Maitig Libia

Perché il vice premier Maitig ha un ruolo cruciale in Libia

Discendente di un'influente famiglia di commercianti, è il collante tra Misurata e Tripoli. Un fronte rinsaldato dalla recente nomina del ministro dell'Interno Bishaga.

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L'Italia e la Germania non cedono alle sirene di Khalifa Haftar e rifiutano il suo militarismo.

È una guerra persa, perché l'ultimo anno l'uomo forte della Cirenaica ha conquistato tutta la Libia attorno alla capitale Tripoli e a Misurata. Ma è una guerra che, come avvisa il vice premier del governo di Tripoli legittimato dall'Onu Ahmed Maitig, nella capitale durerà mesi, se non anni, come già a Bengasi. A Tripoli sarà ancora più dura: è in Libia che si consuma la battaglia finale contro la Fratellanza musulmana, l'ultima sconfitta degli islamisti dall'inizio delle Primavere arabe nel 2011 e la definitiva restaurazione dello status quo contro le ambizioni degli sponsor del cambiamento – per loro mire di influenze – della Turchia e del Qatar.

IL DEBITO DI TRIPOLI VERSO MISURATA

Ahmed Maitig, braccio destro di Fayez al Sarray e premier ombra di quel che resta del governo di Tripoli, in visita in Italia in coincidenza con l'arrivo del vicepremier del Qatar, Mohammed al Thani, è lo specchio perfetto di questo scontro. Maitig e non al Sarraj, estraneo alla politica fino all'incarico di premier nel 2016 e ai combattimenti contro il regime di Gheddafi, è la figura che tiene in piedi l'alleanza tra le città di Misurata e Tripoli. Cioè, il governo di unità nazionale che all'inizio coinvolgeva buona parte dell'Ovest della Libia, poi ridotto alla capitale e alla città-Stato nel 2011 a capo dell'insurrezione armata contro Gheddafi. Al Sarraj è sopravvissuto alle faide di Tripoli e finora ha retto l'attacco di Haftar grazie alle forze di Misurata.

Libia, forze di Misurata in difesa di Tripoli.

GLI AIUTI AGLI ISLAMISTI DAL PORTO DI MISURATA

Misurata dispone di oltre 200 milizie che fanno capo a reti famigliari e orientamenti politico-economici con sfumature diverse. Il generale dell'Est della Libia ha provato a intessere legami con alcune di loro, facendo leva sui dissidi sorti con i gruppi di potere della capitale. Ma la città a Est di Tripoli è l'unica, dalle Primavere arabe, a essere rimasta compatta, inespugnabile e sicura per le condizioni della Libia. Dal porto di Misurata entrano le forniture dalla Turchia in aiuti e armamenti che in un corridoio raggiungono anche Tripoli. Finanziamenti possibili in buona parte grazie all'iniezione di petrodollari del Qatar, che con la Turchia smaniosa di tornare influente nei territori del vecchio impero ottomano ha cavalcato – in contrasto con l'Arabia Saudita – le Primavere arabe.

TURCHIA E QATAR CON LA FRATELLANZA MUSULMANA

L'obiettivo di Ankara (in Tunisia, come in Egitto, in Siria e anche in Libia) era portare al potere l'islam politico, in linea ideale attraverso elezioni democratiche, rompendo regimi decennali. Dall'Egitto, il Qatar e la Turchia hanno accolto esuli gli esponenti della Fratellanza musulmana, spina nel fianco delle monarchie e delle dittature regionali, una volta che il governo liberamente eletto al Cairo di Mohammed Morsi nel 2013 fu estromesso dal golpe del generale Abdel Fatah al Sisi. Dopo il colpo di mano finanziato dall'Arabia Saudita, i Fratelli musulmani sarebbero stati dichiarati movimento terroristico e al Sisi sarebbe diventato presidente. Da allora le proxy war del Nord Africa e in Medio Oriente si sarebbero sempre più inasprite, a vantaggio della controrivoluzione.

Haftar è un coetaneo di Gheddafi, suo alto comandante prima del tradimento con la Cia

CON HAFTAR CONTRORIVOLUZIONE ANCHE IN LIBIA

Il generale libico Haftar è un coetaneo di Gheddafi, fu uno dei suoi comandanti più vicini e lo tradì vendendosi alla Cia durante la guerra in Ciad. Riparato negli Usa e rientrato per le rivolte del 2011, è passato al soldo dell'Egitto e degli Emirati Arabi, strettissimi alleati dell'Arabia Saudita, della Russia che nelle Primavere arabe difende l'ancient regime, infine della Francia per interessi economici e geopolitici. La sua riconquista della Libia è stata spinta dall'asse della controrivoluzione, mentre le forze occidentali (inclusi 400 militari italiani) stazionavano a Misurata, in sostegno al governo riconosciuto dall'Onu. Con Haftar in campo, lo scontro tra l'Arabia Saudita e la Fratellanza musulmana è diventato totale.

