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Khomeini, 40 anni di incancellabile e misteriosa rivoluzione

Dall'11 febbraio 1979 guerre ed embarghi all'Iran non hanno piegato il regime integralista. Le chiavi di lettura sulla fine dello scià. Tra il ruolo dello sciismo e il furto d'identità di Pahlavi.

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L'11 febbraio del 1979 si chiuse in Iran, con la resa dell'esercito, la rivoluzione dell'ayatollah Ruhollah Khomeini. Il tirannico e austero leader religioso era rientrato in patria dall'esilio francese un paio di settimane prima, accolto da eroe nel tripudio di folle vestite in nero, nel rispetto dei severi codici islamici sciiti. I giochi erano fatti, già all'arrivo trionfale del vecchio Khomeini all'aeroporto di Teheran lo scià era archiviato: l’imperatore di Persia, come si faceva chiamare tronfiamente Reza Pahlavi, era fuggito in Marocco il 16 gennaio per non tornare più. Quarant’anni fa, dopo un anno di scontri di piazza drammatici, per mano di un 80enne rimasto a lungo sconosciuto, furono sovvertiti 2500 anni di monarchia.

L'INCONSAPEVOLE VENUTA DELL'INTEGRALISMO

Già questo rese la rivoluzione incredibile, l'ultima compiuta al mondo. Ma non solo: per la prima volta il ramo dell'islam reietto e perseguitato dalla morte di Maometto salì al potere politico, ridisegnando la regione del Medio Oriente attraverso un processo violento ancora in corso. Era nata una repubblica islamica sciita senza che l’Iran e tantomeno l’Occidente se ne rendessero conto, all'inizio forse neanche Khomeini. Come siano potuti cadere – loro malgrado – gli iraniani nella sua spirale di oscurantismo reazionario è materia di esplorazione degli studiosi e degli storici. Concordi che lo scatenarsi della rivoluzione fosse il risultato di una Persia che ribolliva da tempo, per ragioni geopolitiche, sociali e religiose che lo scià, perso nella sua vita da rotocalco, non seppe cogliere.

Donne per Khomeini, Iran, 1979.
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LE RADICI NEL GOLPE DEL 1953 A MOSSADEQ

Il la al ribaltamento del 1979 è individuato nel golpe dell'agosto del 1953 degli angloamericani contro il governo antimperialista di Mohammed Mossadeq, un esecutivo democratico grazie al regime di monarchia costituzionale che si stava affermando dopo la rivoluzione costituzionale persiana del 1906 – ancora una volta una rivoluzione iraniana. Il leader del Fronte nazionale Mossadeq aveva nazionalizzato il petrolio, scontrandosi con il poco più che 30enne e ancora inesperto scià Pahlavi ma sostenuto dalla netta maggioranza del parlamento e dal popolo.

L'ODIO DEGLI USA DALL'OPERAZIONE AJAX

Gli Stati Uniti, ricostruisce Nicola Pedde in 1979 Rivoluzione in Iran (Rosenberg & Sellier), attraverso l'operazione Ajax della Cia estromisero Mossadeq con un putsch militare. Da lì, una missione coperta poi ammessa da Bill Clinton, avrebbe preso a sgorgare l'odio per gli americani che, sempre nel 1979 – senza che Khomeini ne avesse contezza – portò all'assalto dell'ambasciata statunitense a Teheran e alla crisi degli ostaggi. Un odio che riesplode ogniqualvolta gli iraniani prendono uno schiaffo dagli Usa, come con la recente e improvvisa uscita di Donald Trump dall'accordo sul nucleare.

Dal golpe contro Mossadeq lo scià accentrò i poteri e avviò la modernizzazione forzata

Lo scià Pahlavi con la prima moglie Soraya a Teheran.
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DALLA MONARCHIA COSTITUZIONALE ALLA DITTATURA

Dal colpo di mano contro Mossadeq iniziò l'accentramento dei poteri dello scià Pahlavi, a questo punto asservito e totalmente dipendente dagli Usa. Reduce da un attentato, il giovane sovrano cambiò la Costituzione, svuotando dei poteri il parlamento, e lanciò una modernizzazione di stampo occidentale – repentina e forzata – che stravolse il tessuto urbano e rurale dell’antica potenza mediorientale. La Persia, abitata da masse di poveri e ignoranti e mira nel dopoguerra di molte potenze straniere (dalla Gran Bretagna, alla Russia, agli Stati Uniti), si svuotò nelle campagne.

MODERNIZZAZIONE FORZATA E INUTILE MILITARISMO

Negli anni precedenti alla rivoluzione islamica, migliaia di diseredati si spostarono nelle città, per effetto di una riforma agraria che fallì minando gli enormi interessi nel latifondo del clero – una casta millenaria, come i khan, i feudatari locali. Intanto lo scià accumulava ricchezze spropositate nella reggia del Golestan e nelle altre residenze sparse tra l'Iran e Sankt Moritz. Per Pahlavi i fiumi di petrodollari erano una droga, ricorda il testimone diretto Ryszard Kapuscinski in Shah-in-shah (Feltrinelli), anche per acquistare dagli Stati Uniti tonnellate di armamenti per inutili parate.

