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L'Ue orfana dell'Italia consegna Guaidó a Trump

I leader europei procedono ancora una volta in ordine sparso. Ai negoziati di Montevideo Mogherini è priva di forza. Mentre Caracas precipita in una «situazione siriana». L’analisi di Bonalumi a L43.

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Un'Europa divisa – grazie all'Italia – sul Venezuela non aiuta la difficile e finora impossibile ricomposizione della crisi. Valeva comunque la pena di arrivare compatti ai negoziati di Montevideo, anche allineandosi senza convinzione sull'alternativa di Juan Guaidó per lavorare poi sui minimi margini di trattativa, tanto Caracas è a un bivio drammatico. Il rischio di collisione interna e internazionale è alto nello Stato sudamericano: pressioni enormi si concentrano sul Venezuela ricco di petrolio e militarizzato, strategico tanto per gli Stati Uniti quanto per la Russia e la Cina. La deriva dittatoriale del presidente Nicolas Maduro, scaricato dalle potenze occidentali, e le sue catastrofiche politiche economiche «hanno accelerato il processo di destrutturazione iniziato con la stagione bolivariana di Hugo Chavez. Caracas, fatte le dovute contestualizzazioni, può precipitare in una situazione siriana», spiega a Lettera43.it l'ex sottosegratario per gli Affari Esteri, e grande conoscitore di America latina, Gilberto Bonalumi.

L'OCCASIONE MANCATA DI MOGHERINI

L'Italia che non accetta la proposta europea su Venezuela taglia le gambe, con la sua neutralità, all'alto rappresentante dell'Ue per gli Affari esteri Federica Mogherini, italiana di peso convocata al tentativo di mediazione tra Maduro e Guaidó del 7 febbraio del Messico e dell'Uruguay. Oltreoceano i due governi non hanno chiuso la porta in faccia a Maduro e qualche appiglio si potrebbe forse trovare, anche solo per evitare di dare in pasto Guaidó a Donald Trump e al braccio destro John Bolton, già architetto della guerra sporca in Iraq. Bonalumi, esperto dell'Ispi in materia, ricorda come «la situazione del Venezuela sia, e fosse anche in passato, molto più complessa e articolata di come spesso viene approssimata». Ma l'Ue arriva al tavolo depotenziata: in linea di massima dalla parte di Guaidó, ma lontana dagli Usa e sparsa anche tra Germania. Spagna, Francia e Gran Bretagna. Come sulla Libia e sulla Siria, dà per l'ennesima volta prova di ininfluenza e disomogeneità.

Dallo spartiacque di Chavez il Venezuela è guidato da un governo civico-militare. Con Maduro di matrice sempre più militare

Gilberto Bonalumi

A CARACAS GOVERNANO I MILITARI

Come in Siria dal 2011, lo scontro potrebbe diventare fisico, anche tra potenze straniere non più riluttanti a muoversi muscolarmente e che guardano al Venezuela per le riserve di greggio, prima al mondo davanti all'Arabia Saudita, «petrolio bituminoso, non di buona qualità quindi, ma alcuni giacimenti si trovano appena sotto la superficie di laghi, facilmente estraibili nel caso per esempio di crisi in Medio Oriente, come ai tempi della guerra arabo-israeliana del Kippur», precisa Bonalumi. Anche la Cina, come gli Stati Uniti, ha forti interessi economici da tutelare. C'è poi la posizione strategica che, come Cuba, ne fa il secondo avamposto dei russi Oltreoceano: il Cremlino ha basi militari in Venezuela e secondo indiscrezioni avrebbe anche spedito dei mercenari in rinforzo ai chavisti. Come se a Caracas mancassero i militari: «Loro hanno in mano il Paese dallo spartiacque di Chavez, ex militare», ricostruisce Bonalumi, «a capo di un governo civico-militare, con Maduro di matrice sempre più militare».

GLI ERRORI STORICI DEL VENEZUELA

Il successore si è dimostrato molto meno carismatico e capace del caudillo. Maduro ha fatto errori macroscopici, come liberarsi del consigliere economico di Chavez Jorge Giordani, italo-venezuelano di buona formazione e all'epoca ministro della pianificazione, competitor scomodo. Ma il nodo gordiano che blocca il Venezuela da sempre, e che è stato esasperato dall'apparato burocratico amplificato da Chavez (a sua volta moltiplicato da Maduro) è la passiva dipendenza dal petrolio: «Maritza Eizaguirre, primo ministro delle Finanze che Chavez aveva mantenuto dal precedente esecutivo Caldera, fu fatta fuori dopo pochi mesi, perché nel bilancio aveva programmato di ridurre del 15% le entrate dal greggio», rammenta l'ex funzionario e deputato democristiano, in contatto con i governi liberali di Caracas e poi con i chavisti. «In Venezuela, al contrario che in Cile e in altri Stati sudamericani, il petrolio è sempre stato in mano pubblica, anche nei 40 anni di alternanza democratica che hanno preceduto Chavez».

Nicolas Maduro.
GETTY

L'APPARATO DIPENDENTE DAL PETROLIO

Ai tempi, Caracas spiccava come capitale latino-americana liberal, rifugio per politici e dissidenti minacciati dalle dittature. Ma, anche prima di Chavez, la politica si nutriva delle risorse di Stato. Il Venezuela non ha mai prodotto quasi nulla, ha sempre importato oltre il 95% dei beni, anche alimentari, non sviluppando neanche, denuncia l'opposizione, le tecnologie per creare impieghi dal petrolio, estraendolo dalle aree più complicate e lavorandolo: anche le partite acquistate dagli Usa venivano poi ripulite nelle loro raffinerie. Parassitismo e narcotraffico paralizzano e degradano il Venezuela, nondimeno anche l'opposizione con in seno movimenti e partiti eredi della tradizione passata liberale e democratica, anche della socialdemocrazia, è divisa in più anime: «Paradossalmente Guaidó ha potuto auto-eleggersi presidente ad interim grazie a un articolo della Costituzione di Chavez. Ma dovesse lui, o chi al posto suo, emergere come unico presidente, non sarà facile per lui formare un esecutivo», commenta Bonalumi.

ECONOMIA E POLITICA DESTRUTTURATE

Sono divisi anche i venezuelani, metà con Maduro, metà contro di lui, il partito chavista prenderà voti. Anche la diplomazia vaticana, ben inserita attraverso l'ex nunzio apostolico in Venezuela Pietro Parolin e lo stesso papa Jorge Bergoglio, finora ha fallito. L'Europa, con l'Italia che si è tirata fuori, resterà a guardare, nonostante le imprese e le migliaia di cittadini di origine europea, anche in Venezuela. La doppia presidenza di Maduro e Guaidó non può durare a lungo: è molto facile al contrario che la situazione esploda, «in uno Stato destrutturato prima da Chavez a livello di economia di mercato, poi da Maduro a livello democratico», conclude l'esperto. L'esodo massiccio di profughi (2 milioni, 5 mila al giorno secondo il Fondo monetario internazionale) precede in genere le guerre. I militari e la criminalità diffusa sono benzina sul fuoco della disperazione popolare. Disinnescarli potrebbe essere forse l'unica soluzione: fare in modo che i comandanti che detengono il potere impongano loro le elezioni.

5 Febbraio Feb 2019 1820 05 febbraio 2019
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