Unione Europea Cina Brexit

Perché dobbiamo percorrere la Nuova via della seta

Auspico una sponda euro-cinese. In cui l'Italia indichi il cammino. Liberandosi dalle schermaglie elettorali che inquinano il dibattito. 

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Dalla Cina alla Brexit. Sono stati questi i due poli più caldi del dibattito della penultima settimana di marzo, fatalmente destinati a sviluppi tanto incerti quanto geopoliticamente rilevanti: per l’Italia, per l’Europa e oltre. Il presidente della Cina Xi Jinping è venuto in visita ufficiale in Italia, prima tappa di un percorso che lo ha portato dal Principato di Monaco a Parigi. Si è trattato di una visita che non definirei “storica”, termine abusato, ma che non può non essere considerata in ragione della adesione del nostro Paese alla gigantesca proiezione strategica della One Belt One Road, o Nuova via della seta, attraverso la firma di un apposito memorandum of understanding e di una lunga serie di accordi puntuali (19 istituzionali e 10 commerciali).

Si tratta di firme, la prima soprattutto, suscettibili di incidere in maniera sostanziale sul futura del nostro Paese e che richiedono al presente governo e a quelli che si formeranno grande lucidità e competenza negoziale nella conduzione dei loro seguiti operativi che implicano rilevanti opportunità e allo stesso tempo incrociano rischi altrettanto e forse ancora più rilevanti. Il memorandum in particolare disegna un’ampia e innovativa cornice di nuove modalità di cooperazione attivabili attraverso diversi strumenti e programmi pilota in settori chiave di ricerca congiunta, di partnership pubblico-private, eccetera. Quei seguiti operativi incideranno infatti sui parametri di riferimento della nostra sovranità industrial-finanziaria e infrastrutturale, intendendo questo termine anche sotto il delicato profilo telematico (5G ad esempio) e, in definitiva, sul nostro stesso posizionamento geopolitico di fondo in tema di alleanze e di valori condivisi.

VERSO UNA SPONDA EURO-CINESE?

In tale contesto e al di là di qualsivoglia partigianeria ideologica, voglio ritenere che i vertici della governance nazionale, da quella politico-governativa a quella istituzionale, dall’economica alla scientifica e culturale in senso lato, sappiano far recepire alla Unione europea i termini di fondo di questo memorandum - auspicabilmente assieme agli altri 11 che hanno parimenti accolto la sfida posta dall’operazione strategica della One Belt One Road dall’Asia all’Europa – quale primo passo e testa di ponte verso una sponda finale euro-cinese. La genericità dei vincoli posti dall’adesione alla Nuova via della seta dovrebbe alla fine far emergere la pretestuosità delle riserve manifestate nei giorni precedenti la visita in Italia di Xi Jinping. Tanto più alla luce delle intese commerciali e di investimento per decine di miliardi già autonomamente già realizzate da Parigi e da Berlino e del dialogo euro-cinese opportunamente avviato tra l’Unione stessa e la Cina.

LA "FUGA IN AVANTI" DI ROMA (INIZIATA PRIMA DI QUESTO GOVERNO)

In fondo, a ben vedere, anche se nei giorni precedenti Bruxelles, Parigi e Berlino avevano segnalato al presidente del Consiglio Giuseppe Conte di non gradire molto la “fuga in avanti” (peraltro iniziata prima di questo governo) di quest’Italia che in effetti si muove in maniera sempre più eccentrica, una volta compreso quanto si stava concretamente realizzando, la Cina non si è affatto arroccata. Ha significativamente colto l’occasione offerta dal previsto incontro bilaterale con la Francia – peraltro conclusosi con accordi plurimiliardari - per allargarlo alla cancelliera Angela Merkel e al presidente della Commissione Jean-Claude Juncker. Un comitato di accoglienza “europeo” (Macron-Merkel-Juncker) di tutto rispetto e di significato ben diverso dalle perplessità manifestate sull’operazione italiana. Diverso ma in coerenza con la latitudine della collaborazione in atto sia con la Francia - nell’occasione sono stati firmati macro accordi su Airbus, in materia di riscaldamento globale, di ricerca spaziali e di cultura (centro Beaubourg a Shanghai) – sia con la Germania che ha alle spalle una e lunga e ricca storia di rapporti commerciali e di investimento.

Il futuro ci dirà se e in quale misura l’adesione italiana alla One Belt One Road sarà stata un rovinoso azzardo bilaterale ovvero un passo in avanti verso una collaborazione con la Cina coinvolgente la stessa Unione. Resta il rammarico per il fatto che il vivace dibattito politico che ha accompagnato la visita è stato condizionato da un’ottica prevalentemente elettorale; circostanza questa che certo non ha contribuito a dare lustro all’immagine dell’esecutivo e del suo vertice sul piano internazionale. Diverso il risentimento americano, specchio della sua concezione marcatamente egemonica del rapporto transatlantico e delle sue implicazioni strategiche e di sicurezza, ma anche degli interrogativi che gravano sul duro negoziato commerciale in corso con una Pechino che ormai sta disegnando la traccia dell’antagonismo globale con la potenza Usa. Traccia che potrà portare a sbocchi che al momento non è dato valutare ma che ci si deve augurare non precipitino nella conflittualità riassunta nel famoso quanto temibile “tranello di Tucidide”.

IL TEATRINO BRITANNICO HA STANCATO L'UE

L’altro polo del dibattito della settimana, prigioniera di un ormai stantio confronto elettorale, è stato rappresentato dal capitolo della Brexit che ha offerto una rappresentazione della confusione in cui si sta da tempo svolgendo la discussione politica-parlamentare britannica, talmente plateale da risultare quasi consolatoria per i molti italiani che vivono con esasperata frustrazione le vicende di casa nostra. Peraltro i tempi dello snodo finale sono stati definitivamente fissati da parte di una Unione europea giustamente stanca dell’impazzita maionese politico-governativa britannica, mentre la sterile tenacia della premier Theresa May sembra essere arrivata al capolinea col passaggio al parlamento del controllo dell’accordo sulla Brexit. Dovrebbe spettare adesso a Westminster decidere i seguiti della definitiva bocciatura dell’intesa sulla Brexit. Ma la premier non sembra disposta a cedere e continua a sostenere che il percorso giusto sia quello di lasciare l’Unione con un accordo il 22 maggio, ultima data utile. Sarà proprio così? Lo vedremo presto e il responso del voto parlamentare del 27 marzo si annuncia indicativo ma verosimilmente non definitivo.

27 Marzo Mar 2019 1448 27 marzo 2019
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