Il generale Khalifa Haftar potrebbe essere più lontano di quanto sembri dalla vittoria a Tripoli, in Libia.
Ansa

L'ARABIA SAUDITA CONTRO TURCHIA E QATAR

In Yemen l'erede al trono saudita MbS che, come il presidente francese Emmanuel Macron, ha visto Haftar prima dell'offensiva di Tripoli, combatte l'Iran ma, a Sud, insieme agli Emirati Arabi anche la Fratellanza musulmana locale. Nell'ottobre scorso si è consumato al consolato saudita di Istanbul l'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, saudita dal cognome di origini turche, critico verso MbS, sempre più vicino alla Fratellanza musulmana e fidanzato con un'islamista turca vicino all'Akp di Recep Tayyip Erdogan. Dal 2017 il Qatar è stretto in un embargo navale e aereo della coalizione araba a guida saudita, proprio per essere sfiancato. E anche in Siria, vinto l'Isis l'Arabia Saudita ha ripiegato infine sulla Russia e sul regime di Bashar al Assad, pur di azzerare la partita dei ribelli islamisti nell'orbita della Turchia e del Qatar.

IL RUOLO CARDINE DEL VICEPREMIER MAITIG

Resta la Libia e resta soprattutto Misurata. Per Haftar che tenta (invano) da anni di attivare autorità parallele, nell'Est, alla Banca centrale e alla Compagnia nazionale del petrolio (Noc) libiche, è cruciale controllare gli organismi di Tripoli, che senza il sostegno militare di Misurata sarebbe già crollata. Maitig viene da un'influente famiglia di ricchi commercianti di Misurata, è il collante con i variegati islamisti di Tripoli. Un fronte rinsaldato dalla recente nomina – dopo una crisi ricomposta tra Maitig e al Serraj – del nuovo ministro dell'Interno Fathi Bishaga, anche lui di Misurata. Bishaga, come Maitig, controlla le milizie stipendiate dal governo di Tripoli. Ma Maitig, per le sue conoscenze e deleghe all'Economia, è anche il ponte tra le cerchie imprenditoriali e commerciali libiche e il Qatar e la Turchia.

Minniti e Salvini, prima di Conte, hanno trattato immediatamente con Maitig

I LEGAMI DI MAITIG ANCHE CON L'ITALIA

Maitig, che prima di specializzarsi in economia a Londra si è laureato in Business internazionale a Parma, è un ponte anche con l'Italia che conosce bene e frequenta a ogni summit. I ministri dell'Interno Marco Minniti e Matteo Salvini, prima ancora del premier Giuseppe Conte, hanno trattato immediatamente con lui che, per pochissimo tempo e dopo aver combattuto a Misurata e per liberare Tripoli, nel 2014 fu anche il primo ministro più giovane della Libia, a 42 anni. Maitig è schierato a 360 gradi contro il generale Haftar, perché ha legami profondi anche con l'Est della Libia che ha sempre tentato di ribellarsi ai regimi e alle dominazioni straniere. Ed è stato, con Misurata, l'epicentro anche delle rivolte del 2011.

LA LIBIA ISLAMISTA, ANTICOLONIALE... E ANTI-GHEDDAFI

Città come Derna e Bengasi, nella Cirenaica cuore della resistenza agli italiani nel primo 1900, restarono problematiche anche per Gheddafi, nonostante il suo forte anti-colonialismo. Come in parte Misurata, rimasero legate alla monarchia di re Idris, l'emiro della Cirenaica nipote del capo della confraternita musulmana dei Senussi che si rivoltò al fascismo. Idris al Senussi fu promosso re dai britannici dopo la Seconda guerra mondiale, e rovesciato poi da Gheddafi. Maitig discende da una famiglia di dignitari del periodo monarchico, è nipote del combattente nazionalista di inizio 900 Ramadan Asswehly, filo-ottomano, e cugino del leader separatista di Misurata Abdul Ramadan Asswehly. Al contrario di al Sarraj non ha mai avuto incarichi, anche secondari sotto Gheddafi.

L'ISLAM RADICALIZZATO DALLA POLITICA

Maitig e Bishaga sono ossi duri. A Misurata e a Tripoli Haftar è odiato, come la Turchia odia l'Arabia Saudita. Gli ultimi insorti contro Gheddafi non vogliono sostituire l'autoritarismo con l'autoritarismo. Il mantra di Haftar (e di Sisi in Egitto, Assad in Libia) è riportare la stabilità e debellare la Libia dai jihadisti. In parte è vero che Qatar e Turchia hanno appoggiato anche gruppi legati ad al Qaeda, in Libia come in Siria, riaccendendo focolai: anche Misurata ha in seno gruppi di radicali. Ma anche il generale Haftar, che si professa laico, usa nelle sue milizie salafiti mahkaliti indottrinati dall'Arabia Saudita come altri estremisti sunniti, radicalizzati poi in al Qaeda e nell'Isis. Gli islamisti di Misurata hanno cacciato l'Isis da Sirte. E nella Tripoli accerchiata vincere sarà impossibile, ma resisteranno a lungo.

17 Aprile Apr 2019 0600 17 aprile 2019
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