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9 Febbraio Feb 2019 1330 09 febbraio 2019

Perché il rischio di una nuova corsa agli armamenti è concreto

Mentre il trattato Inf finisce in soffitta, Washington e Mosca sviluppano i rispettivi programmi missilistici. L'unico modo per fermarlo sarebbe un accordo multilaterale. Ma le grandi pontenze non si fidano.

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All’inizio di febbraio gli Stati Uniti hanno deciso di ritirarsi dal trattato sulle armi nucleari Inf, e 24 ore dopo anche la Russia ha confermato l’intenzione di abbandonarlo. Per smantellare definitivamente l’intesa firmata da Ronald Reagan e Michail Gorbaciov nel 1987, serviranno ora sei mesi, durante i quali potrebbero esserci dei tentativi di avvicinamento. Ma difficilmente ci saranno marce indietro. La sensazione è che le lancette della storia stiano tornando con una certa velocità verso gli anni più duri della Guerra Fredda, gli anni del rischio atomico e degli Euro-missili.

COS’ERA E COME FUNZIONAVA L’INF

L’intesa, nota con il nome di Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty, ha posto le basi per superare uno dei momenti più difficili della sfida missilistica tra le due superpotenze iniziata verso la fine degli Anni 70. Mosca schierò i missili SS-20 portando gli americani rispondere con altri missili a medio raggio posizionati in Germania, Italia e Regno Unito. L’accordo, arrivato dopo una lunga trattativa, permise di smantellare circa 2.692 ordigni e bandire i missili balistici di medio raggio (con gittata tra i 500 e 5.500) dall'Europa. Oggi l’amministrazione Trump, sotto le spinte del consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, ha deciso il passo indietro. Per il Pentagono Mosca ha violato il patto a partire dal 2014, con lo sviluppo del missile cruise 9M729 (noto anche con il nome di SSC-8), un vettore con una gittata tra le 300 e 3.400 miglia, schierato recentemente in quattro battaglioni, dislocati in vari punti del Paese. Fonti militari russe hanno smentito che la gittata possa superare i 480 km, mentre il Cremlino ha contrattaccato dicendo che l’America non rispetta l’accordo a causa del sistema di difesa missilistico piazzato in Europa, in particolare per il sistema Aegis istallato nella base di Deveselu, in Romania.

La base di Deveselu in Romania.

QUALI SONO LE CONSEGUENZE PER L'EUROPA

Lo stralcio dell’Inf apre le porte a una serie di rischi concreti. Per gli Usa il primo, immediato, è lasciare ancora più sola l’Europa. Il ritiro permetterebbe alla Russia di avere mano libera dandole la possibilità di rivedere le modalità di dispiegamento dei vettori nucleari strategici. Il tutto in un’ottica molto pericolosa: quella di una nuova corsa agli armamenti. Annunciando il ritiro, il segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha detto: «La Russia ha compromesso gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti e noi non possiamo più essere limitati dal trattato mentre la Russia lo viola». Quel “limitati” racchiude il senso di quello che potrebbe succedere dopo. Come indicato dalla controreplica del presidente russo Vladimir Putin: «La nostra risposta sarà simmetrica. I nostri partner americani hanno detto che inizieranno a fare ricerca e sviluppo, e così anche noi faremo lo stesso».

IN COSA CONSISTE IL PROGRAMMA MISSILISTICO RUSSO

Il 5 febbraio, il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu ha detto che Mosca potrebbe creare un nuovo sistema missilistico di terra nei prossimi due anni. L’Inf, infatti, proibiva di sviluppare solo i vettori con lancio da terra, mentre lasciava le mani libere a quelli marini o aerei. Parallelamente Putin, in un meeting con lo stesso Shoigu e il ministro degli Esteri Sergey Lavrov, ha fatto sapere di aver dato il suo via libera allo sviluppo di un missile ipersonico di breve e medio raggio e l’adattamento terrestre dei missili Kalibr, progettati per navi e sommergibili, da terminare entro il 2020. Entrambi i nuovi vettori non sarebbero però dispiegabili prima del 2021. In realtà, la mossa di Trump non ha fatto altro che accelerare un processo iniziato qualche anno prima, indicativamente con la crisi in Ucraina del 2014. Nella primavera dello scorso anno proprio il presidente russo aveva presentato una serie di nuove armi, molte dei quali con capacità nucleari, come l’intercontinentale Avangard a propulsione ipersonica, il missile cruise noto come Kinzhal e sperimentato su un caccia MiG-31 Foxhound, ma anche Icbm pesante identificato come Sarmat. Recentemente, il vice ministro degli Esteri russo Serghiei Riabkov ha invitato gli Usa a evitare di piazzare missili di medio raggio nei Paesi baltici. Un rischio più che concreto a questo punto.

La dotazione missilistica della Russia (Fonte: Csis).

