Giappone Debito Pubblico Sovranita Monetaria

Perché il Giappone non è il paradiso sovranista che crede Salvini

Crescita del reddito pro-capite bassa, allungamento dell'età lavorativa, tasse, debito alle stelle. Il Sol Levante potrà anche battere moneta, ma non è un bengodi. 

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Il 16 febbraio 2017, un anno e un mese prima delle ultime Politiche, Matteo Salvini proponeva in televisione la sua ricetta economica per uscire dalla crisi, rimasta cristallizzata in un tweet: «Il Giappone ha un debito pubblico estremamente elevato, ma ha sovranità monetaria».

Non era certo un paragone casuale: il Paese del Sol Levante viene sempre preso a modello dai sovranisti di casa nostra per sostenere la richiesta di uscita dall'euro e permettere alla Banca d'Italia di tornare a comprare tutto il debito che serve. Questo, in sintesi, sarebbe anche il cuore della Salvinienomics, sulla scia di un'altra ricetta ritenuta di successo, l'Abenomics (dal nome dell'attuale premier giapponese, Shinzō Abe). Ma siamo sicuri che il Giappone sia realmente questo “paradiso” sovranista? Spulciando gli indicatori economici, parrebbe invece metterci in guardia dai pericoli collegati a una simile dieta.

LE SOMIGLIANZE TRA GIAPPONE E ITALIA

Afflitto dal problema storico della denatalità e dall'ineluttabile invecchiamento della popolazione, con un debito pubblico che veleggia oltre il 240% del rapporto con il Pil, il Giappone sembra avere parecchi punti in comune con l'Italia. Eppure, nonostante le tante incertezze che pesano sul suo futuro, non è visto dai mercati come il "grande malato" del mondo. Anzi, è persino considerato un buon pagatore dai creditori, tant'è che lo yen è tutt'ora un bene rifugio di cui fare incetta quando l'economia globale traballa. Merito della ricetta economica in salsa sovranista? Se lo è chiesto l'Osservatorio dei conti pubblici della Cattolica di Carlo Cottarelli, che prova anche a rispondere a un'altra domanda: come fa a stare in piedi un Paese dal debito pubblico pari due volte e mezzo la produzione annuale, senza ricorrere a quelle cure d'austerità che in Europa vanno per la maggiore?

Vista così, l'economia giapponese sembra assomigliare più al paradosso del calabrone (la fisica non si spiega perché vola, eppure lo fa) che alla stagnante, asfittica, situazione nostrana. «La politica monetaria della banca centrale giapponese», si legge nel report, «ha mantenuto tassi di interesse vicino allo zero e messo in pratica programmi volti ad aumentare la quantità di moneta in circolazione per stimolare la domanda di beni e servizi, senza che questo portasse a problemi inflazionistici (anzi l’inflazione è rimasta persistentemente al di sotto del livello desiderato)». Secondo Andrea Gorga, che ha curato lo studio, «le presunte illimitate possibilità di finanziamento giapponesi derivanti dalla sovranità monetaria avrebbero assicurato elevati livelli di prosperità e crescita economica, compreso un tasso di disoccupazione molto basso (4,2%). La verità è però ben diversa».

CRESCITA BASSA DEL REDDITO PRO CAPITE

A dimostrare la tesi dell'Osservatorio di Cottarelli ci sarebbe anzitutto il dato sulla stagnazione economica: il Giappone risulta tra i Paesi che, nell'ultimo quarto di secolo, hanno registrato il tasso di crescita più basso del reddito pro capite (al netto dell’inflazione), come riflesso di un basso tasso di crescita della produttività. A fargli compagnia sul fondo della graduatoria due nazioni non casuali: Grecia e Italia. Tra le cause anzitutto «spicca l’andamento demografico [...]. La riduzione del numero di persone in età lavorativa ha provocato un calo della forza lavoro e ha spinto al ribasso la crescita del Pil. Inoltre, l’aumento della produttività del lavoro è rimasta tra le più basse nelle economie avanzate e non ha contribuito a compensare l’andamento demografico. L’andamento della produttività potrebbe essere stato anche influenzato dalla carenza di investimenti».

