Sharm El Sheikh Sicuro

La lunga militarizzazione di Sharm el-Sheikh

Check point. Soldati armati di mitra. Ora anche il progetto di una barriera attorno alla città. Così la celebre località turistica prova a blindarsi contro il terrorismo. Ma rischia l'effetto boomerang.

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Era la perla del Mar Rosso, meta di turisti in cerca di mare cristallino, coralli, ma anche avventure nel deserto in sella a cammelli o quad tra la sabbia e le rocce del deserto del Sinai che al tramonto si tingono di rosa e rosso. Oggi Sharm el-Sheikh porta ancora i segni delle ferite degli attacchi terroristici, ma soprattutto è militarizzata e rischia di trasformarsi in un fortino con tanto di mura intorno, a protezione della città e dei turisti, che si tenta disperatamente di richiamare. Intorno a quella che viene chiamata la Old City, il nucleo della Sharm el-Sheikh originaria, sta sorgendo una barriera in cemento armato allo scopo di proteggere gli insediamenti (e soprattutto i lussuosi alberghi di lusso che ancora vi si trovano) da possibili attacchi terroristici da parte di miliziani dell’Isis provenienti dall’interno del deserto del Sinai, che in qualche caso si sono infiltrati e hanno fatto proseliti tra le popolazioni beduine.

UNA BARRIERA ATTORNO A SHARM EL-SHEIKH

A inizio 2019 hanno fatto la loro comparsa alcuni enormi lastroni di cemento armato, alti sei metri, che dovrebbero proteggere Sharm el-Sheikh, soprattutto nella zona di Naama Bay, un tempo affollatissima di turisti stranieri, soprattutto russi e inglesi, ma anche italiani. Lì, lungo la spiaggia dove sorgevano stabilimenti balneari gremiti di turisti in cerca di sole caldo e mare in pieno inverno, oggi resta poco. In compenso la militarizzazione dell’intera area è evidente. Lungo la moderna strada che collega l’aeroporto di Sharm alla zona turistica, più a Sud della penisola, sono presenti check point con dossi artificiali e garitte con poliziotti o militari armati di mitra. Ora si aggiungerà la barriera, anche se le autorità militari smentiscono che si tratti di un muro: «Non vogliamo un muro. Il progetto consiste in un insieme di alte barriere e una recinzione di filo spinato di almeno 37 km con quattro porte di accesso molto belle alla città» ha spiegato il generale Khaled Fouda al Guardian.

Il progetto consiste in un insieme di alte barriere e una recinzione di filo spinato di almeno 37 km con quattro porte di accesso molto belle alla città

Generale Khaled Fouda

L’obiettivo sarebbe creare un ulteriore sistema difensivo anti-terrorismo e anti-Isis. I miliziani del Califfato, infatti, da anni si sono insediati nel Nord del Sinai, infiltrandosi dal valico di Rafah. È lì che quotidianamente si consuma la lotta allo Stato islamico da parte dei militari egiziani (insieme a quelli israeliani, come ammesso di recente dal presidente Abdel Fattah al-Sisi in una intervista con la Cbs). Ma alcuni jihadisti, nel corso degli anni, si sarebbero uniti ai beduini che vivono proprio nel deserto, facendo proseliti. Da qui il timore che alcuni di loro possano entrare in azione anche più a Sud, attratti dall’idea di colpire una zona che faticosamente sta tentando di riprendersi dopo gli attentati dei primi Anni 2000 e soprattutto dopo quello del 2015 a un aereo russo, nel quale persero la vita 224 persone, tra le quali 17 bambini.

