Europee 2019
Europee 2019
Unione Europea E Immigrazione

Cosa ha fatto l'Ue sull'immigrazione e cosa farà dopo le Europee

Gli sbarchi calano, la percezione dell'emergenza no. Così si chiude una legislatura di riforme mancate e si apre una stagione che spinge sull'esternalizzazione. 

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Nell'Europa lacerata al suo interno che si avvicina al voto di fine maggio, un paradosso fa da cornice al dibattito che più è stato utilizzato per cementare muri e divisioni: quello sull'immigrazione. Negli ultimi quattro anni, mentre i flussi migratori verso il Vecchio continente andavano via via contraendosi, la percezione del tema come emergenziale continuava a salire. Secondo i dati dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), gli arrivi che nel 2015 avevano superato il milione di unità sono calati a 390.432 nel 2016 e a 186.768 nel 2017, fino a fermarsi nel 2018 a quota 144.166. Eppure, ha rilevato l'ultimo sondaggio “Eurobarometro" sul parlamento europeo, l'immigrazione – che nel 2015 si piazzava seconda (47%) nella scala delle priorità dei cittadini dell'Unione europea, dietro la disoccupazione (49%) – ora è in cima all'agenda (50%). Ed è destinata a diventare tema principe della campagna elettorale, tra un Emmanuel Macron, leader che incarna il riformismo europeista, che chiede un sistema di asilo con regole comuni e controlli rigorosi, e un Manfred Weber, candidato dei popolari del centrodestra alla Commissione europea, che a gennaio 2018 invocava una «soluzione finale».

LA RETORICA SOVRANISTA CHE DISTORCE LA PERCEZIONE

Le ragioni alla base del paradosso "meno sbarchi, più emergenza" sono molteplici. Innanzitutto, è fisiologico che debba trascorrere del tempo perché un tema venga percepito come prioritario da un bacino di popolazione ampio come quello dell'Unione europea. E l'ondata migratoria del 2015, che allora evidenziò tutti i limiti del sistema di accoglienza comunitario, oggi si riverbera anche sulle carenze diffuse in tema di integrazione. Inoltre, bisogna considerare che nel 2015 l'Ue era ancora scossa dagli echi della crisi economica greca, in grado di condizionare gli umori della popolazione europea, specie nel Sud del continente. Ma pur con queste premesse, dice a Lettera43.it il ricercatore dell'Ispi Matteo Villa, «se l'immigrazione si trova ora in cima all'agenda dei cittadini, a fronte di una contrazione sempre più marcata degli arrivi, lo si deve anche alla retorica imbracciata da alcune forze politiche». Che, riunite sotto il vessillo del sovranismo, cavalcano l'incapacità palesata finora dagli Stati membri della Ue di trovare una risposta comune al fenomeno.

COSA È STATO FATTO NELL'ULTIMA LEGISLATURA

La legislatura ora al tramonto è stata caratterizzata da cambi di rotta, riforme abortite e, più in generale, da una gestione emergenziale del dossier immigrazione, orfana di qualsiasi tipo di soluzione strutturale. E questo vale sia per il tema del soccorso in mare, sia per quello dell'accoglienza. Sul primo fronte, l'operazione Mare Nostrum, missione di salvataggio a guida italiana creata in seguito al naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, venne chiusa sei mesi dopo le elezioni europee del 2014. Un errore, riconobbe il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker nell'aprile del 2015, quando l'erede di Mare Nostrum, Triton, aveva già mostrato tutti i propri limiti: l'operazione gestita da Frontex aveva come mandato il controllo delle frontiere e non il salvataggio, oltre a un raggio d'azione (si fermava a 30 miglia dalle coste italiane) e un parco mezzi inadeguati che le valsero critiche dal Consiglio d'Europa e dall'Unhcr, l'agenzia Onu per i rifugiati.

Se il Sud Europa è stato lasciato solo, la responsabilità non è della Ue, bensì dei suoi Stati membri. A partire da quelli dell'Est con cui Salvini fa fronte comune

DA MARE NOSTRUM A SOPHIA

Nell'aprile del 2015 aprì i battenti Eunavfor Med, meglio nota come Operazione Sophia, a guida Ue e con un mandato militare, ovvero neutralizzare la tratta di migranti nel Mediterraneo. Oggi Sophia è un'operazione dimezzata, perché i Paesi membri dell'Unione non sono d'accordo su chi si debba fare carico dei migranti che le navi della missione hanno l'obbligo – sancito dalla legge del mare che vale per tutte le imbarcazioni – di salvare. Il piano operativo prevedeva, anche considerando le dimensioni della piccola Malta, che venissero fatti sbarcare tutti in Italia. Ma Roma, nella sua nuova veste gialloverde, ha messo i lucchetti ai porti. Portando a galla le nefaste conseguenze dell'assenza di una soluzione condivisa in materia di accoglienza.