AUMENTI DELL'IVA E PRESSIONE FISCALE

C'è un punto su cui si rischiano pericolose assonanze tra i due Paesi: gli aumenti dell'Iva e della pressione fiscale per rientrare delle spese. In Giappone l'imposta sul valore aggiunto, riporta lo studio, «è aumentata di 3 punti (dal 5 all’8%) nel 2014» e «un ulteriore aumento è previsto per ottobre 2019». Si tratta di percentuali molto diverse da quelle con cui devono quotidianamente fare i conti i consumatori italiani sui quali, in più, gravano anche le clausole di salvaguardia da disinnescare con la prossima finanziaria. In generale, comunque, tra il 2008 e il 2016 «la pressione fiscale giapponese è passata dal 25,9 al 30,5%» per mantenere il livello di debito sotto controllo. In Italia, come recentemente ricordato dalla Cgia di Mestre, la pressione fiscale è cresciuta di 11 punti dal 1980 a oggi per superare il 42% nel 2019. Se la dieta sovranista porta a ulteriori aumenti del peso del Fisco sul contribuente – e noi partiamo da dati peggiori da quelli di Tokyo -, siamo certi che la via nipponica sia quella da seguire?

QUOTA 100 FA A PUGNI CON L'ABENOMICS

Ma c'è un punto sul quale i due Paesi divergono nettamente, nonostante partano da presupposti simili: l'età pensionistica. Le pensioni sono notoriamente la prima voce di spesa della finanza pubblica, soprattutto nelle nazioni zavorrate da una popolazione anziana e da una forza lavoro in costante calo. Eppure, mentre in Italia il governo sovranista si è mosso per accelerare l'ingresso pensionistico, il Giappone ha fatto esattamente l'opposto: tra il 2012 e il 2017, rileva il report, «in media un giapponese per andare in pensione ha dovuto aspettare i 70 anni e 7 mesi per gli uomini e i 69 anni e 4 mesi per le donne. In Italia, nello stesso periodo, gli uomini sono andati in pensione in media a 62 anni e 5 mesi, mentre le donne a 61 anni».

Non solo: dal 2004 la percentuale di contributi da versare obbligatoriamente «è aumentata ed è stata resa flessibile l’uscita dal mondo del lavoro con forti incentivi a lavorare più a lungo», si legge sempre nello studio. Risultato? Ben prima della quota 100 di matrice salviniana, le rette dei grafici dei due Paesi andavano in direzioni opposte. Il Fiscal Monitor del Fondo monetario aveva infatti stimato che, tra 2015 e 2050, il debito pensionistico giapponese scenderà al 31,7% del Pil, mentre quello italiano schizzerà al 47,2%. Almeno quest'ultima stima è già superata dal superamento della riforma Fornero. Ma a prescindere da questo, «se fosse vero che il semplice controllo della moneta può consentire qualunque livello di indebitamento», conclude Gorga, «il governo giapponese non avrebbe motivo di attuare misure che incidono così pesantemente sulla vita dei cittadini».

Siamo certi del nostro patriottismo?

Lo scorso autunno, mentre il governo gialloverde provava a imporre alla Commissione europea la prima bozza della manovra, suscitando il panico sui mercati, dal G6 di Lione il vicepremier Salvini tronfio assicurava: «La forza dell'Italia, che nessun altro degli amici seduti al tavolo oggi ha, né i francesi, né gli spagnoli, è un risparmio privato che non ha eguali al mondo. Per il momento è silenzioso e viene investito in titoli stranieri. Io sono convinto che gli italiani siano pronti a darci una mano».

Può anche essere che gli italiani, in caso di bisogno, siano pronti a soccorrere lo Stato. Quel che è certo, almeno da un punto di vista storico, è che le nostre banche si sono rivelate meno patriottiche rispetto a quelle nipponiche, come fa notare il report. «Le banche giapponesi hanno dimostrato di avere una forte disciplina che le porta a detenere in portafoglio ampie quote di titoli di Stato senza cercare di liberarsene: solo il 10,9% del debito giapponese è in mano a soggetti residenti all’estero. In Italia questa quota è pari a circa il 30%». Siamo sicuri che, in casi emergenziali, potremmo dunque fare affidamento sul patriottismo degli operatori italiani? Siamo sicuri, soprattutto, che non si verificherebbero fughe verso investimenti e titoli garantiti in euro se, per realizzare il sogno sovranista, attuassimo l'agognata uscita dall'Euro? Uscita che, è bene ricordarlo, il Giappone non deve affrontare. E questa è, con ogni probabilità, la maggiore differenza che rende inutile la comparazione tra i due Paesi.

7 Aprile Apr 2019 0900 07 aprile 2019
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