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Brexit Voto Oggi 13 Marzo

Le cose da sapere sul voto per la Brexit del 13 marzo 2019

La Camera dei Comuni deve esprimersi sull'ipotesi di una uscita senza accordo. Ecco quali effetti avrebbe, come sono schierati i deputati e perché anche un "no" non la toglierebbe dal tavolo.

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A 24 ore dalla bocciatura dell'accordo May, il parlamento del Regno Unito è atteso da un nuovo voto sulla Brexit. Il 13 marzo la Camera dei Comuni è chiamata a pronunciarsi sull'ipotesi di un no deal, ovvero di una uscita senza accordo di Londra dalla Unione europea. Ecco cos'è e quali effetti avrebbe un no deal, come è schierato a proposito il parlamento britannico e perché, anche in caso di voto negativo il 13 marzo, l'opzione non potrebbe essere affatto esclusa.

1. L'EFFETTO NO DEAL: STERLINA A PICCO E IMPATTO SU ECONOMIA E PIL

Il no deal è uno scenario considerato pericoloso da diversi analisti. In assenza di accordi commerciali che regolino il divorzio, il Regno Unito diverrebbe per il resto dell’Unione Europea un Paese terzo a tutti gli effetti. Con l'introduzione di controlli e vincoli doganali le imprese del Vecchio continente dovrebbero affrontare costi crescenti, tanto che in diversi settori - ultimo in ordine di tempo quello dell'auto - è già stata annunciata una fuga dal Regno in caso di no deal. Secondo l'Ocse, l'uscita al buio farebbe «sostanzialmente aumentare i costi per le economie europee», mentre la Bank of England ha avvertito che farebbe tremare sia la sterlina sia il settore immobiliare britannico, i cui prezzi andrebbero a picco assieme al valore del pound. Il ministro del Tesoro britannico, Philip Hammond ha spiegato che la mancata ratifica di un accordo fa gravare «una nuvola d'incertezza sull'economia» del Regno Unito e per questo il governo ha tagliato le stime sul Pil del 2019 dall'1,6 all'1,2%. Hammond ha tuttavia mantenuto inalterate le stime sulla crescita per il 2020 (+1,4%) e quelle per il triennio successivo (indicate a un +1,6% per ciascun anno).

2. GLI UMORI DI WESTMINSTER: MAGGIORANZA CONTRO IL NO DEAL

A favore del no deal sono schierati i deputati più conservatori all'interno del gruppo Tory, sostenitori di un taglio netto ai rapporti con la Ue. Tra loro, l'ex ministro degli Esteri Boris Johnson, che ha definito una uscita al buio «l'unica strada». Tuttavia, la maggioranza per respingere lo sbocco di un traumatico no deal appare chiara: la stessa premier Theresa May ha fatto sapere che lascerà libertà di voto al gruppo Tory, ma si esprimerà «personalmente» contro. May ha tuttavia insistito che rifiutare il 'no deal' non basta a scongiuralo e ha rivendicato al suo governo di aver sempre lavorato per far uscire il Regno Unito dall'Ue con un buon accordo il 29 marzo.

3. LO SCENARIO: TRA REFERENDUM BIS E... USCITA SENZA ACCORDO

Se, come sembra, il parlamento britannico dovesse dirsi contrario a un no deal, il 14 marzo voterebbe sull'ipotesi di un rinvio della data di uscita del Regno Unito dalla Ue, attualmente in agenda il 29 marzo del 2019. L'esito non è scontato. In caso di via libera, Londra dovrebbe chiedere alla Ue l'estensione dell'Articolo 50. Bruxelles ha già fatto sapere che la concederà solo se corredata da un piano chiaro per uscire dallo stallo. Se però il rinvio dovesse essere bocciato dal parlamento britannico, si aprirebbe una nuova fase di impasse, che potrebbe risolversi in una uscita senza accordo come in nuove proposte da parte del parlamento in carica, chiamato a subentrare al governo con una qualche maggioranza trasversale positiva su una soluzione (anche quella di un problematico referendum bis, come ha riconosciuto la premier in persona) o a farsi da parte a sua volta per lasciare spazio alle urne.

Il rischio di un no deal non è mai stato così grande, chiedo di non sottovalutarlo. Invitiamo in modo solenne tutte le parti interessate a prepararsi

Il capo negoziatore Ue Michel Barnier

4. LA POSIZIONE DELLA UE: NEGOZIATI FINITI, NO DEAL MAI COSÌ VICINO

Queste prospettive non fanno presagire nulla di buono al vicepresidente della Commissione europea Jyrki Katainen, secondo cui «una hard Brexit è di nuovo più vicina». La pensa allo stesso modo il capo negoziatore Ue Michel Barnier: «Il rischio di un no deal non è mai stato così grande, chiedo di non sottovalutarlo. Invitiamo in modo solenne tutte le parti interessate a prepararsi. Noi non abbiamo mai lavorato per un no deal ma siamo pronti ad affrontare questa situazione».

Secondo Barnier, «il voto del 12 marzo prolunga e aggrava una grande incertezza. La responsabilità sulla decisione della Brexit è esclusivamente britannica e oggi la prima responsabilità per uscire dall'impasse ricade sul Regno Unito. Se continuano a voler uscire, [l'accordo negoziato] è e resterà l'unico trattato disponibile. Abbiamo fatto tutto ciò che potevamo fare».

5. I DUE EMENDAMENTI SU CUI IL PARLAMENTO È CHIAMATO A VOTARE

Sono due gli emendamenti ammessi al voto dallo speaker della Camera dei Comuni britannica, John Bercow, per la sera del 13 marzo, prima dello scrutinio della mozione 'no deal sì-no deal no'. Il primo, promosso trasversalmente da deputati conservatori moderati e laburisti con primi firmatari Jack Dromey (Labour) e Caroline Spelman (Tory), mira a rafforzare il no all'ipotesi no deal escludendo che il Regno possa lasciare in alcuna circostanza l'Ue «senza un accordo di recesso e una cornice sulle relazioni future» ratificate. Il secondo è invece un compromesso fra Tory pro-Leave e pro-Remain basato sul cosiddetto 'piano Malthouse': che prevede al contrario l'opzione d'un no deal possibile purché temperato dall'impegno unilaterale britannico sul temporaneo mantenimento dello status quo in attesa d'un accordo da negoziare a più lungo termine. Entrambi, incredibilmente, non tengono conto della posizione della controparte, cioè dell'Unione europea, i cui capi di Stato e di governo avranno l'ultima parola sulla Brexit nel Consiglio del 21 marzo.

13 Marzo Mar 2019 1133 13 marzo 2019
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