IL FLOP DELLA RELOCATION

Su questo secondo fronte, nel tentativo di ridurre la pressione sui Paesi del Sud Europa, nel settembre del 2015 il Consiglio Giustizia e Affari Interni aveva approvato, su proposta della Commissione, un piano che prevedeva la relocation di 160 mila richiedenti asilo dall’Italia e dalla Grecia in altri Stati membri, entro due anni e secondo un sistema di quote obbligatorie. Al 31 maggio 2018 le persone ricollocate erano solo 34.689: 12.690 dall'Italia e 21.999 dalla Grecia. Un fiasco. Frutto anche del rifiuto da parte di alcuni Paesi, in primis i portabandiera del sovranismo made in Visegrad Ungheria e Polonia, di partecipare al programma. L'istituzione delle quote nacque dalla necessità di superare il principio, fissato dal Regolamento di Dublino, secondo cui lo Stato chiamato a esaminare una domanda di asilo o riconoscimento dello status di rifugiato è quello di primo ingresso. Ovvero, quasi esclusivamente Italia, Grecia e Spagna. Per i migranti in fuga da Nord Africa e Medio Oriente, le porte di accesso all'Europa.

LA RIFORMA ABORTITA DI DUBLINO

Anche per questo, il Regolamento di Dublino è stato a lungo al centro di tentativi di modifica puntualmente falliti. E divenuti l'emblema dell'incapacità europea di affrontare in maniera compatta il tema immigrazione. Nel novembre del 2017, il parlamento europeo approvò - nonostante l'astensione della Lega e il voto contrario del Movimento 5 stelle, una riforma del testo che, tra le altre cose, andava a eliminare proprio il criterio del primo ingresso. Sette mesi dopo, nel giugno del 2018, quella riforma - rimodulata dalla presidenza bulgara del Consiglio europeo, che propose un compromesso senza l'obbligatorietà dei ricollocamenti - fu bocciata dai ministri dell’Interno europei, incluso il nostro Matteo Salvini, contrario insieme con una decina di altri colleghi e recidivo nell'incolpare «l'Unione europea» del mancato sostegno offerto all'Italia.

NON SPARATE SULLA COMMISSIONE

In realtà, spiega Villa, «dal 2014 a oggi la Commissione Ue non ha fatto altro che cercare di venire incontro ai Paesi di primo ingresso. Lo ha fatto con la proposta di riforma di Dublino, ma anche con il tentativo di ripristinare Schengen», il trattato di libera circolazione che è attualmente sospeso in via temporanea da Austria, Germania, Danimarca, Francia, Norvegia e Svezia in nome dell'autodifesa da presunte minacce alla pubblica sicurezza o dai flussi migratori in arrivo da altri Stati Ue. Se dunque il Sud Europa è stato lasciato troppo solo a gestire i flussi migratori, dice Villa, «la responsabilità non è della Ue, bensì dei suoi Stati membri». A partire da quelli dell'Est con cui Salvini fa fronte comune in vista delle elezioni europee. Così, il primato dell'interesse nazionale su quello europeo, alla base delle divisioni sperimentate finora, rischia di intaccare anche i prossimi cinque anni di politiche comunitarie sull'immigrazione. Sempre più tese a esternalizzare le frontiere, piuttosto che a trovare una soluzione strutturale tra i 27 Paesi membri.

COSA VERRÀ FATTO NELLA PROSSIMA LEGISLATURA

Nella prossima legislatura, gli Stati dell'Unione europea si troveranno davanti tre possibili strade per la gestione del dossier migratorio. La prima conduce a una reale soluzione a livello comunitario e consiste nel cercare di far funzionare una volta per tutte il meccanismo di relocation, anche alla luce di un Regolamento di Dublino attualmente irriformabile. «Sarebbe l'opzione ideale, simbolo di una ritrovata solidarietà europea», dice Villa, «ogni Paese contribuirebbe entro le proprie possibilità, stabilite sulla base di criteri oggettivi», dalla disponibilità economica al numero di richiedenti asilo accolti in passato. Il problema è che questa soluzione è già stata proposta e bocciata. E gli Stati a trazione sovranista difficilmente faranno un passo indietro dopo un voto di maggio che, stando ai sondaggi, vedrà aumentare il peso delle forze nazionaliste in seno al parlamento europeo.

