L43 Siria 160929211757
Guerra in Siria
Foreign Fighter Italia

L'Ue e l'Italia non ignorino il monito di Trump sui foreign fighter

Il presidente Usa invita (a modo suo) i Paesi europei a occuparsi ciascuno dei propri jihadisti. E l'Unione, che stenta a trovare coesione in politica estera, farebbe bene ad ascoltarlo.

  • ...

Il presidente Donald Trump non si smentisce nella sua logica urticante e ultimativa, protesa a privilegiare la bilateralità competitiva sulle convergenze multilaterali in omaggio all’interpretazione radicale del principio nazionalistico della America first. Sono passati due mesi e mezzo da quando aveva annunciato il ritiro del contingente americano che opera in Siria alla testa dello Sdf (curdo-arabo) a seguito di un altrettanto annunciata disfatta finale dell’Isis. Ci è tornato nel fine settimana del 16-17 febbraio con un tweet nel quale rendeva noto «il grande annuncio» cui aveva fatto riferimento 24 ore prima. Ed esso recitava sostanzialmente così: sconfitto ormai il Califfato senza un decisivo contributo dei nostri alleati europei, tocca adesso a loro, a Francia, Germania e Regno Unito e agli altri Paesi europei farsene carico, cominciando col riprendersi a casa loro e processarli, i rispettivi foreign fighter, catturati dalla coalizione curdo-araba a guida americana. L’alternativa essendo, secondo lo stesso Trump, la loro indiscriminata liberazione con tutti i rischi che ne potrebbero derivare.

L'IRRITAZIONE DI TRUMP VERSO L'UNIONE EUROPEA

È un Trump particolarmente irritato a fare queste affermazioni. Sappiamo bene quanto il presidente americano non ami l’Unione europea, ma questa volta ne identifica alcuni, quelli che evidentemente considera i membri principali, al netto della Brexit. Segno di una stizza particolare; e ne ha più di un motivo. Da mesi vede questi Paesi fare orecchie da mercante alle sue sollecitazioni a dissociarsi dall’accordo sul nucleare per spingere l’Iran a rinegoziarlo per inserirvi il tema dei missili a lungo raggio e della sua politica aggressiva in Medio Oriente. Ad aggravare la situazione è venuta la conclusione di un lungo lavoro fatto da quegli stessi Paesi per varare un nuovo strumento finanziario mirante a evitare le sanzioni secondarie americane anti-Teheran e consentire commerci e finanziamenti con l’Iran, salvaguardando l’accordo sul nucleare. Aggiungiamo a ciò l’assenza (l’Alto Rappresentante Federica Mogherini) e la partecipazione a basso livello dei Paesi occidentali dell’Unione (con la visibile eccezione dell’Italia rappresentata dal ministro degli Esteri) al vertice di Varsavia sulla pace e la sicurezza in Medio Oriente (vertice nato in realtà in funzione anti-Iran) convocato dall’Amministrazione Trump.

Mancavano solo le esternazioni critiche della cancelliera Angela Merkel in merito all’annunciato ritiro dalla Siria del contingente americano nel corso della conferenza sulla sicurezza svoltasi a Monaco. Il tutto mentre la quarta edizione del vertice tripartito di Sochi (Russia, Iran e Turchia) si concludeva con un ben magro risultato rispetto all’obiettivo perseguito della “soluzione politica” della crisi siriana: nessuno sblocco della nevralgica situazione in Idlib concordato tra Russia e Turchia nel settembre scorso, nessuna svolta in merito alla presenza curda al confine tra Siria e Turchia che Recep Tayyip Erdogan vorrebbe far arretrare di una trentina di chilometri, nessuna svolta relativamente alla presenza militare di osservanza iraniana (stimata in circa 80 mila uomini). Il tutto condito tuttavia dall’accusa rivolta agli Stati Uniti di stare illegittimamente in quel Paese e dallo scontato benvenuto dato all’annunciato ritiro del contingente americano dall’Est siriano che ha obiettivamente contribuito alla sconfitta militare dell’Isis. Se dunque da un lato Trump ha qualche motivo per essere infastidito dagli “alleati Ue”, dall’altro può ritenersi soddisfatto per essere riuscito a provocare un visibile indebolimento della coesione europea: Varsavia è emersa come un prezioso alleato assieme ai Paesi dell’area orientale dell’Unione, mentre sul fronte occidentale Roma non si è associata alla linea di Parigi, Berlino e degli altri, ancor meno a quella di Mogherini che ha tenuto a far sapere in anticipo che non avrebbe partecipato al vertice. Altro che voce unitaria, l’Unione ne è uscita priva di una qualificante soggettività e dunque di un peso politico specifico.