UN MESSAGGIO DI PERICOLO AI TURISTI

Il muro, però, potrebbe rivelarsi controproducente: «Un muro può essere visto in due modi. Come una protezione per chi vi è all’interno, oppure come segno tangibile di un pericolo, che proviene dall’esterno, che separa i “buoni” dai “cattivi”», riflette uno dei titolari dei numerosi resort che sorgono da Nabq, a Nord, fino a Ras Mohamed, nell’estrema punta Sud della penisola. «In quest’ultimo caso potrebbe essere dannoso ai fini del turismo: significherebbe ammettere di avere un problema con la sicurezza. D’altra parte, i beduini hanno tutto l’interesse a fermare eventuali jihadisti, perché in molti vivono grazie al turismo, con l’indotto delle escursioni nel deserto». Però si dice anche che a chiedere a gran voce un muro al governo del Cairo sia stato il capo della polizia di Sharm el-Sheikh, per agevolare il lavoro di controllo in un’area così vasta e già militarizzata.

Sharm oggi non è che l’ombra di una delle località turistiche più note e belle al mondo. Molte strutture alberghiere, soprattutto nella zona di Nabq, sono chiuse e abbandonate. Delle decine di appartamenti in costruzione nel periodo d’oro, dagli Anni 90 ai primi del 2000, la maggior parte è rimasta incompiuta. Anche molte delle abitazioni della popolazione locale sono in condizioni desolanti, senza porte o finestre ma abitate, come si intuisce soprattutto di sera, quando si intravedono luci e fuochi all’interno. Il terrorismo qui ha colpito duramente, a livello economico, e le conseguenze sono evidenti. Alcune strutture di lusso, però, resistono, come quella che ha ospitato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in occasione del summit tra leader europei e arabi del 24-25 febbraio.

CONTROLLI PER LE STRADE E NEI RESORT

Per accedervi, occorre superare varchi e posti di controllo, così come a Soho Square, dove sorgono un altro noto resort, diversi locali, ristoranti e attrazioni turistiche, compresi un cinema, un luna park e una pista di pattinaggio sul ghiaccio al coperto. Le auto che si presentano all’ingresso sono ispezionate con metal detector, come i pedoni, ai quali sono controllati a raggi X borse e zaini, come in aeroporto e come all’ingresso dello stesso hotel. I turisti ospiti dei resort sono anche oggetto di ulteriori controlli da parte di personale di società di sicurezza privata, pagati dagli alberghi. In pratica, una volta all’interno ci si sente come in un fortino.

Il 28 dicembre Il Cairo è ripiombata nell’incubo terrorismo ai danni di turisti. A essere colpito è stato un minivan nella zona delle piramidi di Giza, con a bordo 14 turisti vietnamiti, tre dei quali sono rimasti uccisi insieme all’autista del mezzo. Era da tempo che il terrorismo non tornava a colpire gli stranieri, di recente gli attacchi avevano preso di mira soprattutto le chiese copte. Ora il timore è che i miliziani entrino nuovamente in azione anche nel Sud del Sinai, dove si tenta dimenticare l’attentato del 2015. Regno Unito e Russia non hanno ancora ripristinato i collegamenti aerei con la zona, come invece ha fatto l’Italia, altro Paese da cui storicamente proviene la maggior parte dei turisti.

ALTO FATTORE DI RISCHIO NELLA PENISOLA DEL SINAI

La stessa Farnesina, sul sito Viaggiare Sicuri, ricorda però l’operazione “Sinai 2018”, ancora in corso, «concentrata sul Sinai centro-settentrionale», insieme a un «altro fattore di rischio nella Penisola del Sinai» che è «legato alla presenza di tribù beduine che si sono in passato rese responsabili di atti di intimidazione e di violenza anche nei confronti di turisti». D’altra parte la notizia del muro è stata ripresa con particolare attenzione dai media britannici, alla vigilia della visita del premier, Theresa May, proprio a Sharm el-Sheikh in occasione di un summit europeo con le autorità arabe ed egiziane, a cui hanno partecipato anche la cancelliera tedesca Angela Merkel e il premier Conte. Un’occasione ghiotta per spingere Londra a riaprire i collegamenti aerei diretti dal Regno Unito.

17 Marzo Mar 2019 0900 17 marzo 2019
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