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Diplomaticamente
13 Marzo Mar 2019 1359 13 marzo 2019

Se pure lo Yemen in guerra e alla fame accoglie i migranti

Nonostante sia in emergenza umanitaria, questo Paese apre le porte a chi cerca un futuro migliore. Un fatto che dovrebbe far riflettere chi crede che basti chiudere i confini di casa per arrestare un fenomeno globale. 

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In Yemen accade un fenomeno che induce a riflettere e che si colloca al di fuori della narrazione che normalmente si fa in merito a questo Paese. Quando si parla di Yemen – e non avviene molto di frequente – è inevitabile infatti fare riferimento alla catastrofe umanitaria in cui questo Stato povero, anzi poverissimo, è precipitato con il colpo di stato, peraltro “annunciato”, scatenato dagli Houthi per l’indifferenza mostrata dal “legittimo” governo di allora (e dai precedenti). Un golpe contrastato dal governo stesso e dalla coalizione a guida saudita che lo sostiene con una violenza pari alla sua inefficacia: basti considerare l’orrendo primato di otto bambini che ogni giorno vengono uccisi o feriti nelle 31 zone del Paese in cui il conflitto è attivo, i 14 milioni di persone sull'orlo della carestia, le 12 mila vittime e di oltre tre milioni di sfollati. Per non parlare del triste fenomeno delle spose bambine, cioè delle piccole date in sposa in cambio di cibo per la famiglia.

Quando si parla di Yemen è ugualmente inevitabile che si aprano le cateratte delle accuse al mercato delle armi che si nutre di quel conflitto e ricordare con sospetta puntualità che anche l’Italia vi è coinvolta perché ne vende, di armi, agli uni e agli altri, e ne consente il transito sul suo territorio. Lo stesso dicasi del fatto che si tratta di una guerra che rappresenta una vera e propria guerra per procuratra l’Iran e l’Arabia saudita - di cui il Medio Oriente, e non solo, offre diversi esempi funesti. Un conflitto che si è internazionalizzato e ha visto il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite varare una Risoluzione piuttosto dura nel tono e nel contenuto - la n. 2216 del 2015, approvata con 14 voti a favore e l’astensione della Russia, peraltro rimasta senza seguiti apprezzabili - e quindi decidere la nomina di un Inviato speciale nella persona di Ismail Ould Cheikh Ahmed prima e Martin Griffiths poi, con l’incarico di cercare un riavvicinamento tra le parti e, auspicabilmente, promuovere un negoziato di pace.

L'INTESA DI RIMBO EROSA DAL CLIMA DI SFIDUCIA

Meno si dice quanto in sede Nazioni Unite si sia cercato con grande determinazione di portare avanti la loro missione, resa particolarmente ardua dall’atteggiamento bellicoso di entrambe le parti; missione terminata senza risultati validi per il primo inviato ma quanto meno costruttivi per il secondo, Martin Griffiths: mi riferisco all’importante risultato dell’intesa siglata dalle parti in conflitto nel dicembre scorso a Rimbo in Svezia: un primo passo, si è detto, verso un auspicabile percorso che muovendo dal cessate il fuoco e da una serie di misure di fiducia, tra le quali un importante scambio di prigionieri, potesse concretamente puntare a fermare questa guerra lastricata di troppe vittime, sofferenze e distruzioni.

Vi sono state molte violazioni dell’intesa raggiunta con Griffiths

Assai poco si è detto circa il fatto che Il 2018 si è chiuso con questa speranza che tuttavia, nel giro di poche settimane, è entrata in un temibile tunnel di sfiducia scontrandosi sulla pietra di inciampo della messa a disposizione delle Nazioni Unite dell’area portuale di Hodeidha, in mano agli Houthi, che, merita ribadirlo, costituisce un fondamentale snodo di transito di merci, di aiuti ma anche di armi. Vi sono state molte violazioni dell’intesa raggiunta con Griffiths, di cui ciascuna delle due parti ha accusato l’altra - se ne sarebbero contate oltre 60 – e la situazione si è andata degradando al punto da far temere i venti di guerra: sia gli Houthi che le forze governative si starebbero infatti attrezzando, con barricate e trincee, per un nuovo confronto militare. Notizia pessima che ci si augura possa essere cancellata dalla cronaca delle prossime ore.

