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Cosa c'è dietro l'azzardo di Haftar su Tripoli in Libia

Contro le truppe di Misurata può fallire. Ma attorno alla capitale il generale coetaneo di Gheddafi, inaffidabile e autoritario, ha vinto. Con la Francia e i sauditi. E, forse, gli Usa.

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Le forze di Misurata che hanno rovesciato Muammar Gheddafi convergono su Tripoli per fare muro contro il generale Khalifa Haftar.

Potevano muoversi prima: a 75 anni, l'uomo forte della Cirenaica, coetaneo e amico-nemico del vecchio ras ha appena conquistato, dopo l'Est, tutto il Sud della Libia stringendo la capitale in una morsa. Da una settimana le milizie di Tripoli hanno schierato uomini e mezzi pesanti nei distretti meridionali per la notizia nell'aria di un attacco di Haftar. Ma i rapporti tra gli islamisti di Misurata e quelli dei clan criminali ingrossati nella capitale libica sono sempre più critici. Nella città Stato che ha liberato anche Sirte dall'Isis c'è poca voglia di sostenere gli alleati di Tripoli, rivelatisi disonesti, ma non si può dire di no, anche solo per il sostegno dell'Onu e – sempre più a parole – delle potenze occidentali. Se Haftar entrerà davvero nella capitale sarà la battaglia più violenta e lunga mai vissuta dai tripolini. Anche il gran muftì Sadiq al Ghariani, la massima autorità religiosa della Libia, li ha invitati a resistere all'attacco.

IL PROBLEMA DI HAFTAR RESTA LA CITTÀ DI MISURATA

Tutto intorno, il generale che nell'Est comanda il parlamento scissionista di Tobruk, non ha trovato grandi resistenze e non ha dovuto far sparare finché non ha raggiunto il Sud di Tripoli: lì sono esplosi i primi scontri, con i primi morti e oltre un centinaio di arrestati tra i suoi uomini. Le sue colonne di pick up armati erano sfilate minacciose e quasi indisturbate nel deserto, puntando verso Nord fino a una 30ina di chilometri da Tripoli allo snodo conosciuto come "Pont 27". In questi mesi, i morti e i feriti, tra le aree meridionali e lo strategico scalo di Mitiga, si sono contati in altre battaglie, tra le milizie dei ministeri di al Serraj entrate in conflitto tra loro: su queste divisioni Haftar ha lavorato e lavorerà. Ma il suo problema restano le forze di Misurata che lo odiano quanto odiavano Gheddafi, gli rinfacciano ancora la vicinanza al raís prima del tradimento con la Cia. Misurata è la città più sicura e autonoma della Libia, e le sue brigate sono forti più dell'agglomerato di mercenari e milizie (inclusi radicali islamici salafiti) che Haftar chiama Esercito nazionale libico (Lna).

IN ATTESA DELLE MOSSE USA

Non è esagerato affermare che Tripoli potrebbe diventare un'altra Beirut. Se va avanti, e Haftar è autoritario, si giocherà il tutto e per tutto: può fallire il secondo golpe dal 2011 o restare impigliato in una guerra di posizione, più dura di quelle vinte a Derna o a Bengasi. Non dipenderà, a questo punto, da Haftar ma dagli appoggi e dai finanziamenti delle potenze straniere: l'Egitto, gli Emirati Arabi e dietro l'Arabia Saudita, infine anche la Russia e la Francia lo spingono da tempo. Parigi in particolare lo usa per accaparrarsi i terminal petroliferi della Cirenaica e i giacimenti di gas e petrolio del Fezzan, e la differenza potrebbero farla gli Stati Uniti che in Libia si muovono dietro le quinte. Agganciare Haftar è molto facile: non è ufficialmente un loro alleato ma ha la doppia cittadinanza americana, prima delle rivolte ha vissuto negli Usa per più di 20 anni conducendo anche operazioni per conto della Cia contro Gheddafi. Se come l'Eliseo, la Casa Bianca aprirà un doppio binario, Haftar si prenderà la Libia, mentre l'Italia e la Germania litigano per i migranti nel Mediterraneo.