IN COSA CONSISTE IL PROGRAMMA STATUNITENSE

La decisione di Trump, anticipata a ottobre, è figlia di un percorso partito da lontano. Nel 2017 il Wall Street Journal riportò la notizia che il Congresso aveva autorizzato il Pentagono a condurre ricerche preliminari per lo sviluppo di un vettore di medio raggio che potesse essere montato su lanciatori mobili e ferroviari. Un funzionario della Casa Bianca ha confessato alla Cnn che, se la Russia non dovesse fare marcia indietro sui SSC-8, Washington sarebbe pronta a testare e schierare i suoi missili sul territorio europeo. Per compiere un tale ripiegamento potrebbero servire anni, ma lo stesso funzionario ha detto che ormai l’amministrazione Trump ha indicato la via. Una via che porta con sé anche il rischio nucleare. Lo scorso anno il Pentagono ha presentato la nuova Nuclear Posture Review, il documento programmatico in cui i dipartimenti della Difesa e dell’Energia, che gestiscono il nucleare americano, delineano le strategie sulla gestione degli armamenti atomici. Tra i vari elementi che saltarono fuori ci fu soprattutto l’idea di creare una testata nucleare a bassa intensità per aumentare la deterrenza. A fine gennaio l'agenzia federale Nnsa (National Nuclear Security Administration), ha comunicato che è iniziata la produzione della nuova testata negli impianti di Pantex, in Texas, e che probabilmente i primi esemplari saranno consegnati alle forze armate entro settembre.

L'estensione della gittata dei missili a medio raggio della Cina (Fonte: Financial Time).

COSA DICE L’ULTIMO ACCORDO NEW START

La fine dell’Inf mette nel mirino anche un altro trattato, il New Start. L’intesa firmata tra il presidente americano Barack Obama e il suo omologo russo Dmitri Medvedev nell’aprile del 2008 è l’ultimo grande accordo che mette a freno gli appetiti nucleari delle due potenze. In particolare, limita a 1.550 testate gli arsenali. L’accordo, entrato in vigore il 5 febbraio 2011, ha una validità di 10 anni con la data di scadenza fissata per il 2021. L’intesa prevede anche un’eventuale estensione per altri cinque anni fino al 2026, ma gli attuali scenari mettono in dubbio non solo la sua estensione, ma addirittura la sua sopravvivenza. Daryl Kimball, responsabile dell’ Arms Control Association, ha scritto che in generale i senatori americani, molti funzionari del Pentagono e gli alleati europei della Nato sarebbero molto favorevoli al prolungamento, che è possibile senza un voto del Congresso americano e della Duma russa. Secondo Kimball, il problema ha un nome e un cognome: John Bolton. Il consigliere-falco per la sicurezza nazionale potrebbe cercare di sabotare il trattato. «Fin dal suo arrivo alla Casa Bianca», scrive l’analista, «ha iniziato a rallentare il lavoro per l’estensione del trattato respingendo anche le richieste di Punti per iniziare i colloqui di estensione».

QUAL È IL RUOLO DELLA CINA

L’intera faccenda può essere osservata da un altro punto di vista. Gli accordi bilaterali che hanno portato alla fine della Guerra Fredda erano essenzialmente intese tra due grandi potenze che si spartivano il mondo, che di conseguenza ne seguiva i destini. Oggi il contesto in cui si muovono Washington e Mosca è completamente diverso. La scelta americana di mettere in soffitta l’Inf è figlia soprattutto delle nuove minacce provenienti dalla Cina. Pechino ormai è diventato un interlocutore nucleare, e soprattutto militare, che gli americani forse temono più dei russi. Tra il 1996 e il 2017 la Cina ha progettato e dispiegato diversi missili a medio raggio che hanno reso le acque del Pacifico occidentale quasi impenetrabili, mettendo anche nel mirino avamposti americani come l’Isola di Guam. Non è un caso che recentemente i media della Repubblica popolare abbiano sbandierato il test del DF-26, un vettore a medio raggio denominato anche “Guam killer”, che potrebbe colpire l’isola americana. Come ha sottolineato la US-China Economic and Security Review Commission, una commissione del Congresso americano, dagli Anni 90 la Cina ha sviluppato un arsenale di almeno 2 mila missili e di questi il 95% sarebbe vietato dall’Inf. In questo scenario diventa difficile pensare che trattati multilaterali possano porre un freno alla corsa globale agli armamenti.

  • Il test del missile cinese DF-26.

PERCHÉ LA VIA DIPLOMATICA MULTILATERALE È DIFFICILE

Il 7 febbraio Riabkov ha provato a riaprire un canale diplomatico con gli Usa spiegando che la Russia è pronta a prendere in considerazione eventuali proposte americane per un nuovo accordo sui missili nucleari a medio e breve raggio che coinvolga altri Paesi e sostituisca il Trattato Inf. Lo stesso Trump nel corso del suo discorso sullo stato dell’Unione aveva aperto all’ipotesi di un trattato multilaterale aggiungendo «la Cina ed altri Paesi». Questa strada però si scontra con delle difficoltà che per il momento paiono insormontabili. I rapporti tra le potenze sono molto tesi, come dimostrano le difficoltà tra Washington e Pechino sulla questione dei dazi e la militarizzazione del Mar Cinese Meridionale. Allo stesso tempo la diplomazia trumpiana ha mostrato di essere poco incline agli accordi, dall’addio all’intesa con l’Iran alle difficoltà di trovare un’intesa sul nucleare nordcoreano, che tornerà sul tavolo con nuovi colloqui tra Trump e Kim Jong-un 27 e 28 febbraio in Vietnam.

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