Europee 2019
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Cosa ha fatto l'Ue sulla difesa e cosa farà dopo le Europee

Il rinnovo delle istituzioni non bloccherà il processo di integrazione avviato negli ultimi anni. Ma pesa la spinta egemone della Francia. «L'Italia faccia sponda con Berlino», dice a L43 l'esperto Marrone (Iai).

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È stata la "Bella addormentata" per anni. Fin dal 2007, anno della firma sul Trattato di Lisbona, la difesa comune europea è sempre stata una questione delicata per l'Ue. Una materia da maneggiare con cura e di difficile soluzione, anche per l'antico trauma degli Anni 50, quando la Francia affossò la Ced (Comunità europea di difesa).

I CAMPANELLI DI ALLARME CHE HANNO SCOSSO L'UE

Gli ultimi anni hanno costretto l'Unione a svegliare la "Bella addormentata", o almeno a provarci, sotto la spinta degli eventi globali. L'avvento alla Casa Bianca di Donald Trump al grido di America First, l'aggressività della Russia a Est dopo la crisi Ucraina e soprattutto lo choc della Brexit sono alcuni dei campanelli d'allarme che hanno richiesto un'accelerata. Il problema è che le mosse dell'Europa sono partite più dagli eventi esterni che da una volontà dei singoli Stati membri, che anzi hanno sempre mostrato una forte reticenza all'integrazione di una materia così delicata. Per Alessandro Marrone, responsabile del programma di Difesa dello Iai (Istituto affari internazionali), la difesa comune europea «è un obiettivo, non una realtà, ma un obiettivo verso cui negli ultimi anni si sono fatti passi in avanti più significativi del passato. Direi che il bicchiere è mezzo pieno», ha spiegato a Lettera43.it ammonendo però che questa rimane «una costruzione istituzionale fragile perché rimane dipendente dalla volontà gli Stati membri».

COSA È STATO FATTO NELL'ULTIMA LEGISLATURA

Attualmente la difesa comune europea fa capo all'Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e si è concretizzata più che altro attraverso progetti di cooperazione mirati che hanno visto un'accelerazione nel corso del 2018. A novembre sono state licenziate 25 nuove iniziative Pesco che hanno mostrato come Bruxelles voglia implementare le sue capacità militari, soprattutto per correre ai ripari dopo le spinte russe a Est. I progetti vanno da strutture per l'addestramento delle forze armate alla creazione di una "scuola per spie" sotto la guida di Grecia e Cipro. Non solo. Sono state gettate le basi per una collaborazione tra Italia, Germania, Spagna, Francia e Repubblica Ceca per la creazione della nuova generazione di eurodrone da consegnare entro il 2025. Belgio, Francia e Cipro lavorano allo sviluppo di un missile a medio raggio. Francia, Germania e Spagna a un upgrade degli elicotteri da combattimento Tiger.

  • La lista dei progetti varati dalla Pesco nel novembre 2018.

LA SPINTA DELLA COMMISSIONE UE CON 13 MILIARDI DI EURO

Contestualmente il Consiglio dell'Unione europea ha anche approvato il Fondo europeo per la Difesa, un progetto della Commissione che mira a mobilitare almeno 13 miliardi di euro. Un flusso di denaro per il periodo 2021-2027 che vuole creare economie di scala nella ricerca in materia di difesa lanciando progetti collaborativi per migliorare lo sviluppo industriale. Come scrive il Consiglio Ue in merito al fondo, è chiaro che il progetto deve andare in direzione dell'integrazione, per questo, si legge a pagina sette del fascicolo interistituzionale, i finanziamenti sono ammessi solo se ci sono «almeno tre soggetti giuridicicooperanti con sede in almeno tre diversi Stati membri e/o Paesi associati».

L'UTOPIA DELL'ESERCITO COMUNE EUROPEO

All'interno del risiko sulla Difesa c'è un aspetto che resta sempre nell'ombra, un'ipotesi che ogni tanto ritorna ma che viene sempre accantonata perchè eccessivamente utopica: quella dell'esercito comune europeo. Nei mesi scorsi Katarina Barley, il ministro della Giustizia tedesco, ha espresso a Politico la necessità di lavorare una forza militare comune sotto il controllo del parlamento Ue. L'idea di Barley non è nuova ma è destinata a rimanere nel cassetto ancora per molto. «È un'utopia, almeno per i prossimi cinque anni», ha spiegato ancora Marrone a L43.

NECESSARIO UN LAVORO COMPLEMENTARE ALLA NATO

Il problema di una forza integrata non deriva solo dalle resistenze dei vari Stati membri: «La spinta verso questo tipo di integrazione potrebbe portare a uno scollamento dalla Nato e dagli Stati Uniti che al momento non è nel nostro interesse». Per l'analista dello Iai, l'Ue al momento non è in grado, da sola, di «tutelare la sicurezza del continente rispetto alla Russia, alla Cina e al terrorismo». Il lavoro da fare, per Marrone, è teso a un modello complementare con l'Allenanza Atlantica; per questo usare il termine "esercito europeo" è controproducente. «Però», ha precisato, «sgomberato il campo dagli equivoci, il discorso di una cooperazione e integrazione nella Difesa tra i Paesi Ue attraverso le istituzioni dell'Unione va affrontato, come stanno facendo Parigi e Berlino».

