Crimea Oggi

L'eredità del referendum in Crimea cinque anni dopo

Il 16 marzo 2014 si aprivano le porte all'annessione alla Russia. Oggi la penisola sul Mar Nero ha tagliato i ponti con un'Ucraina sempre più vicina all'Occidente. Ma lontana da un'adesione a Ue e Nato.

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Cinque anni fa, il 16 marzo 2014, il referendum in Crimea, non riconosciuto dalla comunità internazionale, apriva le porte all'annessione della penisola sul Mar Nero da parte della Russia, avvenuta il 18 marzo: si trattava della tappa intermedia dopo la rivoluzione di Euromaidan e il regime change a Kiev e l'inizio della guerra nel Donbass, in quella che viene definita a grandi linee la crisi ucraina. Le due sfide intrecciate tra Ucraina e Russia e Russia e Occidente non sono iniziate insomma con i famosi “omini verdi”, i militari senza insegne, che senza sparare un colpo hanno “occupato” la Crimea per ordine di Vladimir Putin nel marzo del 2014, ma hanno avuto i prodromi nel duello tra Kiev e Bruxelles sulla firma dell'Accordo di associazione e le successive tragiche conseguenze nel conflitto che dall'aprile di un lustro fa ha causato la morte di oltre 13 mila persone e che prosegue nemmeno troppo sottotraccia ancora oggi.

IL PREZZO PAGATO DALL'UCRAINA

L'annessione della Crimea è stata però il momento di svolta per quel che riguarda l'andamento della contesa internazionale, con la presa di posizione di Stati Uniti e Unione europea che hanno dato il via alle prime sanzioni diplomatiche ed economiche contro la Russia, progressivamente intensificate nel corso delll'ultimo quinquennio. L'avvio della guerra nel Sud-Est del Paese, tenuta a bada con i fragili accordi di Minsk siglati nel 2015, non ha fatto altro che peggiorare le relazioni tra Mosca e l'Occidente, schieratosi senza se e senza ma al fianco di Kiev. In concomitanza con il quinto anniversario del passaggio di Sinferopoli sotto l'ombrello russo e in vista delle elezioni presidenziali del 31 marzo, quando Petro Poroshenko, eletto nel maggio del 2015 con la promessa di traghettare il Paese verso pace e prosperità, sarà sottoposto al giudizio degli ucraini, è possibile tracciare un bilancio provvisorio di una crisi che ha scardinato gli equilibri europei e internazionali.

L'Ucraina ha spostato il suo baricentro verso Occidente e si è allontanata dall'orbita russa, ma ha pagato, sta pagando e continuerà a pagare un caro prezzo. Ha perso definitivamente la Crimea e il Donbass è coinvolto in una guerra sporca. Difficile una reintegrazione sul breve e medio periodo, guardando gli esempi analoghi nello spazio post-sovietico (Ossezia del sud e Abcasia in Georgia, Transnistria, Nagorno Karabakh) e fuori, a partire dalla questione di Cipro Nord. La firma dell'Accordo di associazione con l'Unione europea non ha certo spalancato, né spalancherà, per Kiev la via verso Bruxelles come membro a tutti gli effetti. Lo stesso dicasi per la Nato, nonostante i cambiamenti costituzionali che in Ucraina servono solo come specchietto per le allodole in campagna elettorale.

GLI OSTACOLI ALL'ABBRACCIO DELL'OCCIDENTE

Se Victor Yanukovich aveva ancorato alla Carta il concetto di neutralità, Poroshenko punta adesso sui rapporti transatlantici, ma alla fine le decisioni saranno prese altrove. Se già oltre 10 anni fa Germania e Francia si erano opposte all'entrata della Georgia, per l'Ucraina gli ostacoli sembrano ancor più insormontabili. Soprattutto perché il Paese, oltre al peso della guerra nel Donbass e la permanente ombra russa, rimane altamente instabile. Il sistema oligarchico è quello su cui si basa ancora l'Ucraina e che gestisce politica e soprattutto economia. La corruzione rimane il problema principale e cinque anni dopo la cosiddetta "rivoluzione della dignità" poco è cambiato e la maggiore vitalità della società civile è regolarmente soffocata dai vecchi usi e costumi. La rivoluzione arancione del 2004, ricordata in più come la rivoluzione dei milionari contro i miliardari, aveva già illuso gli ucraini una volta. La campagna elettorale in corso è il più evidente e recente esempio di una deriva inarrestabile. E in questo caso il Cremlino non c'entra nulla.

Per la Russia i cinque anni dall'annessione sono stati difficili. A livello interno Putin ne ha approfittato per rinserrare le fila e aumentare il consenso, anche se da questo punto di vista la tattica sembra avere esaurito la sua propulsione, tanto che la popolarità del presidente è scesa al livello di oltre 10 anni fa. Mosca ha patito le sanzioni occidentali, soprattutto nel primo biennio quando la congiuntura internazionale è stata sfavorevole, e ora l'economia russa, isolata sul fronte occidentale, sempre però aperta sul resto del mondo, dà segni di ripresa, nel solito contesto delle debolezze strutturali che da la contraddistinguono. Nonostante tutto, la Russia rimane il primo partner commerciale per l'Ucraina, con un interscambio pari a circa 15 miliardi di dollari nel 2018, il doppio di tutta la Ue. Con la zampa nel Donbass l'orso russo mantiene alta la tensione nella ex repubblica sovietica e il Cremlino può utilizzare le repubbliche indipendenti per minacciare da un lato Kiev e dall'altro sfruttare la propria posizione sulla scacchiera internazionale nelle varie proxy war con gli Stati Uniti.

GLI INTERESSI DEGLI USA E LA DEBOLEZZA DELL'UE

Gli Usa in Ucraina sono arrivati da un pezzo e non vogliono mollare la presa. La Russia ha iniziato a perdere l'Ucraina ai tempi di Boris Yeltsin, prima ancora della rivoluzione del 2004 quando l'allora presidente Leonid Kuchma giocava a fare l'equilibrista tra Mosca e Washington per tirare acqua al proprio, oligarchico, mulino. Con il sostegno aperto alle proteste contro Yanukovich e il regime change del 2014 s'è provocata la definitiva reazione russa, prevedibile sul modello di ciò che era successo in Georgia nel 2008. La strategia della Casa Bianca in quello che Mosca ha sempre considerato il cortile di casa non è cambiata da Bill Clinton a George W. Bush, da Barack Obama a Donald Trump: anzi, con l'ultimo presidente a Washington le cose sono peggiorate, vedere alla voce sanzioni e a quella che si è tramutata in una vera e propria guerra commerciale e finanziaria che vede coinvolto anche il resto dell'Europa, basta citare l'esempio di Nord Stream. Alla faccia di quelli che considerano ancora Trump un agente del Cremlino. Nella sfida geopolitica ed energetica nel Vecchio continente gli Stati Uniti perseguono, come tutti gli altri attori, i propri interessi nazionali. Mentre l'Ue, appiattitasi sulla linea americana, ma con evidenti crepe che prima o poi si allargheranno fino a far collassare il castello di carta di una politica estera unitaria o presunta tale, non sa che pesci pigliare.

16 Marzo Mar 2019 1200 16 marzo 2019
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