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3 Marzo Mar 2019 1800 03 marzo 2019

Le cicatrici di Maidan nell'Ucraina che guarda alle elezioni 2019

A cinque anni dal regime change, il Paese si affaccia al voto presidenziale. Il favorito è Zelensky, comico populista. Incalzato da Poroshenko e Tymoshenko. L'ago della bilancia? I soliti oligarchi.

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Cinque anni fa si completava il regime change filo-occidentale in Ucraina. Le proteste cominciate nel novembre 2013 contro l’allora presidente Victor Yanukovich, colpevole di non aver voluto firmare l’Accordo di associazione con l’Unione Europea e voler riportare il baricentro di Kiev verso la Russia, sfociarono nel bagno di sangue di Maidan, nel fallimento del compromesso con l’opposizione, nella fuga del capo dello Stato e nell’insediamento di un governo guidato da Arseni Yatseniuk, colui che la vice segretaria di Stato americana Victoria Nuland già all’inizio della rivolta aveva identificato come «il nostro uomo». Tra marzo e aprile arrivarono poi la presa silenziosa della Crimea per mano russa, la guerra nel Donbass, e a maggio 2014 Petro Poroshenko, l’oligarca del cioccolato grande sponsor di Euromaidan, diventò presidente a furor di popolo. Un lustro più tardi è ora di fare il bilancio alla Bankova per il presidente che aveva annunciato di traghettare l’Ucraina in Europa, terminare il conflitto nel Sud-Est e rimettere in sesto un Paese finito allo sbando. Promesse mancate.

QUARANTA CANDIDATI E IL BALLOTTAGGIO ALL'ORIZZONTE

C’è poco da stupirsi quindi che in vista delle elezioni presidenziali di fine marzo (si vota il 31, il probabile se non sicuro ballottaggio è in calendario il 21 aprile) in testa ai sondaggi non ci sia Poroshenko e nemmeno qualcun altro della vecchia élite, ma un homo novus, guarda caso un comico un po’ populista, che vuole ribaltare l’Ucraina come non sono riusciti a fare gli eroi o pseudo tali di Euromaidan. Volodymir Zelensky, attore poco più che 40enne protagonista della fortuna serie televisiva lanciata nel 2015 Servitore del popolo, che narra le vicende di un professore di Storia eletto presidente ucraino con l’obbiettivo di debellare la corruzione. Se per vedere se la fiction diverrà realtà bisognerà aspettare ancora una manciata di settimane, è però anche adesso evidente quale sia la drammatica situazione nell’ex repubblica sovietica e quali siano i giochi dei poteri forti in una campagna elettorale che può essere definita altamente democratica per la presenza di una quarantina di candidati in campo, ma in realtà è sporca come tutte le precedenti, se non peggio.

Il fatto che Zelensky sia davanti a Poroshenko e Yulia Tymoshenko, l’ex eroina della rivoluzione arancione del 2004 poi finita nelle patrie galere sotto Yanukovich e resuscitata senza più trecce per la battaglia finale del 2019, è la prova: da un lato conferma il fallimento di Poroshenko & Co. alla guida del Paese; dall’altro, poiché la sua chiara vicinanza ad uno dei grandi player dell’arena politico economica ucraina, l’oligarca Igor Kolomoisky, non lo rende tanto indipendente come si potrebbe credere, indica che il sistema di potere che in quasi 30 anni si è strutturato a Kiev è ancora ben solido. Le due rivoluzioni non hanno insomma scardinato l’architettura oligarchica, per cui sono sempre gli stessi attori a dominare la scena.

I (SOLITI) BURATTINAI DIETRO LE QUINTE

Se con Yanukovich, che già voleva raccogliere l’eredità di Leonid Kuchma nel 2004, è stato eliminato un concorrente, gli altri sono tutti in pista. A partire proprio da Poroshenko, la cui onda lunga parte già prima del 2004 e lo vede legato prima ai cosiddetti filo-russi di Donetsk e dintorni, poi ai, sempre cossidetti, europeisti, per passare a Tymoshenko, la principessa del gas degli Anni 90 che una volta viene accusata di essere legata al Cremlino e la volta dopo di essere la peggior nemica di Vladimir Putin. Se il gioco per la Bankova è a tre (Zelensky-Poroshenko-Tymoshenko) i burattinai dietro le quinte rimangono i medesimi (Rinat Akhmetov, Victor Pinchuk e tutti gli altri), ognuno col suo candidato preferito, ma con l’occhio ai tre favoriti che si giocheranno la poltrona: fondamentali saranno gli spostamenti per il ballottaggio, quando uno dei tre sarà per forza di cose escluso e gli oligarchi dovranno indirizzare i voti sull’uno o sull’altro/a. E non si escludono sorprese dell’ultima ora, dato la campagna è partita sporca e difficilmente terminerà linda.

Zelensky ha dalla sua la popolarità e il fatto di rappresentare, almeno di facciata, il nuovo; Poroshenko gode delle risorse presidenziali e governative e sta facendo di tutto per rimediare a livello mediatico ai fallimenti politici ed economici (soprattutto per quel che riguarda la lotta alla corruzione e il nodo Donbass); Tymoshenko sta dimostrando di essere un animale politico per chi ancora aveva qualche dubbio e nonostante le ombre, le stesse che pesano sull’attuale presidente, sa sempre riciclarsi per ogni occasione. Il 31 marzo sarà il giorno decisivo per capire se saranno quindi i due vecchi rappresentanti dell’establishment a sfidarsi o se il populista di turno romperà gli schemi. Almeno simbolicamente. In ogni caso, rimarrà la questione degli equilibri di fondo: il capo di Stato in Ucraina non ha un potere assoluto, ma lo condivide con governo e parlamento. Ecco perché, per comprendere che nei prossimi cinque anni sarà in grado di dettare le regole nel paese (o forse no, se alla Rada ci sarà una maggioranza non favorevole al presidente riproponendo uno stallo visto nei decenni precedenti) bisognerà attendere le parlamentari in calendario in autunno.

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