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Guerra in Siria
Siria Trump Isis Sconfitta

Sulla Siria non c'è una soluzione politica degna di questo nome

Tante parole, ma pochissima sostanza. Tra l'annunciato ritiro degli Usa e la prossima "sconfitta" dell'Isis, la diplomazia internazionale continua a non avere un piano accettabile.

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«Sconfiggiamo l'Isis per Russia, Iran, Siria, Iraq e molti altri Paesi. Ad un certo punto, però, bisogna riportare la gente a casa». Queste erano state le parole usate dal presidente statunitense Donald Trump a corredo e commento della decisione di ritirare dalla Siria il contingente americano in ragione del fatto che ormai si era “conclusa” la battaglia contro il terrorismo targato Stato Islamico in quel Paese. Sono state parole di chiara impronta propagandistica anche se non del tutto fuori luogo; ma esse non hanno stupito più di tanto, visto il personaggio. È però sull’uso del termine “sconfitta” che mi sembra importante fermare l’attenzione.

LE ULTIME SACCHE DELLO STATO ISLAMICO

Già nell’autunno del 2017 lo stesso termine era stato utilizzato per commentare la liberazione di Raqqa, la roccaforte siriana dell’Isis, pur dovendosi riconoscere che con quella battaglia era stato assestato un colpo forse davvero decisivo alla milizia terroristica. Adesso, a due mesi da quell’annuncio, mentre il contingente è ancora sul posto e i tempi e modi del ritiro sono stati successivamente e a più riprese variamente interpretati in seno all’Amministrazione Trump, si torna a parlare di quella che dovrebbe essere “la sconfitta definitiva”, quella in corso, cruenta secondo le testimonianze dirette, per distruggere 41 posizioni/fortificazioni ancora controllate da militanti dell’Isis. Si tratterebbe delle loro “ultime sacche” situate nell’area a Est dell’Eufrate, si precisa, con particolare riferimento al villaggio di Baghouz (provincia di Ezzor) dopo che sono stati evacuati i suoi circa 20 mila abitanti e dove starebbero annidati tra i 400 e i 600 miliziani.

E se Trump ha aggiunto che si tratta di “giorni”, da parte militare non si fanno previsioni circa i tempi di questa battaglia e si lascia per contro filtrare preoccupazione per la presenza di un numero imprecisato di cellule più o meno dormienti – sia in Siria sia in Iraq - che attenderebbero solo l’allentamento della pressione dell’antiterrorismo per riprendere la loro minaccia. Sarebbero oltre 2 mila e ancora in grado non solo di coordinare offensive e controffensive ma anche di impegnare severamente le truppe americane nel momento del loro ritiro. È del resto in ragione di questo timore che, mentre si sono rimpatriate attrezzature, si sono mandate in Siria diverse centinaia di militari a protezione di tale ripiegamento, come ha sottolineato il generale Joseph Votel, capo del Comando centrale americano. Nessuna data precisa è stata ovviamente indicata al riguardo.

LE PAROLE DI POMPEO CHE INFASTIDISCONO L'IRAQ

Allo stesso modo non sono state date informazioni in merito alla possibilità che una parte almeno di tali truppe siano trasferite in Iraq dove continuano a stazionare oltre 5 mila effettivi destinati a sostenere Baghdad nella lotta contro l’Isis e la sua potenziale riapparizione, in Iraq e forse anche in Siria. Ricordo che nelle scorse settimane il Segretario di Stato Mike Pompeo è tornato più volte sull’argomento, da ultimo osservando come anche in assenza di truppe americane in Siria l’azione anti-terroristica potrebbe essere svolta da altri Paesi, segnatamente dall’Iraq, malgrado la reazione piuttosto infastidita dei vertici di Baghdad rispetto a tale eventualità: «Trump è pronto a intraprendere nuove azioni militari in Siria, ma speriamo che non debba farlo» ha dichiarato a Fox News.

IL NODO CURDO E LE MINACCE DI ERDOGAN

Se dunque non è dato sapere quale sia il piano strategico di lotta al terrorismo che l’Amministrazione americana intende sviluppare nel prossimo futuro, è altrettanto poco chiaro se gli Usa saranno disposti a soddisfare le istanze di sicurezza in Siria della Turchia, alleato in seno alla Nato, senza sacrificare gli interessi dei miliziani curdi dello Ypd che Ankara considera dei terroristi. Si discute da tempo l’idea della creazione di un’area cuscinetto sul confine siriano di 32 km, avanzata da parte turca ma rigettata dai curdi e da Damasco e lo stesso Recep Tayyip Erdogan è tornato a minacciare di provvedervi da solo (6 febbraio) in assenza di una convergenza operativa americana.

Le macerie di Deir Ezzor.

In materia di terrorismo in casa siriana val la pena rammentare come sia ancora sub judice la situazione nell’area di Idlib, dove è tutt’altro che escluso un temibile intervento militare di Damasco volto a fare piazza pulita delle milizie al comando del gruppo. Che invece di evacuarla pacificamente, come Erdogan aveva promesso che sarebbe successo a Vladimir Putin, hanno finito per prenderne il controllo militare. Questo dossier, come del resto il tema delle conseguenze dell’annunciato ritiro del contingente americano, la questione dell’area cuscinetto al Nord, gli interrogativi posti dalle incursioni israeliane in terra siriana per colpire postazioni e depositi iraniani, saranno al centro del prossimo incontro trilaterale – Russia, Iran, Turchia - previsto per il 14 febbraio al quale dovrebbero partecipare anche le delegazioni di Siria, delle Nazioni Unite e della Giordania. Dopo l’insoddisfacente incontro del settembre scorso, vi si ricercherà un’intesa a almeno una utile convergenza che possa dare il marchio di fabbrica anche al tavolo Onu di Ginevra per una soluzione politica degna di questo nome al futuro della Siria.

LE PREOCCUPAZIONI DI PUTIN

Le premesse non sono però particolarmente incoraggianti e Putin appare un po’ affannato alla ricerca di quella quadratura politico-diplomatica che potrebbe sanzionare il suo ruolo di primus inter pares tra le diverse e divergenti parti in causa ma potrebbe anche dover fare i conti con Trump e la sua ben nota capacità di Iniziative eccentriche. La soluzione politica della crisi siriana non sembra comunque dietro l’angolo così come appare tutt’altro che scontato la fine del terrorismo di matrice islamista, dallo Stato islamico al suo concorrente Al Qaeda alle altre formazioni che ne ripetono obiettivi, slogan e soprattutto stragi. Ciò è senz’altro vero al di fuori della Siria e dell’Iraq, basti pensare allo Yemen, al Sahel e a tanti Paesi africani e asiatici. Ma anche al loro interno, come già segnalato e come documentato dagli attacchi recenti, il brodo di coltura di quel terrorismo non è stato ancora prosciugato.

12 Febbraio Feb 2019 1500 12 febbraio 2019
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