Brunei sultano sharia

La lunga stretta integralista del sultano Bolkiah in Brunei

È dal 2013 che il sovrano assoluto programma la sharia intransigente con lapidazione e mutilazione. Ma soltanto oggi il mondo si indigna. Le tappe di una deriva preoccupante.

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Nelle cronache internazionali ha fatto irruzione un piccolo Stato asiatico altrimenti famoso perché ricoperto di oro oltre che (ma molto meno) per essere con l'Oman uno dei due sultanati resistenti al mondo.

Il jet set di Hollywood, patinato come i sontuosi palazzi del Brunei, sta guidando – e ci mancherebbe – il boicottaggio globale contro la legge del taglione reintrodotta dal sultano Hassanal Bolkiah sui circa 450 mila abitanti, che prevede la lapidazione per l'adulterio e la sodomia, e altre pene durissime per la trasgressione di diversi precetti religiosi. Star come George Clooney ed Elton John invitano a disertare le grandi catene di alberghi di lusso di proprietà di Bolkiah, come in Italia l'Hotel Principe di Savoia a Milano, rilevato nel 2003 da una controllata londinese della Brunei Investment Agency. Le conoscono, le frequentano, sanno che quando il secondo sovrano più ricco al mondo mette piede all'estero fa shopping miliardario di immobili, oltre che di griffe e di gioielli. Ma potevano accorgersi molto prima dell'involuzione del sultanato del Brunei. A maggior ragione le Nazioni Unite e i governi che giustamente ora condannano.

IL RITORNO ALLA LEGGE DEL TAGLIONE

I segnali dal Borneo non mancavano. La legge medievale entrata completamente in vigore il 3 aprile 2019 era ampiamente annunciata e programmata da cinque anni. Il piano del sultano di islamizzare radicalmente la società risale al 2013 ed è falso affermare che dal 2019 nel Brunei c'è la sharia: la legge coranica è presente da secoli nel regno di tradizione islamica dal 1300, ma dal 2014 ha iniziato a essere inasprita nella sua versione integralista, secondo scaglioni temporali prestabiliti e attuati da Bolkiah. Come in Iran e in Arabia Saudita, con la terza e ultima parte rivista del codice penale l'adulterio e le relazioni omosessuali sono sanzionate con le frustate e la lapidazione, come l'apostasia e l'aborto, già illegale nel sultanato a meno che la donna non fosse in pericolo di vita, punito in precedenza con fino a sette anni di prigione. Per i ladri, come nei territori che erano dell'Isis, c'è l'amputazione e gli abitanti del Brunei – per il 35% di fedi diverse dall'islam– sono obbligati a indottrinare i bambini al Corano.

Il sultanato del Brunei è uno Stato islamico.

DAL 2015 È VIETATO FESTEGGIARE NATALE

Dal dicembre del 2015 re Bolkiah ha bandito le celebrazioni del Natale, vietando alle famiglie di accendere le candele, fare l'albero, esibire simboli religiosi in pubblico o anche solo scambiarsi degli auguri, pena la reclusione fino a cinque anni per aver «turbato la fede dei musulmani». Così nei 5.700 metri quadrati del Brunei (poco più della Liguria) come negli Emirati Arabi e negli altri regni del Golfo i non musulmani, e tra loro molti cristiani, potranno professare le loro religioni solo in spazi privati: le autorità islamiche del sultanato hanno precisato che il divieto sul Natale è da intendersi per tutte le fedi diverse dall'islam. Bolkiah guida da più di 50 anni l'ex protettorato britannico del Borneo benedetto dal gas e dal petrolio (circa il 99% dell’export), per decenni ha spinto dall'alto la modernizzazione. Autoritario ma presentabile, sembrava. Salvo poi, da 70enne, imprimere una svolta medievale al regno con il dirigismo centralista che da sempre lo caratterizza.

UNA MONARCHIA ASSOLUTA, RICCA E AUTONOMA

L’islam c’entra poco. C’entrano invece molto l’assolutismo, il crollo del prezzo del petrolio degli ultimi anni e le prospettive negative sui giacimenti, le tendenze recenti della regione centro-asiatica. Nei primi secoli il sultanato islamico fu l’equivalente di una monarchia costituzionale: il potere legislativo era riservato ai principi. L’assolutismo arrivò nel 1600, quando il sultano di allora sciolse il Consiglio dei principi per accentrare su di sé anche la piena autorità religiosa. Un ritorno alla monarchia costituzionale fu tentato dopo l’indipendenza dal Regno Unito nel 1959, ma la popolazione la rifiutò con un referendum. Gli abitanti erano gelosi delle consuetudini perché il sultanato era florido, crocevia delle rotte dei navali e a lungo potenza commerciale della regione. Avevano preferito le dominazioni occidentali alle locali, attaccatissimi all’autonomia nella regione. Nel sultanato circondato dalla Malesia il parlamento è inesistente come in Arabia Saudita: donne e uomini possono votare dai 18 anni solo per le Comunali.

LA STRETTA PER LA CRISI ECONOMICA

Nondimeno la pena di morte non era applicata da decenni, neanche da Bolkiah, e la libertà di culto era tollerata. L'ultimo sultano ha cambiato idea con la crisi economica e con l’esaurirsi delle risorse. Un percorso opposto rispetto a quello dell'Arabia Saudita, forse perché l’estremismo islamico - foraggiato all’estero per decenni proprio dai sauditi - si sta spostando dall’area mediorientale del Golfo all’Asia centrale. La Malesia, l’Indonesia, le Filippine che il piccolo sultanato ha in passato controllato soprattutto nelle isole sono diventate un pericoloso vivaio di jihadisti, tra le comunità marginalizzate e frustrate dei separatisti islamici che hanno fornito migliaia di terroristi stranieri all’Isis. La piaga affligge anche la numerosa minoranza uigura repressa in Cina, ma il sultano del Brunei, Stato a maggioranza musulmana, normalizza il fondamentalismo a modello istituzionale anziché combatterlo. In funzione anche di controllo sociale e per favorire gli ambienti più conservatori, verso tempi che si prospettano meno fiorenti per la popolazione che metterà in discussione l'élite.

5 Aprile Apr 2019 0700 05 aprile 2019
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