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Voto Parlamento Inglese Su Brexit
Bassa Marea
10 Marzo Mar 2019 1400 10 marzo 2019

I tre voti del parlamento che possono cambiare la Brexit

Tra il 12 e il 14 marzo, la Camera dei Comuni si esprime su accordo May, no deal e rinvio della data di uscita. Ecco come possono mutare gli scenari. Per Londra e per l'Ue.

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Un’immagine efficace della Brexit, e di dove i britannici rischiavano di cacciarsi e si sono cacciati, la forniva nel luglio 2018 Robert Harris, l’autore di Fatherland (una Germania e un’Europa dopo una vittoria nazista nel 1945, con 25 traduzioni e 3 milioni di copie) e di numerosi altri romanzi storici e di fantastoria. «Alla fine i deputati vorranno disperatamente restituire ai suoi legittimi genitori – l’elettorato – un terribile bebé che urla, vomita, fa popò e pipì senza sosta, e che siano loro a decidere il suo destino». È un modo colorito per cogliere l’essenza del drammone Brexit, definito in termini più consoni giorni fa da Nick Timothy, l’ex stratega della premier Theresa May costretto alle dimissioni dopo la sconfitta elettorale dei conservatori nel giugno 2017. La Brexit, dice Timothy, è la difficoltà di scegliere tra democrazia diretta, che ha votato per l’uscita, e democrazia rappresentativa, cioè la Camera dei Comuni, che non sa come uscire dalla Ue per cominciare e forse nemmeno, a maggioranza, vuole uscire, ma non sa come dirlo al popolo sovrano. Per questo l’immagine cruda di Harris, che implica un ritorno all’elettorato e un nuovo referendum, potrebbe avverarsi dopo un finale di percorso tra il drammatico e il grottesco. Ma non è detto.

IL MARGINE DEL 12 MARZO FARÀ LA DIFFERENZA

I prossimi giorni potrebbero tuttavia essere decisivi perché c’è una serie di appuntamenti parlamentari cruciali, se verranno rispettati. Da fine novembre 2018 infatti, concluse sulla carta le parziali intese preliminari con Bruxelles e per la prima volta dopo due anni e mezzo, la palla prima gestita solo sull’arena dell’opinione pubblica è passata al parlamento. Saprà concludere la partita? Ci sono molti dubbi. May ha ora promesso tre voti in aula. Martedì 12 marzo i Comuni dovranno esprimersi una seconda volta sul suo piano di uscita, il May deal, bocciato a metà gennaio con la più secca sconfitta della storia parlamentare e 230 voti di scarto. È l’indispensabile withdrawal agreement senza il quale c’è l’uscita al buio o no deal, se si vuole rispettare in pieno il verdetto referendario del 2016 che contraddiceva però il referendum del 1975 passato con ampia maggioranza europeista e non con i margini modesti anti-Ue del 2016. Ancora nei dibattiti in aula di questi giorni c’è stato pessimismo sulle possibilità di vittoria, martedì 12 marzo, per il primo ministro. Se ora dovesse farcela, sembra comunque necessario un rinvio della data legale di uscita del Regno Unito dalla Ue, fissata per il 29 marzo.

Se invece e come probabile sarà un secondo no al May deal, che non piace ai brexiteer («è un chiedere scusa per aver voluto la Brexit» ha detto in aula Boris Johnson, esponente di punta del Leave) e piace ancor meno al fronte opposto, ci sarebbe mercoledì 13 marzo un secondo voto per vedere se i Comuni accettano o no un no deal. Sarà importante vedere anche con che margini il May deal viene sconfitto. Se per pochi voti, le cose cambiano, e May potrebbe studiare qualcosa prima del 29 marzo. Se si dà invece per scontato che il May deal non passa, e nettamente, ci sarà mercoledì una seconda conta. I duri che stanno con Johnson e con lo European Reserach Group (Erg) del superfalco Jacob Rees-Mogg vogliono l’uscita al buio, la loro preferita, non accettano nessun statuto speciale fra le due Irlande perché implicherebbe l’unione doganale con la Ue, e possono arrivare a un centinaio di voti, un terzo scarso del gruppo dei conservatori; fra gli altri 550 si va dall’accettazione del no deal in quanto rispettoso del referendum del 2016, ai molti dubbi, alla ferma opposizione; è possibile che il no deal venga bloccato, e la reazione dell‘Erg e di altri sarà durissima e faranno appello al Paese e al “referendum tradito”. Ugualmente dura sarà la contrapposizione giovedì 14 marzo, se ci sarà il voto sul rinvio. Rinvio che potrebbe essere l’inizio della fine della Brexit.