LE MILIZIE DI AL QAEDA E DELL'ISIS RIPORTANO LA PAURA TERRORISMO

Nel frattempo si sono susseguite altre notizie inquietanti: da un lato quelle provenienti dalle forze secessioniste del Sud, dall’altro le minacce delle forze del terrore, un vero e proprio cancro che si sta ramificando nel Paese. Mi riferisco alle milizie del jihadismo sia di matrice Al Qaeda, da tempo radicata in questo Paese, che di stampo Isis; jihadismo che in questa situazione conflittuale, avvelenata di settarismo nihilista, trova sostanziosi ingredienti di alimentazione del suo fondamentale brodo di coltura. Ebbene, in questo contesto che definire catastrofico sembra eufemistico si sta verificando, come detto all’inizio, un fenomeno che ha del sorprendente: lo Yemen continua a essere terra di approdo di molti migranti che fuggono dal Corno d’Africa per fame, violenza, soprusi intollerabili e lo è in maniera consistente e crescente. Si tratta infatti di un flusso che paradossalmente si è andato incrementando da quando è iniziata la guerra passando, secondo le ultime stime, dalle 100 mila unità nel 2017 alle 150 mila nel 2018.

Secondo l’Oim, cui si devono queste indicazioni, le ragioni di questo fenomeno sono diverse e vanno dall’economicità del trasporto realizzato dai trafficanti, attorno ai 200 dollari, alla possibilità del pagamento del trasporto all’arrivo in Yemen (dove ovviamente restano sotto stretto controllo fino a quando non hanno cancellato il loro debito), fino alla relativamente breve durata del viaggio, tra le 18 e le 24 ore passando dalla prospettiva di entrare in Arabia Saudita o in una delle altre monarchie del Golfo. L’area di partenza è quella di Bosaso, in Somalia, mentre la zona di sbarco che era a Mocha, sulla costa occidentale dello Yemen fino allo scoppio della guerra, si è spostata nel versante desertico orientale presso governatorati dove i migranti possono contare su una radicata tradizione tribale di accoglienza.

LO YEMEN META DI MIGRANTI NONOSTANTE GUERRA E CARESTIA

Chi sono e dove vanno questi migranti? Fondamentalmente sono somali ed etiopi, con la particolarità che col tempo sono andati vistosamente diminuendo i somali – che a mano a mano hanno mostrato di preferire le rotte verso l’Europa - mentre sono aumentati altrettanto consistentemente gli etiopi che si attestano ormai attorno al 90% del totale. In generale questi migranti restano qualche tempo in Yemen per poi cercare di entrare in Arabia Saudita, ciò che è tutt’altro che agevole da quando l’intero confine (1.400 Km) è stato militarizzato. Chi trova qualche lavoro deve accettare condizioni salariali miserrime – si parla di 5 dollari al giorno quando va bene - nei settori delle costruzioni e in agricoltura.
Gli altri si affidano all’assistenza umanitaria assicurata da Organizzazioni non governative internazionali nei campi per i rifugiati che peraltro non sono in condizione di ricevere un flusso così consistente e, soprattutto, di sfamarlo.

Nonostante le difficoltà e le violenze in cui incorrono, il flusso migratorio continua, anzi, aumenta, segno della disperazione in cui versano e della volontà di trovare un futuro migliore ad ogni costo

Non sfuggirà che, nelle condizioni date, i diritti umani di questi migranti sono una chimera. Non di rado sono reclutati come mercenari nel conflitto yemenita e nelle azioni terroristiche di Al Qaeda. Tuttavia, nonostante le difficoltà e le sofferenze/violenze/abusi in cui incorrono, il flusso migratorio continua, anzi, aumenta, segno della disperazione in cui versano e della volontà di trovare un futuro migliore ad ogni costo. Quando si parla di Yemen e si evoca, giustamente, il disastro umanitario di quella popolazione a causa della guerra e dei focolai di violenza che ne attraversano il territorio, sarebbe saggio ricordare anche quest’altra componente, non meno desolante, della realtà yemenita. Per riflettere sulla portata strutturale di questo fenomeno migratorio che investe l’Africa con numeri stratosferici rispetto alle nostre vicende domestiche ed europee e trarne spunto ulteriore, semmai ve ne fosse bisogno, per rifuggire da risposte tanto semplicistiche quanto di corto respiro e, in definitiva, sbagliate.

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