L'INCONTRO DI HAFTAR CON MBS

Ufficialmente sulla Libia gli Stati Uniti sono schierati con l'Onu e con gli europei – francesi inclusi – con il governo riconosciuto dalla comunità internazionale di al Serraj e di Misurata, che al contrario di Haftar avevano accettato gli accordi di pace di Palazzo di Vetro. Finora gli Usa sono stati più di parola dei francesi. Ma tutti, italiani inclusi, hanno aperto canali con il generale di Tobruk, anche solo per non bloccare l'estrazione e la lavorazione degli idrocarburi dell'Eni in Libia. Tra il 18 e il 19 marzo, mentre l'ex comandante di Gheddafi dal Fezzan scaldava i motori per l'offensiva su Tripoli, in Libia si palesavano sia il comandante dell’Africom, il comando degli Usa in Africa, Thomas Waldhauser sia il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, quest'ultimo in una delle frequenti visite sia al premier di Tripoli Fayez al Serraj sia a Haftar. Il generale dell'Lna era poi volato a Riad, a discutere degli «sviluppi in Libia» con il controverso erede al trono saudita Mohammad bin Salman (MbS) e con la sua intelligence.

Gran parte dei libici sta con Haftar perché promette loro di liberarli dai terroristi islamici

Milizie anti Gheddafi in Libia.

LA PROMESSA DI STABILITÀ E IL VIA LIBERA DI UN «PAESE ARABO»

In Libia c'è chi dice che il via libera a Haftar su Tripoli sia arrivato da un «Paese arabo». Se Donald Trump con avventatezza si allineasse anche sulla Libia – dopo molto disinteresse – con lo stretto alleato responsabile dei disastrosi bombardamenti in Yemen, a Tripoli sarebbe la fine della pace armata. Una larga parte della popolazione libica sta dalla parte dell'uomo forte di Tobruk semplicemente perché, nel caos prolungato, cerca la sicurezza e la stabilità che Haftar con retorica promette. Fino a Tripoli, anche la gran parte delle milizie lungo la via non ha reagito, o perché comprate o perché sempre di più in disaccordo con i rivali della capitale che ne drenano tutte le ricchezze. Haftar assicura di far piazza pulita di tutti gli estremisti islamici – finanziati dai governi stranieri – e ha tentato un delicato lavoro di tessitura con gli islamisti delle altre città, per portarli contro al Serraj. Lui stesso, laico convinto, ne ha reclutati alcuni nel Lna, ma non è riuscito a portare con sé le famiglie che gli erano più ostili.

HAFTAR HA BEFFATO L'ONU SOTTO GLI OCCHI DEL MONDO INTERO

La distinzione politica tra laici e islamisti è fittizia, dettata soprattutto dalle manovre esterne. Quel che più conta in Libia, oltre ai soldi del petrolio, sono i legami di sangue. È preoccupante, se confermata, l'indiscrezione da Tripoli dell'Agenzia Nova di diversi membri del Consiglio di presidenza di al Serraj (sopravvissuto a varie scissioni e rimpasti) e alte personalità volate via dal Mitiga verso Istanbul o Tunisi: tra questi il ministro dell'Economia e della Salute, e soprattutto la figura chiave del presidente della National Oil Corporation (Noc), la compagnia nazionale del petrolio, Mustafa Sanallah, e uno dei capi delle forze speciali Rada, che comandano a Tripoli. Il Consiglio di sicurezza dell'Onu si è riunito di emergenza, ma la mediazione tentata a Tobruk con Haftar del segretario generale Antonio Guterres, fuggito infine anche lui dalla Libia, è stata surreale: il capo di Palazzo di vetro era rimasto accerchiato proprio mentre discuteva con al Serraj anche di una fantomatica intesa con Tobruk sulle elezioni politiche in Libia. Haftar si era detto d'accordo, poi li ha beffati entrambi.

5 Aprile Apr 2019 2019 05 aprile 2019
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