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Perché Israele temporeggia nella guerra contro Gaza

Davanti alla nuova provocazione di Hamas a ridosso della festa d'Indipendenza e dell'Eurovision Netanyahu viene accusato di arrendevolezza. Ma non ha altra scelta che le rappresaglie mirate.

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All’indomani della nuova grave crisi tra israeliani e palestinesi il generale della Israel defence forces (Idf) Ram Yavne si chiedeva, in un suo contributo alla rivista americana The national interest, se il «deteriorarsi della situazione a Gaza» non rendesse «più probabile una guerra con Israele».

I razzi lanciati da Hamas da Gaza verso Israele.
GETTY

Una domanda diventata ricorrente tra la popolazione coinvolta, dopo i quattro morti civili israeliani e le 25 vittime palestinesi (tra le quali una ragazzina di 14 anni e la madre incinta, secondo il ministero della Sanità di Gaza) e i 170 feriti della pioggia di razzi di Hamas e dei raid di contrattacco israeliani tra il 4 il 5 maggio. Dalle 4.30 del 6 maggio la nuova tregua raggiunta grazie alla mediazione egiziana tiene. Ma l’ultima crisi è stata più grave di quella tamponata a fine marzo, a sua volt, la più violenta dai 50 giorni di guerra del 2014 di Margine protettivo.

LE GUERRE LAMPO POCO EFFICACI DI MARGINE PROTETTIVO E PIOMBO FUSO

È evidente che lo Stato di Israele non vuole sferrare un’altra guerra lampo, dopo quelle inutili di Margine protettivo e di Piombo fuso del 2009. Si limita a reagire con raid e altre operazioni mirate, anche pesanti, al lancio di razzi dalla Striscia. Da dove, dopo alcuni mesi di insolita pace, dalla metà del 2018 sono ripresi gli attacchi verso il Sud del Paese: offensive a intermittenza, ma in un crescendo di forza e di intensità. A ridosso delle elezioni israeliane del 9 aprile scorso, Hamas ha lanciato un missile esploso nella periferia di Tel Aviv ed è tornata a colpire poco più di un mese dopo con più di 600 tra razzi e proiettili di mortaio che hanno seminato alcuni morti e feriti tra Ashkelon (dove è stato colpito anche un ospedale), Ashdod, Beit Shemesh e Gedera. Israele - nonostante le vittime da piangere - è stato costretto a trattare concordando uno stop con Hamas e nuove concessioni.

LA TREGUA CONCORDATA

I raid contro gli «oltre 350 target» centrati, tra basi e militari di Hamas, che il primo ministro israeliano Benjamin “Bibi” Netanyahu rivendica con orgoglio di aver disposto, serviranno a poco o a nulla come i bombardamenti mirati della fine del marzo scorso. Viceversa, stando a documenti riservati e indiscrezioni da fonti palestinesi, la calma sarebbe tornata dopo il sì degli emissari israeliani ad alleggerire il blocco di Gaza, riallargando a 12 miglia nautiche il limite di pesca dei palestinesi di fronte alla Striscia e non rallentando il trasferimento di denaro prestato dal Qatar, in modo da permettere ad Hamas di pagare gli stipendi ai dipendenti, fornire più elettricità e comprare carburante. Israele al solito non commenta sui negoziati, ma se è stato tolto il coprifuoco e sono state riaperte le scuole nelle zone meridionali esposte ai razzi deve ritenere attendibile Hamas sulla tenuta del cessate il fuoco.

LA STRATEGIA DEL NUOVO LEADER DI HAMAS

Dietro il tira e molla di Hamas c’è sicuramente il nuovo leader di Hamas, Yahya Sinwar. Dal passaggio di testimone, nel febbraio 2017, con Ismail Haniyeh è cambiato l’approccio verso Israele degli islamisti che dal 2007 controllano la Striscia in contrasto con l’Anp della Cisgiordania: Sinwar viene dall’apparato di sicurezza di Hamas, ne fu uno dei fondatori, è considerato un radicale ma ha avviato con il nemico israeliano una strategia della tensione che espone Netanyahu a pesanti critiche. Da ministro ad interim alla Difesa, dopo le dimissioni di Avigdor Lieberman proprio per le tregue facili con Hamas, il premier neo-riconfermato è accusato di una «politica della non politica». In Israele lo si vede tenuto in scacco dai leader estremisti della Striscia, ed è apparso sbrigativo l’aver liquidato gli ultimi morti con le «condoglianze alle famiglie e gli auguri di buona guarigione ai feriti».

Con il nuovo leader di Hamas Yahya Sinwar è cambiato l'approccio verso Israele

Yahya Sinwar.
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LA NON POLITICA DI NETANYAHU

Difficile intravedere nei piani di Israele su Gaza la «pazienza e la sagacia» descritta da Netanyahu nell’«assicurare calma e sicurezza agli abitanti del Sud». I centristi dell’alleanza Blu e bianco (con diversi ex generali delle guerre a Gaza), in attesa della lista dei ministri del quinto governo di Bibi, gli contestano l’essersi «arreso completamente» a una «catastrofe sulla sicurezza». Al di là dell’evento scatenante della nuova crisi - gli scontri del 3 maggio al confine con la Striscia con quattro palestinesi uccisi, tra i quali due esponenti di Hamas, e una cinquantina di feriti - cinicamente Hamas aveva diversi buoni motivi per attaccare: da un punto di vista mediatico, i razzi hanno preceduto di poco l’inizio del ramadan per milioni di musulmani, conciso con la tregua del 6 maggio; e politicamente, stavolta Israele è vicino alla festa dell’indipendenza del 14 maggio; quando a Tel Aviv inizierà anche l’Eurovision.

LA GRANDE MARCIA DEL RITORNO

Al contest internazionale voluto da Israele sono attesi migliaia tra turisti e ospiti stranieri. Non si poteva scatenare una guerra prima dell’evento, già la percezione di insicurezza è un danno. D’altra parte, anche Hamas, pur provocando, preferisce evitare una guerra a tutti gli effetti: un pilastro della resistenza a Israele sta divenendo la Grande marcia del ritorno, iniziata il 30 marzo 2018 dai gazawi al confine con Israele e mai conclusa. La maggiore manifestazione pacifica (ha appurato anche un’indagine Onu) mai organizzata dalla società civile della Striscia è un’altra novità: ai quasi 200 morti e 30 mila feriti, soprattutto per mano dei cecchini israeliani che hanno regole di ingaggio di sparare ai civili considerati terroristi, Hamas non ha risposto con i razzi. Non è l’ideatrice della marcia, ma vi partecipa e la usa come suo attestato di credibilità. Un gioco astuto, ma che con l’escalation può sfuggire di mano a tutti.

7 Maggio Mag 2019 0739 07 maggio 2019
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