L'UTOPIA DEI RICOLLOCAMENTI SPONTANEI

Il paradosso è che, prima dell'ondata migratoria di quattro anni fa, di un meccanismo di relocation non si sentiva nemmeno il bisogno. «Dei 350 mila richiedenti asilo giunti in Italia in tre anni a partire dal 2013, più di 200 mila non erano più nel nostro Paese alla fine del 2015», dice Villa. «Sono numeri esponenzialmente superiori a quelli ottenuti con le quote obbligatorie». Questo perché «i migranti da sempre si "auto ricollocano", se l'area di libera circolazione è funzionante». Tuttavia, un modello di "relocation spontanea" è privo alla propria base di una vera solidarietà europea, oltre a essere impraticabile in questo momento storico, in cui l'immigrazione è in cima all'agenda ed erigere muri porta consensi, in Italia come in Ungheria.

PIATTAFORME DI SBARCO O CENTRI DI DETENZIONE?

E allora la strada più percorribile rischia di essere quella che porta a una sempre maggiore esternalizzazione delle frontiere europee, sulla scia di quanto già fatto dalla Ue in Paesi come Libia e Niger. In sostanza, si tratta di istituire un filtro a monte del flusso migratorio, fuori dal suolo europeo e sulla base di accordi bilaterali. Il progetto, caldeggiato dall'Italia e avanzato nel corso del Consiglio europeo del 28 giugno 2018, prevede la creazione in Africa di "piattaforme regionali di sbarco" sotto il controllo di Ue e Onu. Qui, in quelli che l'Unione Africana ha equiparato a «centri di detenzione» de facto, i migranti salvati - o intercettati - nel Mediterraneo verrebbero trasferiti in attesa che la loro domanda d'asilo in Europa venga esaminata. Una soluzione di facile attuazione, perché "esporterebbe il problema" fuori dalla Ue, ma che porta con sé controindicazioni tanto per lo Stato in questione quanto per l'Unione stessa.

Che si vada verso un approccio volto più alla dissuasione che alla gestione del flusso lo dimostra anche il rafforzamento della European Border and Coast Guard

I RISCHI DELLA ESTERNALIZZAZIONE DELLE FRONTIERE

Per quanto riguarda il Paese africano di turno, il rischio concreto è che si alimentino le tensioni tra governi e popolazione, destabilizzando realtà spesso fragili al loro interno. In Niger, dice Villa, «la Corte dei Conti europea ha rilevato come i soldi stanziati dall'Ue siano rimasti impigliati in gran parte nelle maglie del governo e solo una piccola fetta sia arrivata alle tribù che fanno della gestione dei flussi migratori un mezzo di sostentamento». Col risultato che queste tribù potrebbero essere spinte a imbracciare le armi contro l'autorità centrale. Quanto all'Ue, nonostante l'esternalizzazione delle frontiere sia una opzione sostenuta sia dai Paesi fondatori sia dal Gruppo di Visegrad, finora l'impegno economico dei vari Stati per sostenere questa soluzione non s'è rivelato omogeneo. «Germania e Italia hanno stanziato più soldi di tutti», dice Villa, «mentre i Paesi dell'Est non hanno messo mano al portafogli».

L'ESEMPIO TEDESCO DELLA REGOLARIZZAZIONE DEI FLUSSI

Al netto dell'eterogeneità del contributo, che si vada verso un approccio volto più alla dissuasione che alla gestione del flusso lo dimostra anche il rafforzamento della European Border and Coast Guard, deciso a febbraio. La strada è segnata. Nonostante, almeno sulla carta, nel ventaglio di soluzioni in mano agli Stati membri ci sia una terza via: il rafforzamento dei canali regolari, sulla scia di quanto fatto dalla Germania, che attraverso la direttiva Blue Card cerca di attirare lavoratori di medio-alta qualifica. In questo caso, spiega Villa, «l'ostacolo è rappresentato dal fatto che l'Ue non è stata dotata degli strumenti per regolarizzare i flussi». In altre parole, Bruxelles può solo mediare. La decisione finale, come testimonia la proposta avanzata da Viktor Orbán come da Macron di un Consiglio europeo ad hoc che si occupi di sicurezza interna, spetta ai singoli Stati. Che, in questo momento, sembrano avere altre priorità.

22 Aprile Apr 2019 1229 22 aprile 2019
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