Con l'uscita del Regno Unito dall'Europa è tornato prepotente il sogno storico francese di un'egemonia politico-militare sul continente europeo

IL NUOVO SOGNO FRANCESE

Nel grande dibattito sulla difesa comune europea c'è però un grande elefante nella stanza che si muove lungo l'asse Parigi-Berlino. Tra i vari processi messi in moto con la Brexit uno riguarda in particolare la Francia. «Con l'uscita del Regno Unito dall'Europa è tornato prepotente il sogno storico francese di un'egemonia politico-militare sul continente europeo». «Ovviamente», ha spiegato ancora Marrone, «non può essere qualcosa di bonapartista come nelll'800, però è bene ricordare che la Francia è l'unica potenza nucleare, ha forze armate capaci di operare all'estero ed è l'unico Paese dell'Unione con un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell'Onu».

I LIMITI DELL'ASSE TRA PARIGI E BERLINO

Emmanuel Macron, nel rilanciare questo disegno egemonico, ha spinto molto per la creazione di un forte asse franco-tedesco. Se da un lato questa mossa può essere letta positivamente perché va nella direzione di una maggiore integrazione, dall'altro mostra rischi e limiti. «Il direttorato di Parigi e Berlino, da solo, non regge», ha spiegato ancora il referente Iai, «non soddisfa a sufficienza le esigenze e gli interessi degli altri Paesi che finiscono col non sostenere le iniziative di fatto indebolendo l'intera Unione». Il trattato di Aquisgrana firmato il 22 gennaio scorso potrebbe avere ripercussioni sull'intero processo della difesa comune europea. «I Paesi partner sono invitati in uno stadio successivo e in una condizione secondaria rispetto all'asse. E questo secondo me pone diverse condizioni perché non può esserci una leadership francese con gli altri che seguono».

Il presidente francese Macron e la cancelliera tedesca Mekel durante la firma del trattato di Aquisgrana il 22 gennaio 2019.
Getty Images

COSA VERRÀ FATTO NELLA PROSSIMA LEGISLATURA

Il lungo percorso per svegliare la Bella addormentata viene reso più complicato anche da iniziative parallele, sempre a trazione francese. È il caso della European intervention initiative, una collaborazione totalmente estranea all'architettura Ue capitanata da Parigi e altri otto Paesi tra i quali il Regno Unito e la Norvegia. Nonostante questi sbandamenti i processi partiti negli ultimi anni dovrebbero continuare. Ne è convinto Marrone che ha spiegato a L43 come per il 2020 - e per la prossima legislatura - le parole d'ordine saranno sostanzialmente tre e su queste farà leva la strategia di Bruxelles: fondo per la difesa, Pesco e coordinamento.

L'Italia deve avviare un'iniziativa che europeizzi il disegno francese ridando nuovo slancio al multilateralismo in seno all'Ue

DAL FONDO ALLA PESCO: L'INCONTRO TRA DOMANDA E OFFERTA

«La prima parola chiave post-voto è "Fondo europeo di difesa" che inizierà a erogare le prime tranche nell'ordine di centinaia di milioni di euro per ricerca tecnologica», dice Marrone. La seconda parola chiave è "Pesco", dove si concretizza la cooperazione tra i ministeri della Difesa nell'elaborazione di progetti di ricerca congiunti. Entrambe vengono tenute insieme grazie al "coordinamento" dei vari organi europei come Commissione e Consiglio con il Fondo che andrà a finanziare quei progetti che rispondano alle esigenze dei vari attori. «È come se nell'ambito Pesco ci fosse la domanda da parte delle forze armate mentre nell'ambito del fondo europeo di difesa ci fosse l'offerta, cioè il finanziamento per la ricerca tecnologica».

L'ITALIA A RISCHIO ISOLAMENTO

I mesi successivi alle elezioni europee di maggio 2019 saranno molto delicati per l'Italia. Il nostro Paese si trova a giocare una partita molto complessa. Secondo Marrone, sono poche le vie da percorrere. Va innanzitutto esclusa la strada dello scontro frontale con l'asse franco-tedesco dato che non ci sono le condizioni per costituirne uno diverso e alternativo. L'unica strada è quella del dialogo: «Roma dovrebbe avviare un'iniziativa diplomatica forte con Parigi e Berlino giocando di sponda con la Germania», conclude Marrone, «tirando poi dietro anche Spagna, Polonia e gli altri Paesi, con una iniziativa che europeizzi il disegno francese ridando nuovo slancio al multilateralismo in seno all'Ue».

5 Maggio Mag 2019 1800 05 maggio 2019
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