gravose sanzioni americane sono state reintrodotte e sono state accompagnate dal temibile abbinamento con le cosiddette «sanzioni secondarie o extraterritoriali», dirette cioè a colpire le società (non americane ovviamente) intenzionate a bypassarle in termini commerciali e/o di investimento. Aggiungasi a questa bordata di misure assai penalizzanti il rilancio di una politica di forte contrasto all’Iran motivato dalla sua «politica di destabilizzazione» del Medio Oriente portata avanti in particolare in Siria, Libano, Iraq e Yemen. Contrasto che vede gli Usa di Trump affiancati dagli alleati regionali, Israele e Arabia Saudita in prima fila.

L'APPROCCIO EUROPEO

La decisione di Trump è stata decisamente contestata dagli altri cinque firmatari (Cina, Russia, Francia, Germania e Inghilterra) che si sono impegnati a salvaguardare in ogni modo l’accordo sul nucleare ed evitare che Teheran decidesse di sentirsi sciolta dalle sue obblighi, cosa che i vertici iraniani hanno minacciato e tuttora minacciano di fare in assenza di adeguate compensazioni. Soprattutto da parte dei Paesi europei firmatari e, per estensione geopolitica, dell’intera Unione. Intendiamoci, anche questi Paesi lamentano la politica di destabilizzazione di Teheran e la sua gestione del dossier missilistico ma ritengono che questi temi possano essere affrontati su tavoli e con strumenti diversi e in ogni caso senza mettere in discussione la firma posta su un accordo di fondamentale importanza per la sicurezza regionale e mondiale. E in tale ottica hanno respinto i tentativi di Trump di coinvolgerli in un’azione mirante a forzare la mano a Teheran perché riaprisse il negoziato per includerveli.

COME FUNZIONA L'INSTEX

Non solo. A fronte dei moniti dei vertici iraniani perché ponessero in essere le già citate misure compensatorie delle perdite derivanti dalla politica americana, moniti resi sempre più pressanti dall’esodo dei grandi gruppi europei già presenti in Iran – Siemens, Total e numerose altre - e dalle rinunce di altri ad affacciarvisi, i Paesi Ue hanno messo allo studio un meccanismo capace di liberarli dalla mannaia delle sanzioni secondarie.

E finalmente vi sono arrivati con la messa a punto dell'Instex (Instrument in Support of Trade Exchanges) ovvero del «veicolo speciale» annunciato nei giorni scorsi da Francia, Germania e Gran Bretagna da Bucarest. Fortemente perseguito dall’Alto Rappresentante Federica Mogherini questo nuovo strumento avrà al suo vertice un banchiere tedesco e un britannico a capo del comitato di supervisione mentre i tre Paesi firmatari ne sono gli azionisti, in attesa che altri membri Ue si aggiungano all'impresa. Tra gli altri anche l’Italia che ha forti interessi in quel Paese (anche se il ministro del Petrolio Bijan Zanganeh ha accusato l'Italia e la Grecia di aver smesso di acquistare petrolio iraniano nonostante «siano gli unici Paesi dell'Ue esentati dalle sanzioni fino a maggio», ndr).

VERSO UN AFFRANCAMENTO DAL DOLLARO

Il grande quesito che si pone ora è se e in quale misura funzionerà davvero. I dubbi per ora prevalgono, ma è confortante registrare la reazione positiva del presidente Rouhani che ha salutato la notizia come un «primo passo» nella direzione attesa permettendo gli scambi di petrolio e altri beni sanzionati aggirando, tramite un sistema di compensazioni, le transazioni finanziarie in dollari. È per contro indubbio che ci vorranno diversi mesi perché questo strumento diventi operativo ed effettivamente efficace, e ciò dipenderà in ultima istanza dalla misura in cui gli operatori potenzialmente interessati decideranno di avvalersene. Misura che a sua volta darà risposta a chi si chiede se il nuovo strumento potrà mai rappresentare il prologo di un graduale affrancamento dell'Europa dal dominio del dollaro nella finanza mondiale. Anche alla luce di questo interrogativo non stupisce che da parte americana si prometta battaglia e si accentuino le prese di posizione contro il regime di Teheran, accusato di essere uno dei più repressivi del Pianeta e di aver tradito le promesse di libertà annunciate dal fondatore Khomeini nell’ormai lontano 1979.

LA PRESSIONE ESTERNA SU TEHERAN

Teheran intanto contrattacca e non sembra disposta a rivedere le direttrici della sua politica di «presenza attiva» nella regione. Ma c’è da chiedersi fino a che punto se lo potrà permettere a fronte di questa pressione esterna americana cui si affianca quella del suo grande nemico Israele che anche di recente ne ha colpito delle basi in Siria – Mosca significativamente silente - e di gran parte del mondo arabo con alla testa Arabia Saudita ed Emirati. L’andamento dei colloqui di pace promossi dalle Nazioni Unite, che dopo il positivo esordio svedese del dicembre scorso sembra aver perso spinta propulsiva, ce ne darà un’indicazione significativa.

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