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Brexit No Deal Cosa Succede

Cosa può succedere con la Brexit da qui al 12 aprile

Bocciato ancora da Westminster l'accordo May. Sul tavolo restano la proroga di un anno e il no deal. Ormai diventato lo scenario più probabile. Nel giorno che doveva sancire il divorzio ordinato tra Londra e l'Ue.

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Doveva essere il giorno del divorzio. È stato quello dell'ennesima sconfitta di Theresa May. Che, se ancora non mette la parola fine alla telenovela della Brexit, avvicina un altro po' il Regno Unito al no deal, la temuta uscita senza accordo di Londra dall'Unione europea.

Venerdì 29 marzo 2019, data in cui la Corona avrebbe dovuto abbandonare l'Ue, la Camera dei Comuni britannica ha bocciato per la terza volta l'accordo raggiunto a novembre 2018 tra May e Bruxelles. Al voto, a dire il vero, c'era solo una parte dell'intesa, il Withdrawal Agreement, ossia il documento realmente vincolante, non la dichiarazione politica sulle relazioni future. E il margine con cui la premier è stata sconfitta, dopo la batosta di proporzioni storica di gennaio concretizzatasi con 230 lunghezze di scarto, è stato di "soli" 58 deputati.

INUTILE LA MOSSA DIMISSIONI: BIVIO FISSATO AL 12 APRILE

La sostanza, però, non cambia. Con l'altolà del 29 marzo, Westminster ha di fatto mandato in fumo la possibilità di May di ottenere una proroga della scadenza per il divorzio fino al 22 maggio. Inutile la mossa disperata della leader Tory, che aveva offerto ai brexiteer le proprie dimissioni in cambio del via libera al testo. Ora, in mancanza di ratifica dell'accordo, il bivio è fissato al 12 aprile, a due giorni dal Consiglio europeo straordinario convocato dal presidente Donald Tusk.

LE CONTROINDICAZIONI DELLA PROROGA LUNGA

La prima strada porta Londra a chiedere a Bruxelles una proroga lunga - di uno o due anni - che i 27 Paesi membri dovrebbero approvare all'unanimità: in questo caso, il Regno Unito dovrebbe prendere parte alle elezioni europee di fine maggio, eleggendo la sua quota di deputati da mandare all'assemblea di Strasburgo tre anni dopo il referendum che doveva sancirne l'abbandono. Ma non è questa l'unica controindicazione. La richiesta andrebbe motivata con la proposta di un accordo differente da quello che s'è impigliato tre volte nelle maglie di Westminster - magari sulla scia dell'ipotesi caldeggiata dal leader laburista Jeremy Corbyn che prevede la permanenza di Londra nell'unione doganale - o più in generale con l'evidenza di una svolta politica: leggasi elezioni anticipate, vero obiettivo di Corbyn, o secondo referendum, soluzione al momento priva di una maggioranza parlamentare oltre che gravata dall'incognita del quesito da sottoporre.

Il no deal è uno scenario da incubo

Stephen Phipson, chief executive di Make Uk

IL SALTO NEL BUIO CHE SPAVENTA GLI INDUSTRIALI

L'altra strada che si delinea all'orizzonte del 12 aprile conduce dritta al salto nel buio, quel no deal sponsorizzato in primis dall'ala ultra conservatrice del partito conservatore capeggiata dal super falco Jacob Rees-Mogg. L'uscita senza accordo, che renderebbe il Regno Unito un Paese terzo rispetto agli altri 27 Stati membri, non preoccupa solo l'Unione europea, le cui imprese andrebbero incontro a costi crescenti, dovuti all'introduzione dei vincoli doganali; a tremare è anche il mondo del business britannico, su cui si allunga l'ombra di un crollo della sterlina e di un Pil che già il 13 marzo ha visto le proprie stime per il 2019 tagliate dal +1,6% al +1,2%. Non a caso, a poche ore dall'ultima bocciatura del Withdrawal Agreement diverse figure di spicco del panorama economico britannico hanno fatto sentire la propria voce. Da Josh Hardie, vice direttore generale della Cbi, la Confindustria britannica, che ha paventato una emorragia tanto di posti di lavoro quanto di reputazione, a Stephen Phipson, chief executive di Make Uk, organizzazione dei produttori manifatturieri britannici, che ha parlato del no deal come di «uno scenario da incubo».

L'EUROPA GUARDA ALL'APPUNTAMENTO DEL PRIMO APRILE

In questo contesto, l'Europa osserva e attende, più compatta che mai. Preso atto del voto del 29 marzo, la Commissione Ue ha riconosciuto che il no deal «è ora [l'ipotesi] più probabile». Chiarendo che, in tal caso, accordi settoriali e parziali non sarebbero «un'opzione praticabile: i benefici dell'accordo di recesso raggiunto a novembre 2018, compreso il periodo transitorio, non potranno applicarsi in alcun caso». Tradotto: ognuno per la propria strada, se così dovrà essere. In attesa del 12 aprile, gli occhi di Bruxelles saranno puntati sulla Camera dei Comuni già lunedì primo aprile: in questa data, i parlamentari d'Oltremanica sono chiamati a riunirsi per valutare l'esistenza di un piano alternativo all'accordo May che abbia una maggioranza politica. Finora, nessuna delle otto opzioni presentate ha passato l'esame. L'impressione è che l'unica ad avere qualche pur debolissima chance è quella di una soft Brexit con permanenza di Londra nell'unione doganale, che eliminerebbe il problema del backstop tra Irlanda e Irlanda del Nord inviso agli unionisti del Dup. Il passaggio, però, è strettissimo. A chiuderlo non sarà l'Ue, aperta a valutare una mediazione dell'ultimo minuto. Eppure consapevole che, nel giorno che doveva segnare il divorzio "ordinato", i fautori del no deal potrebbero avere segnato un punto decisivo.

29 Marzo Mar 2019 2200 29 marzo 2019
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