LA CARTA NAZIONALISTA DEI BREXITEER

Non è chiaro se il parlamento riuscirà a districare la matassa. L’opposizione alla Ue, e all’Europa visto che chi è contro Bruxelles riflette in genere una radicata visione delle isole come cosa diversa dal Vecchio continente, è presente a vari livelli in metà o poco meno della popolazione e in due terzi circa degli inglesi (diversi i gallesi e molto diversi gli scozzesi). Ancora adesso a sentire Johnson è tutta una questione di “indipendenza “ e “dignità nazionale”, carte che i nazionalisti brexiteer giocano avendo dovuto da tempo rinunciare a quella, una vera fandonia, dei guadagni economici che ci sarebbero stati nell’uscita, smentiti pesantemente dalla stesse previsioni del governo May. «Bisognerebbe impiccare la sua testa, in effige», ha detto dagli scranni di Westminster la settimana scorsa indicando Johnson il capogruppo del National Scottish Party (Nsp), Ian Blackford. Johnson fu e resta cruciale nella battaglia, ma ora dice che lui ha solo «dato una mano», come del resto sta facendo Beppe Grillo in Italia di fronte alle difficoltà dei grillini. Anche Johnson, dal notevole talento teatrale, è un istrione.

LE FATICHE DI MAY E CORBYN

May non controlla più i Tory, dove l’Erg si è strutturato da partito nel partito con un suo capogruppo che tiene la disciplina e sottopone tutti i conservatori al ricatto del nazionalismo puro e duro e del “tradimento”. Jeremy Corbyn fatica a controllare i laburisti, a chiara maggioranza anti Brexit ma con un 15% dei 245 deputati espressione di collegi che hanno votato per l’uscita dalla Ue, e timorosi di “tradirli”. May e Corbyn sono poi due remainer riluttanti o leaver riluttanti, che non è molto diverso, e anche questo complica. Corbyn ha dovuto promettere ai suoi che inserirà il 12 marzo un emendamento per un secondo referendum, ma finché non lo fa il tutto resta incerto. Non sembra che questo parlamento, storicamente scuola di democrazia rappresentativa per il mondo intero, sia in grado di risolvere il rebus. Il premier danese Lars Lǿkke Rasmussen, con una minoranza nazionalista anti Ue da gestire , ha assicurato nei giorni scorsi che mai indirà sulla questione europea un referendum. Il pubblico inglese, ha detto, «è stato raggirato da politici dalla lingua sciolta che hanno dimostrato di essere imbonitori non degni di fiducia e che hanno poi abbandonato la nave che affonda». E ha aggiunto che il parlamento britannico è oggi «un sistema paralizzato ormai prossimo alla fusione nucleare». Lo vedremo fra poche ore.

Un’Europa senza Londra sarebbe sminuita, anche se più coerente, perché mezzo Regno Unito anche dentro le istituzioni Ue ha sempre remato contro

Se il May deal non passa e il no deal viene escluso, potrebbe restare alla fine una opzione: una soft Brexit con permanenza di Londra nell’unione doganale e magari anche nel mercato unico; ma mezzo parlamento e forse più chiederebbe di sottoporla a referendum, e potrebbe venire inserita quindi accanto a questa anche una seconda opzione, cioè il Remain. Addio, comunque, alla vera Brexit, in parte o in toto. Resta il fatto che questi inglesi, e si tratta soprattutto di inglesi, preferiscono una puzza di pesce avariato che arriva dall’anglosphere, come definiscono aulicamente il mondo di lingua inglese, a un profumo di claret, così chiamano oltremanica il vino Bordeaux, che arriva dalla Francia. Il Regno Unito ha fornito all’Europa ottimi funzionari e politici sinceramente europei, frenati però da troppi connazionali convinti che essere british significa disdegnare il continente, e alla fine il mondo intero, con parziale eccezione per l’anglosphere , ma quella leale alla Corona (una volta) e quindi non esattamente gli Stati Uniti, ai quali tuttavia per convenienza fanno finta di inchinarsi.

LO SPARTIACQUE DELLE ELEZIONI EUROPEE

Stando così le cose, viene davvero voglia di dire a questi inglesi: mollate gli ormeggi e andate dove volete e per un po’ non fatevi se possibile troppo vedere, avete stufato. Ma non è così semplice, e un’Europa senza Londra sarebbe decisamente sminuita, anche se più coerente, perché mezzo Regno Unito anche dentro le istituzioni Ue ha sempre remato contro. Se poi ”tutto cambia” con il voto per l’europarlamento fra poco più di due mesi, come dicono i sovranisti anche a casa nostra, l’uscita di Londra non sarebbe altro che il suggello grandioso su questo “cambiamento” storico e inevitabile, piaccia o meno; ma se la rivoluzione non ci sarà – i voti si contano e non li abbiamo ancora contati – avere o non avere Londra a Strasburgo e Bruxelles non è la stessa cosa. Intanto, il terribile bebè strilla vomita e insozza di escrementi a getto continuo chi deve tenerselo fra le braccia. Vedremo chi saprà chetarlo.

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