Gli iraniani erano oppressi e incattiviti dalla monarchia di Pahlavi, sfociata in una dittatura fascista

La reggia del Golestan, Teheran.
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IL FURTO D'IDENTITÀ DI PAHLAVI

Il popolo non capiva gli assurdi party del jet set internazionale dello scià, né aveva le competenze per guidare e godere dell'industrializzazione. Fu avviata un’alfabetizzazione di massa, per mano di un esercito di giovani maestri, inviati dalla monarchia nelle zone più remote e da lì alcuni finirono poi nelle università americane. Ma, nel cortocircuito innescato, anche quest'opera ammirevole fu un boomerang: anni dopo, parte di quei laureati alla Columbia e a Harvard sarebbero tornati, per occupare l'ambasciata degli Usa. La larghissima maggioranza degli iraniani o non afferrava, o contestava, un cambiamento vissuto come distopico. La loro rivoluzione fu figlia di un furto di identità.

LA POLIZIA SEGRETA DELLA SAVAK E LA REPRESSIONE

La megalomania di uno scià intimamente molle – e da tempo malato di cancro, sarebbe emerso poi –, scollegato dalla realtà, disturbava il popolo. Soprattutto, lo opprimeva e incattiviva la repressione fascista di Reza Pahlavi (il padre scià aveva flirtato con i nazisti, “re e luce degli ariani” si apostrofava il figlio) contro i manifestanti: con una crudeltà pari a quella delle purghe che avrebbbe poi ordinato Khomeini contro i monarchici e gli alleati atei della rivoluzione, in quegli anni anche gli elicotteri militari sparavano sui cortei. Gli occhi e le orecchie della terribile polizia segreta della Savak erano ovunque.

Guerrigliere khomeiniste, 1979.
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L'AGGREGAZIONE DELLE OPPOSIZIONI SUL CLERO

Il fermento politico e culturale dei movimenti marxisti, liberali e nazionalisti fiorito prima del 1953 veniva annichilito da un regime per così dire laico, intollerabile anche per il potente e strutturato clero sciita. Proprio verso gli ayatollah lo scià commise la sua sottovalutazione più grave: sotto la sua dittatura, le moschee sciite erano rimaste gli unici spazi liberi, le forze dell'ordine non potevano violarle e diventarono delle agorà. Là ci si poteva esprimere e tutti, diseredati, attivisti politici, religiosi e atei, si coagularono nell'apparato del clero, che aveva anche disponibilità economiche.

L'INTEGRALISMO E IL CARISMO DI KHOMEINI

Le audiocassette dei proclami dall'estero di Khomeini, religioso e filosofo integralista, furono benzina sul fuoco della rabbia e della disperazione popolari. L'architetto della repubblica islamica fu, prima di tutto, un formidabile stratega e, dopo una vita nell'ascesi, un carismatico comunicatore. Raccontano testimoni diretti in Iran 1979 (Infinito edizioni), di Antonello Sacchetti, che tutti gli oppositori dello scià sfilavano per Khomeini. Le donne, anche non musulmane o straniere, erano coperte fino agli occhi nel chador nero diventato uno dei simboli della contestazione.

La religione sciita fu il propulsore sociale della rivoluzione, perché elemento culturale costitutivo dell’Iran

In chador a Teheran, 1979.
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LA FORZA DELLA RELIGIONE NELLA RIVOLUZIONE

La religione fu il propulsore sociale della rivoluzione, perché un elemento culturale costitutivo dell’Iran, non antico come il nazionalismo persiano ma quasi. Dal 1500, per volontà di uno scià, lo sciismo è religione di Stato in Iran, e lo sciismo è per storia e dottrina una religione contro: uno sciita non si piega ma resiste, e invece di piegarsi muore. Erano morti in battaglia, contro la maggioranza sunnita, anche i famigliari di Maometto, e martiri come loro furono altri discendenti sciiti del profeta, penetrati anche in Iran: lo sciismo è l'ortodossia dell'islam sopravvissuta nella rinuncia e attraverso il martirio.

LE ESECUZIONI DEGLI OPPOSITORI DEMOCRATICI

Un purismo fondamentalista incompatibile con il materialismo mondano e consumista dell’ultimo scià. I morti sciiti andavano vendicati e, abolita la monarchia, il chador divenne un dogma. Khomeini blindò il clero con una Costituzione islamica e un complesso di pesi e contrappesi di poteri in parte eleggibili (il parlamento, il presidente e il consiglio degli esperti), ma tutti condizionati dalla Guida suprema. Anche le altre opposizioni che avevano partecipato alla rivoluzione, dai nazionalisti eredi di Mossadeq ai comunisti atei del Tudeh ai mujaheddin marxisti islamici, furono eliminate senza pietà, con migliaia tra arresti ed esecuzioni nel decennio successivo.

Farah Diab e Reza Pahlavi in Marocco, gennaio 1979.
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UN IMPERO PERSIANO IN VERSIONE ISLAMICA

Quarant'anni dopo si può dire che Khomeini ha vinto e che gli iraniani hanno perso, anche se stanno meglio degli altri mediorientali, tutti segnati dalle conseguenze della rivoluzione sciita. Come il collasso dell'impero ottomano e la fondazione di Israele, lo sciismo politico ha trasformato gli assetti regionali: si è allargato in Siria, Libano, Iraq e ora in Yemen, minacciando Israele; i sunniti si sono raccolti attorno al conservatorismo dell’Arabia Saudita, ulteriormente radicalizzato in funzione filo-israeliana. Scardinare il regime costruito da Khomeini si è rivelato impossibile, l'Iran ha resistito a decenni di guerre ed embarghi. Anche a livello militare, è risorto l'impero persiano in versione islamica. Ma la sopportazione degli iraniani sciiti è una pentola a pressione per una nuova rivoluzione.

10 Febbraio Feb 2019 1800 10 febbraio 2019
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