Campo Profughi Shatila Libano 5

Shatila, la vita senza speranza dei profughi

Alta densità demografica. Condizioni igieniche pessime. Nessuna prospettiva per il futuro. Viaggio nel campo dove i bambini sanno solo giocare alle guerra. 

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da Shatila, Beirut

Per arrivare a Shatila da Hamra, zona centrale e lussuosa di Beirut, occorrono una ventina di minuti. Le strade larghe e ampie cedono velocemente il posto a vicoli stretti dove i segni dei colpi di arma da fuoco sono ancora ben visibili. Definire questo quartiere della Capitale libanese un campo profughi può essere però fuorviante. Il termine “campo” rimanda infatti a qualcosa di provvisorio. Ma la provvisorietà qui si protrae da 70 anni, una rovinosa abitudine al degrado.

Il dedalo di vie all'interno del capo profughi nato nel 1949.
Gianluca Grimaldi

Nato nel 1949 per accogliere 3 mila profughi palestinesi, attualmente ospita oltre 20 mila persone tra cui molti siriani che, con lo scoppio della guerra civile, si sono rifugiati in Libano. Lo spazio è poco, la densità di popolazione altissima. Basta un po' di pioggia e le strade si trasformano in torrenti di acqua sporca dove la gente cammina in sandali o in pantofole.

Ad accogliere i visitatori c'è Abu Moujahed. Esule palestinese, a Shatila gestisce il Children and Youth Center, un centro che, sin dal 1997, tenta di fornire aiuto allo studio e svago ai bambini e ai ragazzi che vivono nel campo. La struttura è un palazzone grigio che sorge su un piazzale, accanto un campetto di calcio in cemento con ammassi di spazzatura a delimitare le porte. Abu Moujahed rassicura subito gli stranieri che arrivano qui. «Non c'è nulla da temere», ripete. «C'è solo da capire quanto siamo soli».

Due bambini giocano a Shatila.
Gianluca Grimaldi

Parla del suo passato, della fuga di migliaia di palestinesi durante e dopo le guerre arabo-israeliane. Racconta dei suoi viaggi in Italia, a Napoli, dove rimase affascinato dal rito del sangue di San Gennaro e dalla leggenda secondo cui il suo mancato scioglimento è un segno foriero di disgrazie per la città. E, con un sorriso, ricorda gli ingegneri italiani che hanno regalato al suo centro dei pannelli fotovoltaici, garantendo così un servizio più unico che raro in un posto come Shatila.

CORRENTE ELETTRICA ALTERNATA E ACQUA CORRENTE RARA

«Il governo libanese non fa nulla per aiutarci», aggiunge. In effetti, il quartiere è un mondo a parte e i pochi minuti che lo separano dal centro di Beirut sono un viaggio nel tempo. Qui, per esempio, la corrente elettrica va e viene a intervalli di 4/6 ore, non tutte le abitazioni dispongono di acqua corrente. È raro incontrare stranieri qui. L'idea dell'aiuto che viene da altrove è una superflua speranza. Gli adulti non ne hanno più, soffocano in una risata amara ogni idealismo che non sia legato alla lotta per la Palestina. E, infatti, uno dei negozi nascosti nel dedalo di vie vende souvenir palestinesi. Portachiavi, pendenti, posacenere. Ovunque ci sono cartelloni di Arafat, come se si trattasse quasi di un santo protettore.

Bambini improvvisano una partita di pallone nel campo profughi.
Gianluca Grimaldi

I SOGNI DEI BAMBINI E LA REALTÀ DEL CAMPO

Per chi si addentra nel campo, la certezza di essere in Libano vacilla. I bambini che notano la presenza della macchina fotografica chiedono di essere fotografati, ma distolgono subito lo sguardo, quasi delusi. I bambini di Shatila sono così: ti guardano velocemente, poi ricordano che sei solo un altro straniero che andrà via. Loro, invece, non hanno alcun luogo in cui tornare. Nessuno, anche chi a Shatila è nato da genitori profughi, ne parla mai come una casa. Da grandi vogliono diventare medici, ingegneri, avvocati. In realtà, a un profugo palestinese in Libano il governo vieta una lunga serie di professioni.

Il campetto da calcio allestito presso un centro nel campo profughi.
Gianluca Grimaldi

La sera, rientrando, troviamo un enorme ratto sulle scale della Guest House. Un uomo lo scaccia con una pedata e l'animale dopo aver ruotato su se stesso scompare. Non è una eccezione. Le condizioni igieniche sono pessime, inevitabile conseguenza della densità demografica. Il tutto nella totale indifferenza della città e dell'intero Paese. Le malattie infettive sono diffusissime: tifo, in primis, ma anche epatite e polio. «Non abbiamo alcun diritto», si lamenta Abu Moujahed, «i bambini non hanno sempre la possibilità di ricevere un'istruzione adeguata». Non è raro vedere gente armata a Shatila. In un luogo dove polizia ed esercito non entrano, vedere un uomo con una mitragliatrice non è certo piacevole o rassicurante. Ma la normalità del campo è questa. Non è inusuale essere fermati mentre si scattano foto o che qualcuno controlli gli scatti.

Un bambino gioca con un fucile giocattolo nel campo profughi di Shatila, in Libano.
Gianluca Grimaldi

IL GIOCO DELLA GUERRA

Al mattino, insieme ad Aida, un'insegnante del centro, si va con i bambini in un campo di calcio all'estremità del quartiere. Un rettangolo verde in un'immensa distesa di cemento. È domenica ed è stata organizzata una festa. C'è musica e, nonostante la pioggia, i bambini giocano. Al termine della mattinata, vengono distribuiti regali da alcuni volontari di un'associazione palestinese locale. Per le bambine bambole, per i maschi solo pistole giocattolo che loro si affrettano a scartare e a puntarsi contro. I piccoli giocano, si sparano proiettili dalla punta rosa. Mirano al petto, alla schiena. Mettono alcuni pupazzi contro il muro per mimare un plotone di esecuzione. Quella mimica di guerra sembra quasi naturale, un gioco. Eppure molti di loro hanno almeno un familiare morto nella strage che nel 1982 uccise un numero altissimo e ancora oggi imprecisato di abitanti del campo (tra Shabra e Chatila le stime vanno dalle 762 alle 3.500 vittime) o, se siriani, nella più recente guerra civile. Alla domanda se sono felici, la risposta è sì, hanno un paio di sandali rotti ai piedi e una pistola giocattolo tra le mani.

4 Maggio Mag 2019 1500 04 maggio 2019
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