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Il parlamento di Londra ha bocciato l'accordo di Theresa May sulla Brexit

La premier chiedeva il sostegno all'intesa negoziata con l'Ue. I deputati a favore sono stati 242, quelli contrari 391. No di Dup e brexiteers più duri. Sconfitta cocente per la leader Tory. 

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Un'altra cocente sconfitta per la premier britannica Theresa May nel secondo voto ai Comuni sulla Brexit. Il parlamento britannico ha bocciato la sera del 12 marzo per la seconda volta l'accordo patrocinato dal governo Tory. I deputati a favore sono stati 242, quelli contrari 391.

Lo scarto è stato di 149 voti, inferiore rispetto ai meno 230 del primo tentativo andato a vuoto a gennaio con la peggiore sconfitta mai subita da un governo di Sua Maestà nella storia moderna del Regno Unito. «Oggi è il giorno, è il tempo di attuare ciò che il popolo, non questa Camera, ha stabilito nel referendum sulla Brexit, chiedendo un cambiamento', aveva detto la primo ministro aprendo il dibattito e ponendo l'alternativa tra 'questo accordo' e il rischio che «la Brexit vada perduta». È arrivato però il no, oltre che dei laburisti di Corbyn, dei falchi Tory e degli alleati unionisti nordirlandesi del Dup, secondo i quali le intese raggiunte con l'Ue sul backstop «non soddisfano l'impegno preso dal governo di ottenere cambiamenti legalmente vincolanti».

«È tempo di approvare l'accordo, è tempo di andare avanti», aveva detto il ministro britannico per la Brexit, Stephen Barclay, chiudendo il dibattito sulla versione revisionata dell'accordo con l'Ue presentato dalla premier Tory, prima di lasciare la palla alla Camera dei Comuni per il cruciale secondo tentativo di voto di ratifica. La promessa di cambiamenti legalmente vincolanti al backstop non ha retto "alla prova" dei fatti, gli ha replicato Keir Starmer, ministro ombra laburista per la Brexit, il quale ha preannunciato il no del suo partito a un accordo bollato come «fallimentare» in sé e che secondo il Labour non offre garanzie sufficienti al Paese per l'economia e i posti di lavoro. Starmer lo ha liquidato come «un tentativo disperato di tenere unito il Partito Conservatore» e che non ha ottenuto neppure questo obiettivo.

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COSA SUCCEDE ADESSO? NO DEAL O LA PALLA AI LEADER UE

Il 13 marzo il parlamento deve votare sulla possibilità di una Brexit senza accordo. Se la maggioranza sostenesse l'opzione, allora si andrebbe alla uscita disordinata del Regno Unito dall'Unione europea. Con tutte le caotiche conseguenze su traffico commerciale, servizi finanziari, visti e via dicendo. Se, invece, la maggioranza del parlamento votasse contro allora si potrebbe chiedere un rinvio del giorno del divorzio all'Unione europea. E tuttavia la richiesta dovrebbe essere giustificata da un piano.

LA SPACCATURA DEI TORY

La May ha confermato che intende tornare alla Camera dei Comuni il 13 marzo per mettere ai voti una mozione 'no deal sì o no deal no'. La premier ha aggiunto che lascerà libertà di voto al gruppo Tory, ma che lei resta contraria a un no deal e convinta che esista «una maggioranza a favore di un accordo». Prima del voto sull'accordo, il suo ex ministro degli Esteri, il brexiteer Boris Johnson, aveva confermato ai Comuni il suo 'no' a quella che definisce «un'umiliazione» dell'Ue. E aveva invitato il Regno Unito a reagire «come un grande Paese e non timorosamente» e a scegliere la strada del no deal. «Una strada più difficile all'inizio», ammette, ma ormai "l'unica strada possibile».

LA POSSIBILITÀ DEL RINVIO

May dal canto suo ha aperto al rinvio, spiegando che giovedì 14 marzo onorerà la promessa di mettere ai voti un'ulteriore mozione sulla possibilità che il governo chieda "un breve" rinvio della Brexit rispetto al 29 marzo. Un rinvio - ha precisato - che può essere ottenuto solo se il Parlamento indicherà una strada: Brexit con questo accordo rivisto, con un altro accordo o secondo referendum. Ipotesi «non desiderabili», ma che «la Camera deve affrontare». E infatti solo di fronte a un piano i leader Ue che si riuniscono il 21 marzo al Consiglio Ue potrebbero accordare a Londra un'estensione.

Michel Barnier, il capo negoziatore dell'Ue, fa il bacia mano a Theresa May.

PREPARATIVI UE PER IL NO DEAL «PIÚ IMPORTANTI CHE MAI»

«Se ci sarà una richiesta ragionata da parte del Regno Unito» per un'uscita posticipata, «i 27 Paesi dell'Ue la valuteranno e decideranno all'unanimità. L'Ue si aspetta una giustificazione credibile per una possibile estensione» della permanenza del Regno Unito e «della sua durata», ha spiegato il portavoce del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, che in riferimento al parlamento europeo e al bilancio Ue avverte: «Il corretto funzionamento delle istituzioni dell'Ue dovrà essere garantito». «L'Ue ha fatto tutto il possibile» per favorire la ratifica dell'Accordo di divorzio sulla Brexit a Westminster. «L'impasse può essere risolta solo nel Regno Unito. I nostri preparativi per un 'no deal' ora sono più importanti che mai», ha scritto il capo negoziatore dell'Ue per la Brexit Michel Barnier su Twitter.

L'OPZIONE ELEZIONI ANTICIPATE

Tuttavia almeno a Londra c'è chi vuole subito guadagnare dall'ennesima bocciatura della premier. «L'accordo del governo è morto, è tempo di convocare elezioni politiche», ha dichiarato il leader dell'opposizione laburista britannica, Jeremy Corbyn, replicando a Theresa May dopo la seconda bocciatura della premier. Corbyn ha accusato May di aver fatto passare il tempo deliberatamente e l'ha sfidata a scegliere a questo punto la strada delle urne. Ha tuttavia anche confermato l'intenzione di ripresentare alla Camera dei Comuni il suo piano B per una Brexit alternativa più soft.

12 Marzo Mar 2019 1947 12 marzo 2019
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