Khalifa Haftar Tripoli

La vittoria di Haftar a Tripoli è più lontana di quanto sembri

Il generale è noto in campo militare più per le sue sconfitte che per i trionfi. E dalla trincea libica arrivano segnali che potrebbero indurre Egitto e alleati ad allentare la presa su Sarraj.

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Il 14 aprile doveva tenersi la prima, grande Conferenza nazionale sulla Libia alla quale stava lavorando anima e corpo Ghassan Salamé, l’Inviato speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite. Ma il diavolo ci ha messo la coda.

Un guastafeste di peso, l’uomo forte di Tobruk, il generale Khalifa Haftar, che pure aveva fatto credere a Salamé di essere della partita, ha fatto saltare il banco, annunciando che il tempo era arrivato per liberare il Paese dall’intruso Fayez al-Sarraj e delle milizie dell’estremismo islamico (leggasi la Fratellanza musulmana che ha nella Turchia il suo sponsor ideologico e nel Qatar, oggi amico dell’Iran, il suo portafoglio, in odio all’Arabia Saudita e agli Emirati) sulle quali si sostiene. E per dare maggiore concretezza visiva al suo annuncio aveva accompagnato il suo messaggio di guerra con le immagini di una lunga colonna di camionette armate in marcia verso la capitale.

DOVEVA ESSERE UNA GUERRA LAMPO

Doveva essere una Blitzkrieg, una guerra lampo, considerata la conclamata debolezza di Sarraj, in grado di controllare a mala pena un quartiere della capitale secondo una vulgata ripetuta ormai da tutti (o quasi) gli osservatori, e avuto riguardo allo schieramento dei suoi sponsor regionali e internazionali, veri o presunti tali: dall’Egitto all’Arabia Saudita, dalla Russia alla Francia. E poco importa che Sarraj continuasse a essere l’uomo riconosciuto ufficialmente da una comunità internazionale inquinata da una dilagante ipocrisia (tutti a parole, salvo Mosca, dichiarano di riconoscerlo quale premier). Anche l’Italia si annoverava tra questi seppure da parecchio tempo ormai non lesinava certo sorrisi e abbracci all’occhialuto Haftar: in nome di un sacrosanto realismo politico posto al servizio degli interessi di fondo dell’Italia e del suo ruolo “protagonistico” nell’area. È difficile dire se questo realismo ha esaltato più la nostra credibilità o il nostro opportunismo. E un ruolo protagonistico che non basta evocare a ogni piè sospinto per renderlo effettivamente riconosciuto; soprattutto quando confrontato con le ambizioni di Parigi e il ping pong di iniziative contrapposte che caratterizzano da troppo tempo i nostri rapporti e che certo non portano acqua al mulino di una già claudicante coesione europea.

Basti ricordare lo scambio di cortesie sul nevralgico tema della road map verso le elezioni politiche in Libia che si è consumato tra il giugno (Parigi) e il novembre (Palermo) dello scorso anno e le accuse di collusione con emissari di Haftar reciprocati tra Parigi (4 aprile) e Roma (8 aprile). Dove Parigi ha negato di aver dato luce verde all’iniziativa militare di Haftar e dove Roma ha valorizzato - parola del premier Giuseppe Conte - la nostra capacità di interlocuzione con ciascuno dei due protagonisti della vicenda libica. Capacità che deve aver indotto Washington, già poco incline a farvisi coinvolgere, a chiamarsene fuori subito dopo l’annuncio dell’offensiva su Tripoli. Capacità che ha visto l’attivismo del premier stesso (visita in Qatar, incontro con emissari di Haftar, etc.) contrastare con l’umbratile profilo del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e della ministra della Difesa Elisabetta Trenta, chiamati a un “Gabinetto di crisi” solo venerdì 12 aprile. Un’iniziativa tardiva se si considera la settimana trascorsa dall’avvio dell’offensiva di Haftar; tardiva e per di più sterilizzata dall’assenza di Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

SALVINI E DI MAIO, MENO PROCLAMI E PIÙ SOSTANZA

I due vice premier, invece di lanciarsi in proclami di marca più o meno elettorale, avrebbero fatto bene a premere per organizzare, ad esempio, una riunione d’emergenza a Bruxelles, cosa ben diversa dalla dichiarazione dell’Unione, fermata, e corretta e poi recitata dall’Alto Rappresentante Federica Mogherini, anche lei in debito di presenza attiva, invocante la cessazione delle ostilità e la ricerca di una soluzione della crisi negoziata politicamente. Stupisce in questo contesto la difficoltà di disporre di una fotografia aggiornata in tempo reale sulla reale situazione sul terreno, quasi che la tecnologia non possa essere di supporto al riguardo. Stupisce che alle letture allarmate e allarmanti si contrappongano versioni che fanno stato dell’efficacia della controffensiva capitanata dalla brigata di Misurata mentre affiorano dubbi sulla perizia tattica e strategica di Haftar. Dubbi alimentati tra l’altro dall’assai poco prestigioso curriculum militare di questo personaggio punteggiato soprattutto da sconfitte: nel 1987 quando diresse una spedizione militare contro il Ciad, nel 1990 quando guidò la “Forza Haftar” contro Muammar Gheddafi e nel 2011 all’inizio della primavera libica dove la sua fama di “Uomo degli Americani” lo pose in rotta di collisione con le forze islamiste e lo indusse a tornare negli Usa.

Le falle nella propaganda di Haftar, il tempo che passa e con esso la crescente difficoltà di rifornimenti, unitamente ai suoi precedenti militari, legittimano più di una nota di scetticismo

Intendiamoci, nessuno se la sente di escludere che egli riesca in qualche modo a stringere Tripoli in una morsa soffocante; ma falle di rilievo nella sua propaganda bellica, la presenza dei ragazzi-soldato assai male in arnese e il tempo che passa e con esso la crescente difficoltà di rifornimenti, unitamente ai suoi precedenti militari, legittimano più di una nota di scetticismo. Non sono pochi gli osservatori inclini a pensare che potrebbe essere andato al di là delle sue capacità e dei suoi mezzi. E alla condanna dei raid su Tripoli assortita al fermo richiamo a tornare al tavolo negoziale indirizzatogli dall’Inviato Onu Salamé si sono sovrapposte la formale opposizione degli Usa, della Germania e di altre potenze all’offensiva del generale e la richiesta di arresto immediato delle operazioni contro Tripoli. Sulla stessa linea si è attestata, almeno formalmente, anche Mosca. Resta da vedere se la voglia di assestare un colpo mortale alla Fratellanza musulmana anche a costo di aggravare la già forte destabilizzazione della Libia continui a essere superiore al rischio di una sconfitta politicamente scottante e marchiata al fuoco di un devastante corredo di morte e distruzione. Forse in quest’ottica la manifestazione anti-Haftar per le strade di una Tripoli tutt’altro che terrorizzata potrebbe far riflettere anche l’Egitto e i suoi amici del Golfo.

15 Aprile Apr 2019 1730 15 aprile 2019
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