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14 Marzo Mar 2019 1925 14 marzo 2019

Il parlamento ha approvato la richiesta di rinvio della Brexit

Westminster dà il via libera allo slittamento a giugno. Ora il terzo voto sull'accordo May. Se non passasse, la premier chiederebbe alla Ue una proroga di un anno. Ipotesi indigesta agli ultraconservatori.

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Theresa May porta a casa finalmente un pur piccolo successo alla Camera dei Comuni. Nel voto del 14 marzo, il parlamento del Regno Unito ha dato il via libera - con 412 "sì" e 202 "no" - a una mozione che consente al governo di chiedere all'Unione europea un rinvio "breve" della Brexit, dal 29 marzo al 30 giugno 2019. Proposta che l'Ue è pronta a esaminare nel corso del Consiglio europeo del 21 e 22 marzo, ma che pare propensa ad accettare (serve un voto all’unanimità degli Stati membri del Consiglio dell’Ue, ndr) purché sia motivata a dovere.

Nel frattempo, ed entro il 20 marzo, è previsto che sia riproposto per la terza volta al voto di ratifica del parlamento l'accordo di divorzio raggiunto da May con Bruxelles a novembre e già bocciato due volte. L'ultima il 12 marzo.

LA PREMIER MAY TENTA LO SCACCO AI "FALCHI"

Se l'accordo May dovesse essere affossato per la terza volta (il 12 marzo lo scarto è stato di 149 voti), la premier - come scritto nella mozione approvata - sarebbe chiamata a chiedere alla Ue un rinvio più lungo, di circa un anno. Una ipotesi indigesta ai brexiteer più convinti, rappresentanti dell'ala ultraconservatrice dei Tory e - assieme agli unionisti nordirlandesi del Dup - sostenitori di un taglio netto con l'Unione europea. È la loro opposizione in primis che ha fatto naufragare l'accordo per ben due volte. Con questa mossa, May prova a mettere loro pressione. Come dire: "Votate il mio accordo o la Brexit rischia di protrarsi all'infinito".

IL SECONDO REFERENDUM È UN PO' PIÙ LONTANO

Il risultato del 14 marzo è positivo per May anche perché corredato da una serie di "no" alla raffica di emendamenti promossi da oppositori e ribelli per provare a legarle le mani. Un "no" di strettissima misura (314 contro 312) nel caso del testo presentato dai laburisti eurofili Hilary Benn e Yvette Cooper con l'obiettivo di sottrarre in sostanza all'esecutivo il controllo delle prossime mosse negoziali e di attribuire al parlamento il diritto prioritario di mettere in cantiere "voti indicativi" su progetti di Brexit diversi dal suo, alla caccia di maggioranze trasversali.

Un "no" netto invece contro il tentativo d'un drappello di indipendenti di collegare il rinvio con l'obiettivo di un secondo referendum: speranza che i pro Remain più irriducibili non smettono di coltivare, soprattutto se lo stallo e i veti incrociati continuassero a farla da padrone, ma che si prospetta più remoto sullo sfondo del sostegno incassato da appena 85 parlamentari e del voto contrario di ben 334 colleghi. Il 13 marzo, Westminster aveva detto "no" all'ipotesi di un no deal, una uscita senza accordo. Scenario che, tuttavia, non può essere escluso.

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