IL RIAVVICINAMENTO TRA ISRAELE E IL MONDO ARABO

L’iniziativa polacca di Trump ha favorito inoltre un evidente avvicinamento tra Israele e il mondo arabo in funzione anti-iraniana nel momento in cui la Repubblica Islamica festeggiava il 40esimo anniversario della rivoluzione di marca sciita, facendovi planare un’ombra che l’orgoglio e la propaganda ideologico-religiosa non sono riusciti a dissolvere. Ombra di disagio sociale ed economico e di polarizzazione politica che certo non ha contribuito a consolidare la presidenza di Hassan Rouhani e ha indotto lo stesso Ayatollah Ali Khamenei a fare qualche appena percettibile concessione politico-diplomatica a Trump: ha evitato di richiamare la volontà di proseguire nella missilistica a lungo raggio, ha tenuto Qassem Suleimani, il potente Capo della Quds Force delle Guardie rivoluzionarie, lontano dalle cerimonie ufficiali, vi ha tenuto basso il profilo di Hezbollah, ha lasciato che il ministro degli esteri Javad Zarif stigmatizzasse l’Europa per l’insufficiente contributo dato finora per compensare Teheran delle perdite già subite e quelle a venire a causa delle sanzioni americane. Trump ha anche premiato il premier israeliano Benjamin Netanyahu offrendogli un importante palcoscenico propagandistico alla vigilia dell’ormai imminente tornata elettorale mentre sensibilizzava i paesi arabi presenti circa la fantomatica “soluzione del secolo” della crisi israelo-palestinese.

LE DIFFICOLTÀ DELLA RUSSIA A FARSI REGISTA DEL SUPERAMENTO DELLA CRISI

E la Russia? È decisamente compiaciuta delle crepe transatlantiche ma stenta ad affermarsi quale grande regista del superamento della crisi siriana ancora sotto la minaccia di un bagno di sangue nell’area di Idlib per liberarla dal controllo jihadista e di un intervento militare turco nel Nord-Est del Paese, mentre Teheran punta a salvaguardarvi l’influenza che è riuscita ad acquisire e il norvegese Pedersen, nuovo rappresentante per la Siria del Segretario generale dell’Onu sotto la cui ala legittimante tutti dichiarano di volersi attestare, ancora non si manifesta. Una cosa è certa: l’Isis è sconfitto ma ha radici molto lunghe nel contesto di quel martoriato Paese, in primis nella natura del regime di Bashar al Assad, e vi è da sperare che non si intreccino con quelle delle altre milizie del jihadismo terroristico, fra le quali spiccano Al Qaeda nelle sue diverse incarnazioni, che ancora vi combattono. Ed è altrettanto certo che si rischia di averne delle temibili propaggini nei cosiddetti foreign fighter in fuga o sotto custodia americana pro-tempore. Rischia anche l’Italia che ne ha contato, e forse ne conta, ancora un centinaio. Inutile sottolineare come di fronte a questo pericolo i Paesi europei riescano a trovare un minimo sindacale di convergenza operativa.

19 Febbraio Feb 2019 1423 19 febbraio 2019
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso